Skip navigation.

 

QUANTI RISCHI IN ARIA ‘PROTETTA’!

Nonostante le belle parole del testo dell’Accordo sul Santuario - siglato da Italia, Francia e Monaco -,le minacce sul Santuario non sono mai state ridotte. Anzi sono addirittura aumentate:

  • pesca: i cetacei possono essere accidentalmente uccisi dagli attrezzi di pesca, come le reti derivanti, talvolta usate nel Santuario da francesi e italiani. Per anni, infatti, la Francia ha, difeso le “thonnailles”, reti derivanti usate per la pesca al tonno che spesso catturano esemplari molto piccoli;
  • inquinamento chimico e organico: non solo non sono state adottate misure per la riduzione dell'inquinamento nell'area del Santuario, ma l’Italia ha addirittura autorizzato la realizzazione di un sito industriale - il rigassificatore offshore di Livorno/Pisa - che verserà direttamente in mare i suoi scarichi;
  • traffico navale: nel Santuario c'è un intenso traffico marittimo, comprese le navi veloci per il trasporto passeggeri, con alto rischio di collisione con i cetacei. Inoltre, il Santuario ospita una delle aree più pericolose per la navigazione - le Bocche di Bonifacio - in cui transitano a folle velocità navi con carichi pericolosi e bandiera ombra;
  • inquinamento acustico: i suoni emessi in mare dalle attività umane sono un potenziale disturbo per i Cetacei. Questi suoni possono essere causati dalle navi (o da test acustici) o provenire da attività (ad esempio edilizie) sulla costa. Il litorale del Santuario è già molto urbanizzato ma lo si vuol cementificare ancora di più: esistono progetti faraonici per l’allargamento del litorale a Monaco/Montecarlo;
  • whale watching non regolamentato: se condotta in modo scorretto, l'osservazione dei cetacei è uno stress a volte insostenibile per la specie. Forse non è un caso se le attività di whale watching nel Santuario sono in diminuzione mentre in tutto il mondo quest’industria ha un fatturato in vertiginoso aumento.


LA SOLUZIONE: UNA RISERVA MARINA NEL SANTUARIO

Italia, Francia e Monaco devono impegnarsi a difendere davvero il Santuario. Le minacce devono essere affrontate con una legislazione specifica, con un reale monitoraggio che aiuti anche a prevenire gli impatti sul Santuario e con controlli mirati che colpiscano chi mette in pericolo i cetacei e tutto quest’ecosistema.

In generale, il Santuario dovrebbe essere il motore di un ripensamento delle attività umane, incluse quelle industriali, che hanno effetti sul mare. In quest’area si dovrebbero sperimentare approcci innovativi, convogliando risorse e generando occupazione e innovazione con l’obiettivo di eliminare o minimizzare le minacce che incombono sui Cetacei, di passare dallo sfruttamento selvaggio delle risorse (con poche regole e non rispettate) a una gestione che garantisca la salvaguardia dell’ecosistema.

In particolare, come promesso nelle più importanti sedi internazionali, deve essere istituita al più presto una rete di Riserve Marine, per tutelare una porzione significativa del Mediterraneo. Queste non devono essere “parchi di carta” com’è oggi il Santuario, ma aree veramente tutelate, dove siano vietati il prelievo delle risorse e l’immissione di sostanze pericolose. Greenpeace propone di realizzare una rete di Riserve Marine in altura che tuteli il 40% del Mediterraneo e che comprenda anche il Santuario dei Cetacei.

Secondo il Regolamento per la Pesca nel Mediterraneo, entro la fine del 2008 l’Italia e la Francia avrebbero dovuto indicare alla Commissione Europea una serie di “zone di pesca protette”, anche in acque internazionali, in cui vietare questa attività. Non risulta che l’Italia abbia fornito alcuna indicazione ma parrebbe logico includere in quest’elenco anche un’area protetta come il Santuario. Rinunciare allo sfruttamento di grandi aree non è facile, ma un’ampia rete di riserve marine è un investimento necessario per evitare che, come è già successo, dopo il disastro siano adottati provvedimenti ben più drastici.