Cosa ci faceva una nave carica di materiale inquinante nel bel mezzo del Santuario dei cetacei con un mare forza 9/10 e onde di 10 metri? La storia delle 45 tonnellate di catalizzatore Co.Mo (cobalto-molibdeno) disperse dall’ “Eurocargo Venezia” della Grimaldi Lines al largo di Livorno,, all’alba del 17 dicembre 2011, ha parecchi punti oscuri ma almeno una certezza: era in corso una mareggiata come non si vedeva da tempo ma che, temo, grazie ai cambiamenti climatici vedremo sempre più spesso.

La logica vorrebbe che con quelle condizioni il comandante cerchi un riparo ma fermare una nave costa. O ci pensa un’Autorità a bloccare il traffico marittimo in caso di maltempo (succede per le autostrade, perché non in un’area marina che dovrebbe essere protetta?) oppure decide l’armatore e…qualcuno che ha voglia di “correre il rischio” si trova sempre.

Ma in un’area di mare protetta – il Santuario – non dovrebbero esserci regole che permettono di fermare i trasporti di sostanze pericolose in caso di burrasca? Purtroppo dentro o fuori il Santuario non cambia praticamente nulla. Anche se la legge di ratifica dell’Accordo sul Santuario ha più di 10 anni, non è stato fatto niente di serio per tutelare questo mare che, oltre a balene e pesci, ospita milioni di persone che popolano le sue coste.

Sebbene alcuni organi di stampa abbiano parlato di smaltimento volontario di rifiuti tossici in mare, pare proprio che si sia trattato del più stupido degli incidenti. Così stupido che a bordo non se ne sono nemmeno accorti subito, col risultato che il punto in cui il materiale è stato disperso non è definito con esattezza e la Capitaneria non ha potuto far meglio che segnalare un’area di 45 miglia quadrate (cioè oltre 115 chilometri quadrati: un po’ più del Lago di Bolsena, un po’ meno del Trasimeno).

Il carico sarebbe contenuto in fusti chiusi ma l’elicottero della Capitaneria, che ha sorvolato l’area, di fusti galleggianti non ne ha trovati: è sicuro che i fusti fossero chiusi? Dentro i fusti, il prodotto sarebbe poi “protetto” da un solido involucro di… plastica (i bustoni d’immondizia formato condominiale?)  “chiuso con un nodo fatto a mano”, come informa la comunicazione della Capitaneria ai pescatori. Anche questa comunicazione arriva in ritardo, solo il 2 gennaio: chi ha deciso che questo doveva essere il primo disastro del 2012 e non l’ultimo del 2011?

La medesima comunicazione della Capitaneria (pubblicata sul blog di Panorama)  chiarisce che il materiale in questione non è acqua di colonia poiché raccomanda di non tenere a bordo eventuali fusti “pescati” ancora chiusi, trainandoli fino a sito da concordare con l’Autorità, cercando di stare sottovento “rendendo l’equipaggio meno esposto”. A cosa? Il catalizzatore Co.Mo. può rilasciare anidride solforosa e/o idrogeno solforato: sono entrambi irritanti ma l’ultimo può essere, oltre certe dosi, letale. Del resto anche cobalto e molibdeno sono contaminanti pericolosi.

Negli anni ’60 del secolo scorso astuti produttori di birra canadese usavano cobalto per stabilizzare la schiuma della birra! Molti bevitori svilupparono cardiomiopatie. Se il cobalto è noto per causare anche danni al fegato, il molibdeno si distingue per diarrea e anemia. Fare oggi previsioni sugli effetti verosimili di questa ennesima contaminazione del Santuario dei cetacei è impossibile. Inoltre, la Capitaneria informa che “nel caso in cui dal sacco della rete [da pesca…] si sprigioni calore, si dovrà provvedere a irrorare lo stesso con getto d’acqua continuo e a bassa pressione.” Insomma, è roba che va in “autocombustione a causa del contatto del prodotto con l’aria”.

C’è di che scaldare gli animi al “tavolo tecnico” che dopo le proteste di Greenpeace, le Regioni Liguria e Toscana hanno promesso di convocare entro febbraio, per discutere finalmente (dopo 10 anni!) di una gestione seria del Santuario dei cetacei. Sperando che non ci siano altri disastri nel frattempo.

  Alessandro Giannì,
  direttore delle Campagne