Ebbene sì, quello cui stiamo assistendo è una folle corsa all’ultimo tonno. Dal Mediterraneo agli oceani del mondo, i moderni pescherecci – vere e proprie industrie galleggianti – stanno facendo razzia di ogni tonno - e non solo - che incontrano sul loro cammino, mentre chi dovrebbe tutelare le risorse rimane a guardare.

È sotto gli occhi di tutti la crisi del tonno rosso del Mediterraneo. Anni di pesca eccessiva, e troppo spesso illegale, insieme a una gestione del tutto irresponsabile, hanno fatto sparire dalle nostre tavole uno dei pesci simbolo del nostro mare. Proprio in questi giorni si sta discutendo a Parigi del futuro del tonno rosso, che rischia di essere completamente compromesso dalla miopia di alcuni paesi del Mediterraneo, tra cui l’Italia. Il nostro paese, insieme a Francia e Spagna sta, infatti, spingendo con forza perché le quote non vengano ridotte, ma se manteniamo gli attuali livelli di pesca la garanzia di recuperare lo stock entro il 2022 è solo del 60%!


È così bassa la chance che vogliamo dare al tonno rosso di recuperarsi?


Quello che fa rabbia è che non siamo capaci di imparare dai nostri errori e continuiamo a ripeterli anno dopo anno, oceano dopo oceano. Non è ben diversa, infatti, la situazione della pesca al tonno più consumato sulle nostre tavole, quello in scatola!

Ma cosa c’è davvero nelle scatolette che ogni giorno acquistiamo al supermercato? Purtroppo - come dimostra una nostra recente indagine - è ben difficile saperlo. Solitamente sulla scatoletta troviamo un’etichetta assolutamente generica che informa ( o disinforma) i consumatori: “ingredienti: tonno”. E così nelle nostre scatolette può finire ogni volta una specie di tonno diversa, a volte anche mescolate insieme, e troppo spesso esemplari giovani di tonni, come il tonno obeso o pinna gialla, i cui stock stanno anch’essi iniziando a mostrare chiari segni di declino.

È quello che abbiamo trovato per esempio in scatolette di marche molto diffuse come Mare Aperto STAR o Nostromo, vendute sul nostro mercato, o in scatolette Riomare campionate in altri paesi. Il tonno che finisce in scatola, o dovremmo dire in “trappola”, viene, infatti (sovra)pescato in oceani lontani, come il Pacifico o Indiano, da super pescherecci che ne prelevano quantità enormi, utilizzando troppo spesso metodi assolutamente insostenibili, come i FAD, sistemi di aggregazione per pesci, che causano la morte non solo di giovani tonni ma anche di migliaia di squali e tartarughe ogni anno!


È ora di cambiare! Se i governi non si muovono, è responsabilità delle aziende - a partire da quelle più grandi - muovere il primo passo, evitando di comprare tonno pescato con metodi distruttivi. Vogliamo sapere che tonno viene messo nelle nostre scatolette e avere garanzie che proviene da una pesca sostenibile! Io non voglio essere resa complice “ignara” della distruzione delle risorse, e di tutto l’ecosistema marino. E tu?


Giorgia Monti

(Responsabile Campagna Mare, Greenpeace Italia)