Mentre scriviamo ancora si aggiorna la macabra contabilità di una tragedia occorsa a due passi da casa nostra.

In Turchia, a Soma, un’esplosione in una miniera di carbone ha causato 284 vittime, mentre rimane sostanzialmente imprecisato il numero dei minatori ancora intrappolati a duemila metri sotto il suolo e per i quali – si teme – non ci sia alcuna speranza. Secondo le prime stime, e per quanto possano valere statistiche e primati negativi in casi del genere, si tratterebbe del peggior disastro industriale mai occorso in Turchia. Il record di vittime sin qui era da ascriversi a un altro accidente minerario occorso nel 1992 a Zonguldak, dove una esplosione in una miniera di carbone aveva causato 263 morti.

Il mondo sindacale turco è in rivolta e il primo ministro Erdogan, in visita ieri a Soma, è stato duramente contestato. Le associazioni dei lavoratori accusano l’azienda concessionaria del sito e il Governo nazionale per le misure di sicurezza del tutto inadeguate e le condizioni in cui lavoravano i minatori. Secondo Greenpeace la tragedia è figlia di un processo di privatizzazioni selvagge in corso in Turchia, con il quale si stanno vendendo concessioni di estrazione senza verificare che le compagnie che opereranno nelle miniere siano in grado di garantire le condizioni di sicurezza necessarie. Gli investitori che si vanno aggiudicando le risorse di carbone turco ignorano le regole basilari della sicurezza sul lavoro, e con esse il valore delle vite dei loro dipendenti.

La Turchia, un Paese che da anni cerca di entrare nell’UE, sarebbe il terzo peggior stato al mondo per tasso di mortalità nelle miniere di carbone. Ma, è bene chiarirlo e la cosa non conforta affatto, si parla di numeri quanto mai incerti, di statistiche che poggiano sulla più assoluta opacità e indisponibilità di fonti. Pur in questa incertezza di fondo, è ragionevole ritenere che il luogo al mondo dove il lavoro nelle miniere di carbone miete più vittime è la Cina. Nel 2004, secondo le stime ufficiali – che molte fonti di informazione indipendenti ritengono del tutto inaffidabili – vi sarebbero state seimila morti. Appena un anno prima erano settemila mentre l’anno scorso avrebbero toccato quota 1.049. Secondo alcune associazioni umanitarie nella prima decade del nuovo millennio in Cina morivano circa 20.000 minatori di carbone l’anno.

Probabilmente molti tra noi leggono o assistono a vicende come quella di Soma con un senso di straniamento misto a dolore, per un incidente che sembra un racconto del passato, un passato che non passa. L’immaginario di molti italiani va alla sciagura di Marcinelle, in Belgio, dove nel 1956 morirono 262 persone, molti tra loro erano nostri emigranti. Gli italiani erano gran parte delle vittime di altre due storiche tragedie: quella di Monongah, nel 1907, quando morirono in West Virginia 362 minatori; e quella di Dawson, nel New Mexico, quando nel 1913 furono in 263 a perdere la vita. Nello stesso anno di Monongah a Courrieres, in Francia, morirono 1099 lavoratori. La scia di sangue della vita e della fatica nelle miniere di carbone, tuttavia, non si è mai interrotta da allora a oggi. E sono di pochi anni fa incidenti gravi in Paesi come la Nuova Zelanda o gli Stati Uniti, dove pure non mancherebbero le tecnologie per garantire la sicurezza.

C’è qualcosa di intrinsecamente pericoloso nell’estrazione di questo combustibile fossile, che dall’800 a oggi ha ucciso centinaia di migliaia di persone, se non più.

Greenpeace lotta da tempo per mettere fine all’età dal carbone: si tratta della principale fonte di emissione di gas serra su scala globale (quindi il primo motore del cambiamento climatico) e il cui uso, nella produzione di elettricità, è causa di un inquinamento che fa 250 mila morti l’anno in Cina e 22 mila morti l’anno in Europa. Se vogliamo salvare il clima dobbiamo abbandonare subito l’impiego di questa fonte nel settore energetico. Dobbiamo abbandonarla anche per proteggere l’aria che respiriamo, per garantire ai nostri figli il diritto a respirare aria pulita. Le vittime di Soma ci ricordano che i motivi urgenti e imprescindibili per consegnare il carbone al passato, tuttavia, sono anche altri. Quegli uomini sono morti per guadagnare poco più di 3 euro l’ora. Questo vale una vita umana, questo vale la dipendenza dei nostri sistemi economici dalla fonte più sporca e vecchia di cui possiamo disporre?

Andrea Boraschi – resp. campagna Energia e Clima, Greenpeace Italia