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Breve cronologia

Il problema di come gestire l'aspetto dei rischi legati al consumo di OGM viene affrontato per la prima volta in una riunione FAO/WHO del 1990, riunione cui presero parte solo rappresentanti di stato e dell'industria  (4).  Nel rapporto della riunione non si parla esplicitamente di sostanziale equivalenza ma si suggerisce che gli alimenti GM, pur presentando aspetti di reale "novità", sono il prodotto di un'estensione marginale delle tecniche tradizionali volte ad ottenere varietà con caratteristiche particolari. Questa contraddizione (innovazione per un verso e non-innovazione per l'altro), nasce dalla volontà di soddisfare gli interessi delle industrie le quali stavano chiedendo da una parte un'estensione delle leggi sulla proprietà intellettuale che gli permettesse di brevettare gli OGM (e quindi, in questo senso, che gli OGM fossero considerati una innovazione) e, dall'altra, spingevano perchè gli stessi OGM non fossero "nuovi" abbastanza da comportare anche nuovi rischi per la salute pubblica o dell'ambiente (e quindi, in questo senso, che non fosse prevista una valutazione del rischio particolare).

In sostanza: le multinazionali biotech volevano che gli organismi legislativi le aiutassero a convincere i consumatori della sicurezza dei nuovi alimenti GM e che, nel contempo, fossero sancite regole che ne facilitassero la diffusione sul mercato; i governi volevano un approccio alla regolamentazione degli OGM che trovasse un consenso internazionale e non inibisse lo sviluppo delle proprie industrie biotecnologiche; la commissione FAO/WHO si è espressa in modo che gli alimenti GM fossero trattati come le loro controparti tradizionali e valutati principalmente attraverso la comparazione con queste ultime. Ulteriori test, da decidere caso per caso, sarebbero stati richiesti solo alla luce di dati che dimostrassero la presenza di differenze significative.

Nel 1993, poco prima che gli alimenti GM venissero immessi sul mercato, l'OECD introduce ufficialmente il concetto di sostanziale equivalenza (2 e 3). Il documento dell'OECD afferma testualmente che: "per alimenti e componenti alimentari derivati da organismi sviluppati attraverso l'applicazione della moderna biotecnologia, l'approccio più pratico alla determinazione (del rischio) è quello di considerare se essi sono sostanzialmente equivalenti ai prodotti analoghi già esistenti… Il concetto di sostanziale equivalenza sposa l'idea che gli organismi esistenti usati come alimento, o come fonte alimentare, possono essere usati come termine di paragone quando si debba valutare la sicurezza del consumo umano di un alimento o di una componente alimentare che sia nuova o che sia stata modificata".

Questa affermazione è ciò che di più simile esiste ad una definizione ufficiale del concetto sostanziale equivalenza: un po' vaga per servire alla elaborazione di una politica per la salute pubblica.

Nel 1996 la WHO/FAO fa proprio questo principio raccomandando che " la valutazione del rischio basata sul principio di sostanziale equivalenza venga applicata per stabilire la sicurezza degli alimenti e delle loro componenti derivate da organismi geneticamente modificati" (4).

Bibliografia

1. Strategies for assessing the safety of foods produced by biotechnology, WHO, Geneva, 1991
2. Safety Evaluation of Foods Derived Through Modern Biotechnology: Concepts and Principles OECD, Paris, 1993
3. Food Safety Evaluation, OECD, Paris, 1996
4. Biotechnology and Food Safety, Report of a Joint FAO/WHO Consultation, Rome, 1996. Vd anche: OECD's Task Force for the Safety of Novel Foods and Feeds, 1999, http://www.oecd.org/ehs/food/index.htm

Oltre la sostanziale equivalenza (1)

Gli alimenti GM classificati come "sostanzialmente equivalenti" sono sollevati da test di sicurezza estensivi, sulla base dell'assunzione di una loro presunta corrispondenza con gli alimenti non-GM. Per anni, l'applicazione di questo principio ha reso possibile evitare l'etichettatura degli alimenti GM e ne ha permesso l'entrata in commercio sulla base di informazioni considerate sufficienti a garantirne la sicurezza per i consumatori.

Il concetto di sostanziale equivalenza non è mai stato definito in modo appropriato; l'entità della differenza tra gli alimenti tradizionali e le loro controparti geneticamente modificate, nonchè i limiti oltre i quali certe differenze implicano una non-equivalenza, non sono definiti in alcun documento ufficiale né rispetto ad essi esiste un accordo a livello di Autorità legislative. Questa indeterminatezza rende l'applicazione del concetto molto funzionale alle industrie ma assolutamente inaccettabile per i consumatori e la sua rilevanza ai fini delle politiche di valutazione del rischio ha rappresentato un ostacolo concreto allo sviluppo di ulteriori ricerche volte ad approfondire i rischi potenziali del consumo di alimenti transgenici.

Allo stesso tempo, l'applicazione di tale dogma ha reso possibile una legislazione che permette alle industrie la commercializzazione rapida e facile di OGM, grazie al superamento delle restrizioni imposte alla commercializzazione dei farmaci, dei pesticidi e degli additivi attraverso norme che obbligano i notificanti a test tossicologici molto più accurati e all'acquisizione di dati approfonditi. Un iter di questo tipo è stato fortemente osteggiato dalle multinazionali agroalimentari, perché la sua attuazione avrebbe ritardato la commercializzazione degli OGM di almeno 5 anni e avrebbe implicato una spesa supplementare elevata per sostenere la R&D. Esso, inoltre, avrebbe ostacolato la diffusione di alimenti GM rendendo marginale il loro ruolo dietetico.

Con l'adozione del concetto di sostanziale equivalenza, si è permesso all'industria agroalimentare di introdurre sul mercato i suoi prodotti GM senza alcun test tossicologico che ne comprovasse un accettabile margine di sicurezza, subordinando tali riscontri alla eventuale scoperta, anche successiva, di differenze che giustificassero un trattamento diverso.

La sostanziale equivalenza implica la possibilità di estrapolare l'identità GM/non-GM attraverso la comparazione di un numero limitato di dati quantitativi riferiti alla composizione chimica. Ma la scienza non è ancora in grado di estrapolare la biochimica di un OGM ed i suoi eventuali effetti tossicologici a partire dalla semplice conoscenza della sua composizione chimica. Le relazioni tra la genetica, la composizione chimica ed il rischio tossicologico sono sconosciute e, pertanto, la sostanziale equivalenza rimane una pia illusione, né si può pensare che il suo uso sia in grado di permettere una reale previsione sulla sicurezza o meno di un determinato prodotto.

Il caso della soia GM tollerante al glifosato [ GTSBs ] illustra il modo in cui il concetto è stato usato nella pratica. La composizione chimica della GTSBs è ovviamente diversa da quella delle varietà non-GM perché, altrimenti, la linea transgenica non sarebbe resistente all'erbicida e non potrebbe essere brevettabile. È abbastanza semplice distinguere in laboratorio le caratteristiche biochimiche che rendono diversa la soia GM dalla sua controparte tradizionale e, ciò non di meno, essa è stata dichiarata sostanzialmente equivalente alla soia non-GM assumendo che le differenze genetiche e biochimiche note fossero insignificanti sotto l'aspetto tossicologico. Ci si è quindi concentrati su un limitato numero di variabili composizionali e la GRSBs è stata giudicata sostanzialmente equivalente perché non sono state riscontrate differenze significative a carico di queste variabili. Ma un tale giudizio non è credibile. Infatti, nonostante si sappia da circa 10 anni che l'applicazione dell'erbicida glifosato cambia in misura significativa la composizione chimica dei semi di soia (2,3), tutte le valutazioni sono state fatte su campioni di GTSBs non trattati con glifosato: ovvero, i campioni esaminati non erano quelli che vengono consumati come alimento! Se le analisi fossero state fatte su campioni trattati con erbicida, non sarebbe stato possibile affermare la loro sostanziale equivalenza e la GTSBs non avrebbe potuto essere commercializzata.

In sostanza, quello di "sostanziale equivalenza" è un concetto pseudo-scientifico, un giudizio commerciale e politico mascherato in modo da sembrare scientifico. Esso è, inoltre, anti-scientifico perché creato principalmente al fine di giustificare l'assenza di test biochimici o tossicologici. Ha inoltre l'effetto di scoraggiare e limitare una ricerca scientifica potenzialmente informativa e, per di più, viene anche scavalcato nella sua stessa essenza e nell'ambito della sua applicazione (come dimostra il caso del GTSBs).

La procedura di approvazione alla commercializzazione basata sul principio di sostanziale equivalenza è stata recentemente criticata e rifiutata da importanti organismi scientifici tra cui l'US National Academy of Science, la Royal Society (Canada) e l'Uk Medical Research Council. Recentemente gli stessi esperti della FDA hanno espresso serie preoccupazioni circa la sicurezza degli alimenti GM.

Bibliografia

1. Bowers, J. et al. Science 285, 1562-1565 (1999)
2. Phytoestrogen and GM Soy. Lappe,M,Baily,B,Chilress,C,and Setchell, K "Alterations in clinically important phytoestrogens in genetically modified herbicide-tolerant soybeans" 1999 J Medicinal Food 1,1
3. Taylor,N,Fuchs,R,MacDonald,j,Shariff,A,and Padgette,S "Compositional analysis of glyphosate tolearant soybeans treated with glyphosate" J AgricFood Chem 1999,47,4469

Principio precauzionale

Il principio precauzionale è stato stabilito a livello internazionale dalla Conferenza di Montreal sulla Biodiversità. È essenzialmente un accordo sulla necessità di fornire dati scientifici che provino la sicurezza per la salute umana, animale e dell'ambiente delle colture GM come condizione per la loro immissione sul mercato internazionale. Il principio precauzionale dovrebbe sostituire la sostanziale equivalenza nella valutazione del rischio ma le pressioni per trasformarlo in una variante di quest'ultima sono ancora molto forti, mentre si accumulano le prove scientifiche sui rischi connessi a colture GM già largamente diffuse.

L'assunzione che un alimento GM è sicuro se risulta sostanzialmente equivalente alle sue controparti tradizionali avrebbe un senso solo nel caso in cui l'ingegneria genetica non implicasse la presenza di sostanze impreviste e di difficile individuazione. E anche in questo caso, basare una valutazione del rischio su una semplice assunzione non sarebbe scientificamente corretto.

L'assunzione di sostanziale equivalenza è basata su una visione riduzionista della genetica, cioè sulla convinzione - proposta dai biotecnologi, ma ampiamente contraddetta dalla ricerca di base - che aggiungere un nuovo gene ad un organismo equivale solo ad aggiungergli una nuova caratteristica. Il paradigma da cui scaturisce una tale concezione è oggi ampiamente superato: i geni, infatti, non sono semplici portatori di proprietà né agiscono come monadi, indipendentemente dal proprio ambiente. Al contrario, l'effetto dell'attività di un gene è un'espressione delle complesse interrelazioni funzionali che lo legano a tutti gli altri. Questo significa che l'inserimento di un gene (tanto più se estraneo) in un organismo può esplicitarsi con modalità sistemiche e non prevedibili, inclusa la produzione di sostanze inattese. Questa circostanza è inerente alla modificazione dell'equilibrio genetico che concerta le attività di ogni cellula.

Perché l'ingegneria genetica può causare la comparsa di sostanze impreviste?

Il secondo punto che va sottolineato è che la stessa inserzione artificiale di un transgene (oltre che la attività), può interferire fisicamente con l'espressione dei geni adiacenti alla zona d'inserimento. Una volta inserito in una cellula, infatti, il gene è incorporato nel genoma in modo casuale (randomly spliced), ma sempre in regioni attive dove ne è possibile l'espressione. L'inserimento può impedire, deprimere o stimolare l'espressione dei geni associati alle regioni attive del DNA dell'ospite ed è quindi in grado di influire anche su caratteristiche legate con la comparsa di sostanze impreviste.

I motivi cui è legata la possibilità che negli organismi GM compaiano sostanze allergeniche o tossiche possono essere ricondotti ai seguenti aspetti principali:

  • Al fatto che tecniche attuali non permettono un'inserzione mirata dei geni estranei nel genoma ospite implicando la possibilità che la struttura (e quindi la funzionalità) di geni endogeni correlati al sito di inserzione venga disturbata. Questa possibilità è resa più concreta dalla necessità di inserire i geni estranei in zone del DNA molto attive per quanto riguarda l'espressione genetica.
  • Al fatto che i promotori, che sono sequenze di regolazione sempre associate al transgene strutturale, possono interferire con l'espressione genetica a vari livelli. Inoltre, all'insieme promotore-gene strutturale sono spesso associate altre sequenze regolatrici, dette enhancers, che stimolano notevolmente l'espressione del transgene ma che possono avere lo stesso effetto anche sull'attività dei geni nativi circostanti, addirittura riattivando quelli normalmente disattivati in un certo tessuto o gruppo di cellule differenziate. Per questo motovo non si può escludere, per esempio, che geni codificanti per proteine dannose espresse normalmente solo nelle parti non edibili di una pianta, possano risvegliarsi e determinare la sintesi di queste sostanze anche in tessuti edibili e normalmente innocui. Il complesso promotore-enhancer, quindi, può influire sui delicati meccanismi che concertano l'attività genetica influenzando la biochimica cellulare in modo imprevedibile.
  • Nella maggior parte dei casi il gene inserito non appartiene alla stessa specie dell'organismo ospite. Non c'è modo di sapere come l'organismo reagirà alla presenza di una proteina estranea, né come questa influenzerà il metabolismo e la biochimica cellulare. Anche questo può generare effetti imprevisti.
  • L'effetto di un gene dipende dal contesto in cui si trova. In un ambiente nuovo è attualmente impossibile prevederlo.
  • La maggior parte delle proteine estranee inserite in organismi edibili non hanno mai fatto parte dell'alimentazione umana. Quindi non è possibile prevedere se l'alimento è sicuro se non attraverso una valutazione estensiva del rischio alimentare.
  • Anche se la tipologia dei geni utilizzati attualmente rende questa categoria di fenomeno di rischio meno probabile delle altre, non si può escludere la possibilità che nel DNA inserto possano finire, inavvertitamente, delle sequenze di regolazione in grado di provocare complicazioni impreviste. La presenza di una sequenza di DNA inserito con attività di regolazione impreviste e in grado di influire anche sull'attività di altri geni, può manifestarsi con effetti diversi tra i quali la produzione di sostanze pericolose.
  • L'ingegneria genetica porta alla produzione di "proteine di fusione" che possono risultare allergeniche. Queste proteine si generano da legame di sequenze di DNA che provengono da diverse sorgenti; la regione in cui le proteine vengono unite tende ad assumere conformazioni molto diverse da quelle originarie e pittosto differenti da quelle che si riscontrano nelle proteine naturali. Tali conformazioni anomale possono essere facilmente riconosciute come "epitopi" dal sistema immunitario e sono quindi in grado di indurre una risposta allergica alla proteina.

Anche tra le sostanze note prodotte da alcune linee transgeniche, ovviamente, ce ne sono alcune che possono risultare tossiche o allergeniche.

D'altra parte, se un certo numero di complicazioni biochimiche impreviste a carico del metabolismo di piante transgeniche è stato già riscontrato e documentato, a causa della politica industriale portata ad esagerare i vantaggi del biotech ed a oscurare tutto ciò che ne evidenzi i rischi, c'è il sospetto che molti dati possano non essere stati riportati. Un esempio che giustifica questa affermazione, è quello della scoperta di danni intestinali in topi nutriti con pomodori transgenici FlavrSavr. I risultati di questa ricerca, portata avanti dagli stessi scienziati della FDA e volta a valutare l'eventuale necessità di introdurre test più approfonditi per la valutazione del rischio legato alla commercializzazione degli OGM, avevano motivato la richiesta di ulteriori test per valutare i dati emersi dal primo studio: ma tale richiesta non ha avuto alcun seguito e gli esperti della FDA conclusero, quindi, che i dati presentati dalla compagnia non erano sufficienti a dimostrare la sicurezza dell'OGM e che diverse domande restavano aperte. Nonostante questo, la FDA non solo ha approvato il pomodoro ma ha addirittura dichiarato che, le questioni rilevanti ai fini della valutazione di sicurezza della linea transgenica scelta per questa verifica generale risultavano risolte in modo tanto soddisfacente da non rendere necessarie indagini più rigorose per nessuno dei successivi alimenti GM. La cosa venne fuori un anno dopo, quando, nel corso di una causa contro la FDA, uscì fuori un documento confidenziale che descriveva questa vicenda [ vedi: http://www.psrast.org/fdalawstmore.html ].

Altro caso del genere è quello relativo all'ormone ricombinante della crescita bovina, alla dichiarazione della sua equivalenza con la sua controparte tradizionale e alla successiva scoperta di differenze capaci di modificare le proprietà e gli effetti di questa proteina (Violand BN et al. Protein Science. 3:1089-97, 1994).

Tra le pubblicazioni scientifiche che dimostrano la presenza di effetti imprevisti a carico delle piante GM, se ne possono ricordare alcune.

Per esempio: una linea di tabacco GM per produrre l'acido gamma-linoleico che ha inaspettatamente prodotto principalmente acido octadecatetranico tossico e non esistente nelle varietà naturali (Reddy SA, Thomas TL. Nature Biotechnology, vol 14, sid 639-642, May 1996); una linea di lievito GM per aumentare la fermentazione che ha prodotto un metabolite imprevisto (il metyl-glyoxal) in quantità tossiche e mutagene (Inose, T. Murata, K. Int. J. Food Science Tech. 30: 141-146, 1995); una linea di soia GM con un gene proveniente dalla Noce Brasiliana che ha determinato reazioni allergiche in persone non sensibili alla soia tradizionale (Nordlee, J.A. et al. The New England Journal of Medicine 14: 688-728; 1996); una linea di patate GM con un gene proveniente dal Bacillus thuringiensis (gene CryI var. kurstaki, ceppo HD1) che ha provocato danni intestinali a topi ( Nagui H. Fares, Adel K. El-Sayed. Natural Toxins Volume 6, Issue 6, 1998. Pages: 219-233); il caso drammatico del triptofano prodotto da un ceppo batterico ingegnerizzato che è stato responsabile della morte di 35 persone e dell'invalidità di altre 1500 (Mayeno, AN et al Tibtech 12:364, 1994).

Valutazione del rischio: dalla sostanziale equivalenza al principio precauzionale

A questo punto vale la pena di chiedersi quale sia la possibilità di stimare il rischio della comparsa di sostanze pericolose legate all'uso dell'ingegneria genetica di piante e altri organismi.

Poichè il rischio è la probabilità che un pericolo si manifesti, nessuno può prevederlo con certezza assoluta ma solo con un margine che dipende dall'accuratezza della valutazione. E questa, a sua volta, dipende dal numero di informazioni disponibili in un certo momento, dalla loro qualità e dalla correttezza della loro interpretazione.

Nel caso specifico, non è possibile valutare il rischio derivante da alimenti GM con un alto grado di accuratezza per una serie di motivi:

  • La conoscenza del DNA, in particolare del controllo genetico delle funzioni cellulari, è incompleta.
  • Gli esperimenti sugli OGM sono stati limitati ad alcuni alimenti GM da essi derivati ed, inoltre, non ci sono quasi studi sugli affetti a lungo termine che essi possono avere sull'organismo umano. Questo significa che, per esempio, tutte le sostanze con potenziali effetti riproduttivi o cumulativi non sono state valutate.
  • Gli alimenti GM sono entrati nell'alimentazione umana da pochi anni e, quindi, non è ancora possibile valutare gli effetti di un'esposizione a lungo termine. D'altra parte, anche gli studi sui possibili effetti di breve e medio periodo sono molto scarsi e l'assenza di un'etichettatura rende molto difficile il confronto tra campioni di popolazione caratterizzati da diversi livelli di esposizione alimentare.

In generale, quindi, la conoscenza scientifica e le informazioni disponibili non sono sufficienti a valutare la probabilità che negli alimenti GM si generino sostanze pericolose ma sono sufficienti per ipotizzare che tale probabilità non sia marginale come si è sostenuto in passato.

È necessario pertanto mettere a punto test di sicurezza adeguati a minimizzare il rischio e, sotto questo aspetto, l'iter di valutazione degli alimenti GM dovrebbe avvicinarsi a quello cui sono soggette le sostanze farmacologiche, anche se va tenuto conto di una serie di differenze molto importanti.

Per esempio:

  • mentre la conoscenza delle proprietà chimiche di un farmaco permettono di prevedere con un certo margine di sicurezza quale tipologia di effetti dannosi può derivare dal suo utilizzo, nel caso degli alimenti GM non ci sono dati che aiutino a decidere se una sostanza imprevista possa essere tossica, allergenica, carcinogenica, mutagenica o pericolosa in qualche modo;
  • inoltre, mentre nelle sperimentazioni mediche di un farmaco si possono esporre i soggetti a dosi più elevate di quelle usate clinicamente, questo non si può fare con gli alimenti senza indurre dei gravi squilibri nutrizionali.

Per questi motivi è più facile individuare gli effetti pericolosi di un farmaco che non di un alimento GM e, comunque, circa il 3% dei farmaci immessi sul mercato sono stati ritirati perché hanno prodotto effetti pericolosi solo in seguito all'uso su larga scala, mentre l'uso del 10% è andato soggetti a forti restrizioni dopo la scoperta di effetti collaterali non riscontrati in corso di sperimentazione. E questo a fronte di un iter sperimentale e di valutazione del rischio che si serve di protocolli molto accurati, rigorosi e costosi.

Il problema più grosso nell'attuazione di test tossicologici, è di mettere in evidenza gli effetti a lungo termine. Se questo è vero nel caso dei farmaci, lo è a maggior ragione in quello degli alimenti GM per cui la valutazione di rischio è notevolmente meno accurata e problematica. L'unico modo di minimizzare il rischio legato al consumo di questi alimenti, è quello di effettuare test a lungo termine sia su animali che sugli uomini (vd http://www.psrast.org/jfreqtst.htm ) seguiti da un monitoraggio premarketing, della durata di almeno 2-3 anni, su campioni di popolazione sufficientemente grossi (2.000.000-3.000.000). Questo approccio minimezzerebbe ad un rischio residuale la probabilità di imprevisti effetti dannosi a lungo termine.

Di seguito vengono riassunte le differenze tra una valutazione del rischio basata sulla sostanziale equivalenza e una tipologia di valutazione rigorosa che rispetti i termini del principio precauzionale:

Valutazione basata sulla sostanziale equivalenza:

  • Basata sull'assunzione non verificata di una equivalenza tra ingegneria genetica e incrocio. Se non ci sono differenze ovvie tra il prodotto in esame e la sua controparte naturale (aspetto, gusto, certe proprietà chimiche e nutrizionali) si assume la loro equivalenza e non si reputano necessari altri test.
  • Gli alimenti che sono sostanzialmente equivalenti relativamente a certe caratteristiche devono essere testati come segue:
    • Test a breve termine su animali (non richiesti esplicitamente) con valutazione dell'influenza sul tasso di crescita e su analoghi sintomi generali e superficiali;
    • Nessuna richiesta di test di lungo periodo
    • Nessuna richiesta di test su esseri umani
    • Valutazione dell'allergenicità basta sull'analisi biochimica dell'allergene

Valutazione basata sulla conoscenza scientifica:

  • Basata sul fatto scientifico che esiste una sensibile differenza tra ingegneria genetica e incrocio. A causa dell'inserzione di geni estranei possono verificarsi cambiamenti metabolici imprevisti che portano alla comparsa di sostanze pericolose che devono essere individuate attraverso test specifici.
  • Nessun alimento può evitare test rigorosi sulla base della comparazione di qualche caratteristica selezionata o per alcun altro motivo. Un organismo GM potrebbe essere identico alla sua controparte tradizionale in tutto tranne che per una sola sostanza pericolosa e quindi sono sempre necessari i seguenti test:
    • Test di breve periodo su animali attraverso analisi degli effetti sulla condizione fisica delle cavie per l'individuazione di effetti dannosi immediati;
    • Test rigorosi di lungo periodo su animali per l'individuazione delle sostanze pericolose ad azione lenta;
    • Test rigorosi di lungo periodo su uomini, perché gli animali non rappresentano sistemi affidabili per l'individuazione di tutte le sostanze pericolose per l'uomo;
    • Test di allergenicità per gli uomini a breve e lungo termine perché le analisi biochimiche, da sole, non sono indicatori sufficienti e nemmeno lo sono i test sugli animali.

L'utilizzo di una valutazione di rischio basata su fatti scientifici, l'unica capace di implicare un rischio marginale nell'utilizzo di alimenti GM, avrebbe costi enormemente superiori a quella utilizzata attualmente, aumenterebbe notevolmente i tempi necessari ad ottenere le autorizzazioni e la probabilità che queste non vengano concesse. Renderebbe, inoltre, gli alimenti GM molto più costosi di quelli tradizionali e, quindi, poco accessibili per i consumatori. Tutto ciò ha indotto le multinazionali biotech ad una strenua difesa della sostanziale equivalenza ed ha, contemporaneamente, permesso l'attuazione di una normativa che mette in pericolo la salute dei consumatori di tutto il mondo.

Una società in cui i governi e gli organismi responsabili non antepongono la salute pubblica agli interessi economici delle multinazionali, non può essere considerata "civile e democratica". È per questo che è necessario richiamare gli organi decisionali ai propri doveri istituzionali, chiedendo che tutti gli alimenti approvati e commercializzati sulla base del principio di sostanziale equivalenza vengano dichiarati rischiosi fino a prova contraria e ritirati dal mercato. E, anche qualora tali alimenti o prodotti dovessero essere approvati sulla base del principio precauzionale, essi devono essere etichettati per non ledere il diritto dei consumatori di scegliere se acquistarli o meno.

Per ulteriori informazioni su questo argomento visita anche il sito: http://www.psarst.org