È finita come poteva, come doveva. Mi sembra dica così una canzone d'amore e così la nostra appassionata ricerca di un tentativo di salvare la Terra dal cambiamento climatico. Pochi soldi, forse. Nessun taglio certo alle emissioni, certamente. Un bilancio più deludente non potevamo farlo.

I protagonisti sono stati ancora questa notte i Paesi africani e i piccoli stati insulari. Ne ero convinto ieri pomeriggio quando sul treno che mi portava all'areoporto ho dovuto chiudere al volo un pezzo per “Famiglia Cristiana” (in edicola il prossimo giovedì) senza avere la palla di vetro per capire come finisse. Una delle novità di questo vertice, ho scritto, è che questi Paesi sono stati al centro dei negoziati. E presi in giro, potrei aggiungere oggi.

Poco dopo le 3 di notte è arrivato il no di Jan Fry, il rappresentante di Tuvalu che nei giorni scorsi aveva descritto in lacrime la minaccia climatica che pesa sul suo Paese. «Avete messo trenta denari sul tavolo per farci tradire il nostro popolo, ma il nostro popolo non è in vendita», ha detto Fry. Sono seguite decine di interventi, con molte critiche, tra cui quello del rappresentante del Sudan e del G77, che ha paragonato il tentativo di imporre l’accordo all’Olocausto, dicendo che condannerebbe il popolo dell’Africa all’incenerimento.