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Nel mondo sta crescendo a dismisura l’uso degli articoli elettronici, con la conseguente produzione di montagne di rifiuti pericolosi difficili da conferire o riciclare in sicurezza. Le stime dell’ONU sono di 20-50 milioni di tonnellate di rifiuti tecnologici prodotti ogni anno, che comprendono più del 5% di tutti i rifiuti solidi urbani generati nel mondo. I RAEE, ovvero i rifiuti derivanti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, rappresentano una tipologia di rifiuti pericolosi in più rapida crescita a livello globale. Sono considerati pericolosi per il loro contenuto di elementi tossici e persistenti, che rappresentano un rischio per l’ambiente e la salute umana nelle varie fasi di trattamento, riciclaggio e smaltimento.

Oggi il destino di vaste quantità di rifiuti elettronici rimane sconosciuto. Si perdono le tracce del 75% dei rifiuti tecnologici prodotti nella Unione Europea e di oltre l’80% di quelli prodotti negli Stati Uniti. Si tratta di un “flusso nascosto” che non viene intercettato dai sistemi di recupero attualmente operanti - Leggi il rapporto. Se anche una parte di questi rifiuti è ancora nelle case, nelle cantine e nei garage, o viene smaltito in discarica o incenerito, una buona parte viene esportata - spesso illegalmente - per finire in discariche incontrollate in Africa oppure a riciclatori clandestini in Asia. In questi luoghi i lavoratori, spesso bambini, sono esposti ai rischi legati al cocktail di composti chimici che questi rifiuti contengono e sprigionano quando trattati in modo rudimentale e senza protezioni per la salute dei lavoratori.

Questo problema però può essere risolto. Ed è per questo che Greenpeace sta facendo pressione sulle aziende dell’Hi Tech, affinché possano cambiare le loro politiche di produzione e di gestione dei prodotti a fine vita. Vedi l'Eco-guida.

Il tasso con cui le montagne di prodotti elettronici obsoleti stanno crescendo farà raggiungere presto una crisi di grandi proporzioni a meno che le aziende non decidano di cambiare il loro atteggiamento e di assumersi la responsabilità di ciò che immettono sul mercato. Solo l’attuazione del principio di “responsabilità del produttore” - per cui le aziende si impegnano a produrre beni puliti e durevoli facili da riparare, riciclare o smaltire in sicurezza – potrà fornire la giusta strategia ad una problematica che altrimenti non vedrà arresto.

Nel 2006, in Europa si sono prodotti 8-12 milioni di tonnellate di RAEE (rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), mentre si stima che i paesi in via di sviluppo triplicheranno la loro produzione nei prossimi 5 anni.

I primi programmi di riciclaggio dei prodotti elettronici furono avviati alla fine del secolo scorso (negli anni 90) in alcuni paesi dell’Unione europea, Stati Uniti e in Giappone. Ma la maggior parte dei governi non avevano la capacità di gestire i rottami elettrici a causa della crescente quantità e della loro natura pericolosa. Iniziarono così le prime esportazioni verso i paesi in via di sviluppo, dove le normative a protezione dei lavoratori e dell’ambiente erano inadeguate o addirittura assenti. In aggiunta, i costi di “riciclaggio” di questi rifiuti erano di molto inferiori a quelli sostenuti nei paesi occidentali: negli Stati Uniti il riciclo del vetro nei monitor dei computer costava dieci volte di più che in Cina, per esempio. Inoltre, date le materie prime presenti nei rifiuti elettrici come rame, ferro, silicio, nickel, oro che possono essere estratte durante il processo di riciclaggio, molti paesi asiatici iniziarono ad aumentare la richiesta di questi rottami al fine di ricavarne le risorse. Un telefono cellulare, ad esempio, è composto per il 19% di rame e per l’8% di ferro. Ma l’esportazione dei rifiuti molto spesso avviene in violazione alle leggi internazionali. Nel 2005, ispezioni condotte in 18 porti europei hanno rilevato che il 47% dei rifiuti destinati all’esportazione, incluso quelli elettrici, erano illegali e molti prendevano la strada dell’India, Africa e Cina.

Greenpeace ritiene che i produttori di elettronica debbano prendersi la responsabilità di gestire i prodotti che pongono sul mercato dalla fase produttiva fino alla fine del loro ciclo di vita, prendendosi cura anche di ritirare i prodotti obsoleti per riusarli, riciclarli o smaltirli in sicurezza. Per evitare una crisi dei rifiuti elettronici, le aziende dovranno ripensare alla progettazione di questi beni di consumo, orientandola verso prodotti sempre più puliti e con un ciclo di vita più lungo, quindi facili da riciclare e che non espongano i lavoratori e l’ambiente a sostanze chimiche pericolose. Esistono già molti esempi di aziende che usano sostanze alternative a quelle pericolose ed è necessario oggi che questa diventi una pratica generalizzata e non di pochi eletti. Leggi il rapporto.

Lo sapevi che?

  • Nel 2004, 183 milioni di computer e 674 milioni di telefoni cellulari sono stati venduti nel mondo, rispettivamente 11,6% e 30% in più che nel 2003.

  • Nel 2010 si calcola che saranno 716 milioni i nuovi computer immessi sul mercato globale, 178 milioni dei quali in Cina, 80 milioni in India.

  • Nei paesi industrializzati, la vita media di un computer è calata da 6 anni nel 1997 a 2 nel 2005, mentre i telefoni cellulari hanno un ciclo di vita inferiore ai 2 anni.

  • Le televisioni, che sono quei prodotti del settore più comunemente smaltiti in Cina, India e Africa, saranno oggetto di ulteriori e crescenti esportazioni dovute all’attuale cambiamento del mercato verso l’uso delle TV digitali.
  • Il mercato mondiale delle console per video giochi è il settore maggiormente in crescita nell’industria elettronica, essendo arrivato a ben 62,7 milioni di unità vendute nel 2006 (pari ad un incremento del 14.9 per cento in un anno).