Oggi a processo una trentina di attivisti per un’azione di protesta durata tre giorni presso la centrale di Porto Tolle, un mostro piantato nel mezzo del Delta del Po in una delle più importanti zone umide d’Europa.

La protesta del dicembre 2006 era motivata dal progetto di conversione a carbone della centrale a olio combustibile, che era stata mantenuta senza controlli ambientali per oltre vent’anni (motivo per cui sono stati condannati con sentenza definitiva i vertici dell’Enel, oltre che i dirigenti della centrale).

L’azione arrivava alla vigilia della presentazione del Piano dei permessi inquinamento (emissioni di CO2): il tetto proposto dal governo era di 209 milioni di tonnellate l’anno, ben oltre quanto stabilivano le linee guida europee (186). Nonostante le proteste di Greenpeace, il Piano veniva presentato. Pochi mesi dopo, la Commissione europea tagliava il Piano di oltre 13 milioni di tonnellate, dando parzialmente ragione alle richieste di Greenpeace e degli ambientalisti.

 

Quali le accuse mosse agli attivisti di Greenpeace? Interruzione di pubblico servizio e danneggiamenti. Sulla prima, va ricordato che nel dicembre 2006 la centrale era in fermo impianto, di fatto da allora ha funzionato solo quel poco che serve a non perdere l’impianto (200 ore l’anno). Non fu interrotto, dunque, nessun pubblico servizio, né questa era mai stata l’intenzione degli attivisti. Si trattava di una protesta per ricordare al Governo e al Parlamento gli impegni di Kyoto, peraltro citati in modo altisonante nel programma del Governo Prodi e da una mozione bipartisan approvata nel novembre dello stesso anno al Senato, e promossa dagli ex ministri dell’Ambiente Edo Ronchi (teste a favore di Greenpeace al processo) e Altero Matteoli.

Per quanto riguarda il danneggiamento (aver scritto NO CARBONE sulla ciminiera da 250 metri!!) il processo per un’azione del tutto simile in Inghilterra aveva assolto Greenpeace: i danni del carbone sono incommensurabilmente più grandi di quelli provocati da qualche decina di attivisti che manifestano in modo pacifico con striscioni e pennelli.

Ribadiamo le richieste di Greenpeace: dimezzare l’uso del carbone al 2020 e azzerarlo al 2030. Avanti con la rivoluzione energetica.

Giuseppe Onufrio, Direttore esecutivo di Greenpeace Italia