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L'acquacoltura è una pratica millenaria, utilizzata dalle comunità rurali per integrare la produzione di preziose proteine animali.

In alcune zone era e continua a essere pratica comune utilizzare piccoli bacini d'acqua dolce concentrandovi alcune specie commestibili di pesci, alimentati con scarti dell'alimentazione umana. Allevamenti di questo tipo sono detti "estensivi" e, in genere, prevedono solo quello che tecnicamente è chiamato un "ingrasso" del pesce, di cui non si controlla l'intero ciclo vitale: ad esempio, non si controlla la riproduzione, ma si raccolgono in natura esemplari giovanili che vengono appunto messi ad "ingrassare" in un ambiente protetto dai predatori.

In generale, il termine acquacoltura si riferisce ad una produzione in qualche modo controllata - come tale distinta dalla "raccolta" - di organismi che vivono in acqua, marina o dolce. Così, il termine può riferirsi all'allevamento di pesci - piscicoltura - all'alla invertebrati (ad esempio crostacei come i gamberoni tropicali) o anche piante (molte specie di alghe marine sono coltivate sia per l'alimentazione umana diretta, sia per la produzione industriale).

La crisi dell'industria della pesca mondiale, che dopo una crescita esplosiva nel secondo dopoguerra è di fatto collassata già negli anni 80', ha portato sull'acquacoltura interessi di grossi gruppi industriali che, sfruttando la tradizionale retorica della "fame nel mondo" e la crisi della pesca, hanno spacciato, e continuano a spacciare, l'acquacoltura come unica soluzione alla crisi della produzione ittica.

Naturalmente, il mercato si è orientato proprio su quelle specie allevabili che per prime erano state decimate dalla pesca industriale: si tratta di specie pregiate di predatori. Ma per allevare un predatore, pesce o gambero che sia, ci vogliono altri pesci o comunque proteine. Il risultato è che per ottenere 1 chilogrammo di pesce di acquacoltura possono servire anche più di 25 chili di altri pesci, in funzione della specie allevata  e del tipo di pesce che si usa per fare la farina che serve da mangime. In altre parole, è più facile che l'acquacoltura aumenti la distruzione delle risorse ittiche e non che serva a risolvere il problema della pesca eccessiva: un esempio particolarmente negativo è quello dell'allevamento del salmone.

Quanto alla soluzione del problema della "fame nel mondo", la scelta di indirizzare l'acquacoltura verso specie pregiate ci suggerisce che gran parte della produzione è evidentemente destinata ai mercati più ricchi - Nord America, Europa, Giappone - e non a risolvere il deficit di proteine di troppe popolazioni rurali in crisi di dipendenza alimentare.

I problemi dell'acquacoltura non si limitano alla sottrazione di risorse alimentari. Le condizioni di allevamento intensivo, ad esempio, sono facile causa di insorgere di malattie contagiose che vengono contrastate con l'uso massiccio di sostanze chimiche, inclusi antibiotici. Le conseguenze sono varie, ma il risultato spesso è sempre lo stesso: l'impianto deve abbandonare il sito, ormai trasformato in una landa desolata. L'esempio più nefasto è quello dell'acquacoltura dei gamberoni tropicali.

In conclusione, da attività di sussistenza integrativa l'acquacoltura si è trasformata in un sistema di distruzione ambientale, con impatti ecologici, sociali ed economici non secondari. E forse non è un caso che i sistemi di etichettatura dei prodotti ittici che si stanno diffondendo sul mercato non affrontano ancora la questione della produzione industriale di acquacoltura: tecnicamente, sarebbe piuttosto semplice - in fondo gli impianti non navigano in alto mare - ma il risultato sarebbe una sonora bocciatura.