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Il caso forse più scandaloso di pesca illegale, al di fuori di ogni regola, è quello delle "spadare". Le spadare sono un tipo di rete pelagica derivante di cui esistono diverse "versioni", comunque vietate, usate dai pescatori del Mediterraneo. Si tratta di reti che vanno alla deriva in alto mare, spesso in acque internazionali e non catturano solo il pesce spada, come suggerirebbe il nome, ma spaziano dalla sardina alla balena. La rete alla deriva, infatti, non è tesa e gli animali che nuotano nei pressi generano correnti che "attirano" la rete che fatalmente intrappola tutto quel che si sposta nelle sue vicinanze. Per questo motivo le spadare sono state chiamate "muri della morte".

Le reti pelagiche derivanti sono l'unico attrezzo da pesca vietato da una risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (UNGA Res. n. 44/255 e n. 46/215) e, dopo una dura battaglia degli ambientalisti, anche dall'Unione europea (Reg. CE/1239/1998). Dopo il bando dell'Ue, sono state spese milioni di euro come indennizzo a chi faceva una pesca comunque illegale, ma dopo una iniziale diminuzione delle attività c'è stata una nuova espansione dei muri della morte. Nel 2004 Greenpeace ha documentato la ripresa di questa pesca illegale in un rapporto e a maggio 2006, una nutrita flottiglia di imbarcazioni sospette è già arrivata negli stessi siti monitorati allora.

Alla fine degli anni '90, le spadare italiane pescavano in gran parte del Mediterraneo. La distribuzione di questa pesca illegale oggi non è ancora chiara. Secondo alcune stime, esistono almeno un centinaio di spadare, ma potrebbero però essere molte di più.

Le ragioni di questa ripresa sono molteplici. Ad esempio, contrariamente a quanto suggerito da Greenpeace, i soldi della riconversione sono stati erogati "a pioggia" e non per riacquistare le reti dai pescatori: le reti sono infatti rimaste in circolazione e ci sono sospetti concreti che esse siano state vendute all'estero. Greenpeace ha dimostrato che alcuni pescatori che hanno ricevuto indennizzi continuano comunque a pescare con le spadare: i soldi della riconversione sono stati usati anche per comprare nuove reti o per armare nuove imbarcazioni?

D'altra parte, i controlli in porto sono occasionali mentre quelli in altura sono costosi e complicati e il deterrente è minimo:

  • chi pesca con le spadare rischia al massimo una multa di circa tremila euro. Le reti possono essere confiscate ma di solito sono affidate in custodia agli stessi pescatori!
  • la presenza di imbarcazioni che hanno reti illegali a bordo è tollerata nei porti italiani. Greenpeace ha documentato l'indifferenza delle Autorità davanti a questo fenomeno. Tra l'altro, si sostiene che le reti possono essere sequestrate solo se se ne dimostra l'uso, nonostante ne sia vietata anche la detenzione;
  • il governo Berlusconi non solo ha emanato numerosi decreti (alcuni poi bloccati dal Tar) per rendere più difficili i controlli e per coprire questa pesca illegale, ma ha anche presentato a Bruxelles proposte per legalizzare in qualche modo le spadare.

Grazie alla manifesta tolleranza delle Autorità italiane, insomma, oggi le spadare pescano ovunque, anche nel Santuario dei Cetacei del Mar Ligure. Lo testimoniano gli 800 chilometri di reti "sequestrate" l'anno scorso dalla Guardia Costiera. Il caso delle spadare è una vergogna per tutta la pesca italiana.

Riserve marine. L'unica grande rete da incentivare

Chi pesca in modo illegale non danneggia solo economicamente quelli che rispettano le norme: a rischio è l'immagine di tutta la categoria. Se non si riesce a far rispettare una legge così chiara come il divieto delle spadare vuol dire che nella pesca italiana è possibile fare di tutto. Oggi vengono erogati milioni di euro in contributi che potrebbero essere usati per una gestione sostenibile della pesca. In Italia non esiste ancora un efficace ufficio di statistiche della pesca, sebbene fosse previsto da una legge degli anni Ottanta. Perché chi pesca illegalmente, o detiene a bordo attrezzi fuori legge, non può essere fermato, ritirando temporaneamente, e in caso di recidiva in modo permanente, la licenza di pesca? Noi vogliamo che i pescatori continuino a lavorare mescolando tradizione a innovazione, in modo sostenibile ed equo. E crediamo che senza una rete di aree protette quest'obiettivo sia irraggiungibile.