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Ogni anno centinaia di migliaia di vecchi computer e cellulari vengono smaltiti in discariche e inceneritori oppure seguono le rotte dell'esportazione, molto spesso illegale, da Stati Uniti, Europa e Giappone verso l'Asia.
I rifiuti elettronici rappresentano oggi il 5 per cento di tutti i rifiuti solidi urbani: è più o meno la stessa percentuale degli imballaggi in plastica, ma i rifiuti elettronici sono molto più pericolosi e crescono a un tasso elevatissimo - dal 3 al 5 per cento all'anno - circa tre volte superiore all'aumento medio di tutti i rifiuti urbani.
Il tasso con cui questa montagna di prodotti elettronici obsoleti sta crescendo porterà presto a una crisi di grandi proporzioni, a meno che le aziende dell'hi-tech non decidano di cambiare il loro atteggiamento, assumendosi la responsabilità di ciò che immettono sul mercato.
La soluzione alla "questione rifiuti elettronici" passa attraverso l'attuazione del principio di "responsabilità del produttore": le aziende devono impegnarsi a produrre beni puliti, durevoli facili da riparare, riciclare o smaltire in sicurezza.
I primi programmi di riciclaggio dei prodotti elettronici furono avviati alla fine del secolo scorso - negli anni 90 - in alcuni paesi dell'Unione europea, negli Stati Uniti e in Giappone. Ma la maggior parte dei governi non aveva la capacità di gestire i rottami elettrici, a causa della quantità crescente e del livello di pericolosità.
Iniziarono così le prime esportazioni verso i paesi in via di sviluppo, dove le normative a tutela dei lavoratori e dell'ambiente erano inadeguate o addirittura assenti. In aggiunta, i costi di "riciclaggio" di questi rifiuti erano di molto inferiori a quelli sostenuti nei paesi occidentali: negli Stati Uniti il riciclo del vetro nei monitor dei computer costava, ad esempio, dieci volte di più che in Cina.
Le materie prime presenti nei rifiuti elettrici che possono essere estratte durante il processo di riciclaggio - rame, ferro, silicio, nickel e oro – sono tante e molti paesi asiatici iniziarono, per questo motivo, a aumentare la richiesta di questi rottami. Un telefono cellulare, ad esempio, è composto per il 19 per cento di rame e per l'8 per cento di ferro. L'esportazione dei rifiuti avviene molto spesso in violazione alle leggi internazionali: nel 2005, ispezioni condotte in 18 porti europei hanno rilevato che il 47 per cento dei rifiuti destinati all'esportazione, incluso quelli elettrici, erano illegali e molti prendevano la strada dell'India, Africa e Cina.
Le aziende dovranno ripensare alla progettazione di questi beni di consumo, orientandola verso prodotti sempre più puliti e con un ciclo di vita più lungo, facili da riciclare e che non espongano i lavoratori e l'ambiente a sostanze chimiche pericolose. Esistono già molti esempi di aziende che usano sostanze alternative a quelle pericolose ed è necessario oggi che questa diventi una pratica generalizzata e non di pochi eletti.