lunedì 14 gennaio 2013

Hay Point Coal Terminal © Tom Jefferson / Greenpeace

Ci sono molti modi per contrastare le politiche ambientali: il più semplice è quello di non firmare gli accordi internazionali. Nel caso, però, che l'accordo entri in vigore, sei fuori dai giochi. Che fare a quel punto? Facile, puoi trovare un amico che entri nell'accordo per sabotarlo. Qualcuno che faccia per te il lavoro sporco.

Sul tema del cambiamento climatico l'Australia ha fatto per molto tempo il lavoro sporco per conto degli Stati Uniti che non hanno mai aderito al Protocollo di Kyoto. Il Paese dei canguri è da sempre il capofila di un agguerrito gruppo di "amici delle fonti fossili", il cosiddetto Umbrella Group che include tra gli altri Canada, Giappone, Russia e ovviamente… gli Stati Uniti.
Per tutelare gli interessi dei poteri forti e, nello specifico, delle imprese di estrazione ed esportazione di carbone, che dall'Australia arriva anche in Italia, questi Paesi non hanno esitato a condannare il clima del pianeta.

Ma le cose cambiano, come il clima. E così, nelle scorse settimane in Australia la siccità ha raggiunto livelli paurosi. I termometri superano spesso i 47°C e l'Istituto di meteorologia ha cambiato le mappe per inserire colori che indicano temperature mai viste prima.

Prima d'oggi non avevano voluto credere a nessuno. Non a Greenpeace, non ai governi di Paesi preoccupati per il cambiamento del clima come gli Stati Insulari del Pacifico, o le Maldive, che rischiano di finire sott'acqua. Nemmeno agli esperti australiani come il professor David Karoly, dell'Università di Melbourne che ha dichiarato: "stiamo vedendo esattamente quello che avevamo previsto venti anni fa".

Solo ora, davanti a un disastro epocale, con almeno un morto e oltre 250 mila ettari di territorio carbonizzati e con un ciclone in arrivo sulle coste di Pilbara, il Primo Ministro Julia Gillard ha finalmente riconosciuto il legame con il cambiamento climatico. Nulla in confronto a quanto dichiarato venerdì da Craig Emerson, ministro per il Commercio (incluse le esportazioni di carbone…): "i tentativi di collegare la frequenza di eventi meteorologici estremi come le condizioni che hanno portato ai catastrofici incendi di questa settimana con il cambiamento climatico sono usualmente accolti con derisione. Ma stavolta sono scienziati con un'alta reputazione che stanno facendo questo legame. Ne dobbiamo prendere nota."

La reputazione del professor Karoly (autorevole esponente dell'IPCC, il Panel scientifico sul clima dell'ONU), che fino a ieri era tra quelli che facevano ridere, in questi giorni dev'essere aumentata molto. Oggi può permettersi di firmare, con numerosi colleghi, un appello promosso da Greenpeace e molte altre organizzazioni per chiedere, tra le altre cose, di bloccare l'aumento delle esportazioni di carbone ricordando che "le esportazioni di carbone sono il maggior contributo australiano al cambiamento climatico di cui gli australiani stanno soffrendo l'impatto adesso".

Speriamo che il governo australiano abbia imparato la triste lezione e che, riconoscendo le terribili conseguenze dei cambiamenti climatici, si impegni per accordi seri sul clima.    

 Alessandro Giannì,

 direttore delle Campagne