Il disastro di Bhopal, 30 anni dopo | Greenpeace Italia
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Trent’anni fa il disastro di Bhopal

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News - 2 dicembre, 2014
A mezzanotte e cinque del 3 dicembre 1984, quaranta tonnellate di una miscela di gas letali fuoriuscirono dall'impianto di produzione di pesticidi della Union Carbide a Bhopal, in India.

Venticinquemila morti: il più grande disastro chimico della storia. Perfino dopo trent’anni gli effetti negativi sulla popolazione continuano ad essere notevoli. Non vi è stata una effettiva bonifica del sito dai rifiuti tossici.

Dal 1977 al 1984 la "bella fabbrica" - come veniva definito lo stabilimento della Union Carbide a Bhopal – ha prodotto l'Experimental Insecticide Seven Seven, l'Insetticida sperimentale sette, detto Sevin, un veleno dall'odore di cavolo lesso. L'obiettivo era sfornarne trentamila tonnellate l'anno.

Il sevin si produceva a partire dal Mic. Isocianato di metile. Una molecola talmente "irascibile" da scatenare, al solo contatto con qualche goccia d'acqua o qualche grammo di polvere metallica, reazioni di incontrollabile violenza. Sull'etichetta è scritto "Pericolo mortale in caso di inalazione". 

Il disastro di Bhopal, spesso citato come uno dei 12 maggiori “ecocidi”, ha fatto storia come uno dei casi più esemplari di mancata assunzione di responsabilità da parte delle imprese. La Dow Chemicals, che rilevò la Union Carbide, è stata per questo motivo oggetto di ripetute richieste di risarcimento e bonifica da parte di Greenpeace. Non si sarebbe mai arrivati a quell’orrore, probabilmente, se l’azienda non avesse deciso di tagliare le spese di manutenzione dell’impianto. Sfortuna poi volle che quella notte il vento tirasse esattamente nella direzione del villaggio di baracche e casupole dove vivevano i lavoratori.

Appena un mese fa è arrivata inaspettata la notizia della scomparsa di Warren M. Anderson, l'ex presidente dell'azienda chimica statunitense Union Carbide, ricercato in India per il disastro di Bhopal. Latitante da anni, il manager novantaduenne è morto in Florida dove viveva dopo il suo pensionamento, protetto dagli Stati Uniti che non hanno mai concesso l’estradizione, nonostante le innumerevoli richieste del governo indiano. Anderson si recò sul posto quattro giorni dopo il disastro e venne immediatamente arrestato, ma uscì di prigione pagando una cauzione, lasciò il Paese e non vi fece più ritorno.

La storia degli anni successivi è quella di circa mezzo milione di residenti intossicati dalla fuga di gas e successivamente morti a causa di tumori e altre malformazioni. 

Otto ex dirigenti dell'impianto sono stati condannati a due anni di carcere e centomila rupie (circa duemila dollari) di multa. Circa cinquecento euro per ogni vittima, cento euro per ogni persona contaminata. Greenpeace, Amnesty International e le associazioni dei parenti delle vittime hanno sempre denunciato la mancata bonifica e il risarcimento inadeguato delle vittime. 

Bhopal rimane un caso esemplare di ingiustizia, per questo continuiamo a ripetere, anche in questo trentennale, MAI PIU' BHOPAL.

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