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La pressione industriale sull'ambiente si manifesta durante tutto il ciclo di vita di un prodotto: dal reperimento delle materie prime al processo produttivo a cui seguono la distribuzione, la vendita ed infine lo smaltimento finale dei rifiuti. Per i diversi settori produttivi, oltre al consumo di risorse intese come materie prime prelevate, bisogna tener presente il consumo di energia e d'acqua di processo e di raffreddamento, nonché tenere in considerazione la quantità di rifiuti industriali che rimangono a valle di ogni ciclo produttivo.
Fra il 1997 e il 2002, in Italia ed in molti altri Stati membri dell'Unione europea è stato registrato un forte aumento della produzione dei rifiuti derivanti dalle attività economiche, fra cui l'industria manifatturiera, quella mineraria, il settore edile (costruzione e demolizione) e l'agricoltura. In linea generale, le attività di tipo industriale sono responsabili di circa il 75% dei rifiuti prodotti, mentre il restante 25% deriva dalle attività di origine domestica. Secondo fonti ufficiali [ Rapporto Rifiuti 2004, APAT, ONR ], nel 2002 in Italia sono stati prodotti circa 92,1 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, di cui 49,3 milioni di tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi, 4,9 milioni di tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 37,3 milioni di tonnellate di rifiuti da costruzione e demolizione e circa 401 mila tonnellate di rifiuti non determinati (per i quali non è stato possibile stabilire la categoria di attività produttiva (NACE) o il Codice dell'Elenco Europeo di appartenenza).
Il ruolo dell'industria viene riconosciuto all'interno delle Agende 21, i piani di azione ambientale del XXI secolo che hanno come obiettivo lo sviluppo sostenibile", inteso come sviluppo organico di un sistema complesso in cui interagiscono diversi aspetti: quello sociale, economico ed ambientale. Le Agende 21 affermano principi di cambiamento nelle tecnologie di produzione e nei prodotti finiti, quali: strategie di prevenzione, processi produttivi più efficienti, tecnologie più pulite nel ciclo di vita di un prodotto, riduzione degli impatti sull'ambiente e dell'uso di risorse non rinnovabili ecc. Principi che nella maggior parte dei casi non vengono ancora implementati dalle industrie a parte casi eccezionali di impegni concreti e talora volontari da parte di alcuni operatori del settore, volti all'identificazione di processi produttivi "puliti" e di materiali alternativi e più ecologici. L'esposizione umana agli inquinanti chimici prodotti da un'industria può essere distinta in due tipologie:
| Agenti pericolosi | Rischio cancro per | Occupazione |
| Raggi X | Midollo osseo | Personale impiegato in ambito medico ed industriale |
| Uranio | Midollo osseo, pelle, polmoni | Industrie chimiche e farmaceutiche |
| Radiazioni ultraviolette | Pelle | Lavoratori all'aperto |
| Idrocarburi policiclici | Polmoni, pelle, fegato, vescica urinaria | Lavoratori di impianti di petrolio e di gas |
| Cloruro di vinile | Fegato, cervello | Industrie della plastica |
| Arsenico | Pelle, polmoni, fegato | Miniere, fonderie, raffinerie di petrolio |
| Cadmio | Polmoni, reni, prostata | Fonderie, impianti di produzione di batterie |
| Composti del nichel | Polmoni, cavità nasali | Fonderie, lavoratori su linee di processo |
| Amianto | Polmoni | Miniere, lavoratori nelle opere di demolizione e fresatori |
| Particelle di legno e cuoio | Cavità nasali | Lavoratori impiegati nell'industria del legno e delle scarpe |
da "Hazardous chemicals in human and environmental health"Organizzazione Mondiale della Sanità