Cosa dire di “L’industria della carità” (Chiare Lettere), il libro di Valentina Furlanetto che indaga sul mondo del no profit? Che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma le buone intenzioni non sono quelle del mondo della solidarietà che la giornalista intende scoperchiare. No, sono proprio quelle della Furlanetto che, partita per svelare il “lato oscuro” del no profit, annega in un pasticcio dove si mescolano tutto e il contrario di tutto, rivelando – nella migliore delle ipotesi – una scarsa conoscenza di un settore del quale dovrebbe essere esperta (si occupa di economia e temi sociali per Radio 24 – Sole 24 ore).
 
Questo blog non è una recensione in piena regola: non mi compete, per quanto da giornalista prestato al no profit non avrei difficoltà a scriverla. Altri nomi ben più autorevoli – dal direttore di MSF Italia Konstantinos Moschochoritis sull’Huffington Post, a Elena Zanella su Vita e Gianni Rufini su Repubblica, per non dimenticare Stefano Zamagni – si sono già espressi, fuori dal battage pubblicitario delle anticipazioni giornalistiche. Valga per tutti il giudizio di Zamagni, economista esperto in no profit, che a proposito del libro afferma: “Un lavoro scientificamente inconsistente, dati e casi presi qui e là senza nessuna coscienza, peggio, direi quasi senza nessuna conoscenza del tema e dei contesti”.

Qui si vuole proprio dare evidenza di questa confusione dei dati raccolti, della mancanza di spirito critico della Furlanetto, e lo vogliamo fare a partire proprio dai passaggi del libro che riguardano Greenpeace. Per rendere tutto più chiaro (a “chiare lettere” verrebbe da dire) alcune affermazioni del libro sono seguite dal commento.

“Greenpeace, numeri alla mano, fa un’abbuffata di spese di marketing e promozione”.

È una fotografia molto parziale. Greenpeace rifiuta ogni finanziamento da parte di governi, aziende, istituzioni, per farsi sostenere solo dalle singole persone. Come a suo tempo spiegato alla Furlanetto stessa (che si è ben guardata dal riportare alcunché…), contattare le persone una a una, invece che stare in un ufficio ad attendere soldi elargiti magari proprio da chi distrugge il pianeta, ha un costo maggiore e questo ovviamente si riflette nei bilanci. Allo stesso modo, scegliere di non partecipare a bandi pubblici significa rinunciare a facili finanziamenti per le proprie attività.

Per quanto riguarda i numeri, nel 2005 Greenpeace Italia destinava alle campagne in difesa dell’ambiente circa 500 mila euro. Nel 2012 si è avvicinata a 2,8 milioni di euro. Miracolo? Moltiplicazione dei pani e dei pesci? No, si tratta dei risultati degli investimenti nella "raccolta fondi". Questi investimenti, peraltro, sono basati in buona parte su attività di comunicazione delle campagne promosse da Greenpeace in Italia e nel mondo – dunque hanno alla base attività di sensibilizzazione, non semplice “pubblicità” – e rientrano in parte negli obiettivi istituzionali dell’associazione: sensibilizzare e diffondere informazioni sui temi ambientali (e questo lo concede anche la Furlanetto…).

“Mentre lavorava in Greenpeace (UK, ndr.), Lord Melchett ha guidato la campagna contro gli organismi geneticamente modificati negli alimenti, che prendeva di mira in particolare i prodotti Monsanto. Poi, nel 2002,è andato a occupare un posto nell’agenzia pubblicitaria Burson-Marsteller, di cui Monsanto è cliente”.

Greenpeace non può costringere le persone a passare tutta la vita lavorativa a Greenpeace, né pretendere che chi lascia l’organizzazione ne sposi per sempre i valori e la mission. Si tratta di scelte personali. Nel caso particolare, Lord Melchett (già direttore di Greenpeace UK, che aveva lasciato, per rimanere però nel Board di Greenpeace International) ha annunciato che sarebbe diventato consulente di Burson-Marsteller nei primi giorni del 2002. La Furlanetto scrive che “Lord Melchett è rimasto nel consiglio d’amministrazione di Greenpeace International”. La verità è che l’11 gennaio si era già dimesso: trattasi di bufala, e di quelle colorate di azzurro…

“Sulla base della capacità di ‘fare notizia’ Greenpeace ha costruito un vero e proprio impero finanziario con decine di sedi e milioni di dollari. La multinazionale dell’ambientalismo ha 40 filiali in 25 paesi e dichiara 200 milioni di dollari di introiti l’anno. Uno si aspetterebbe che questa forza, mediatica e finanziaria, vada a esclusivo vantaggio delle cause ambientali, e si aspetterebbe anche comportamenti coerenti, una condotta esemplare, sincerità d’intenti e risultati. Invece non mancano le critiche, che arrivano proprio dall’interno dell’associazione, da persone che hanno fatto parte di Greenpeace e che ne sono uscite deluse o amareggiate”.

Le critiche, dall’interno o dall’esterno, non hanno mai fatto male a nessuno. Anzi. Ma un bravo giornalista, esattamente come uno storico (sono anche uno storico, e scusate se la metto sul personale…), ha il dovere di “interrogare le fonti”. Non dovrebbe limitarsi a prendere (copiando e incollando) testi che sono disponibili in maniera seriale su decine di blog anti-ambientalisti, o semplicemente anti-Greenpeace (se non ci credete, fate una ricerca su Google e guardate la corrispondenza delle frasi…). E copiando pure errori marchiani come quelli relativi alle dimensioni di Greenpeace: che non ha “40 filiali in 25 paesi”, come scrive la Furlanetto, ma 30 uffici in quasi 50 paesi. Ce lo dicevano anche a scuola: quando copiate, cambiate almeno la versione…

Entrando nel merito, nel libro si citano alcuni personaggi. Bjorn Okern, per esempio, allontanato nel 1993 perché non era capace di fare il proprio lavoro, scopre di colpo di aver fatto parte di un “movimento ecofascista, più preoccupato dei soldi che dell’ambiente”. Poi Patrick Moore, che nel 1971 era stato tra i fondatori di Greenpeace (vero). E Paul Watson, espulso nel 1977 perché contrario alla nonviolenza. Moore sostiene che Greenpeace ha posizioni estremiste, massimaliste, anti-scientifiche, anti-tecnologiche, anti-industria, anti-globalizzazione e in definitiva anti-umane. Watson, invece, parla di “signore Avon del movimento ambientalista” (Avon, l’azienda di cosmetici…), di “carrozzone burocratico” e “autocompiacente” che “finge di risolvere i problemi”.

Come rispondere? Intanto, uno si aspetterebbe delle critiche coerenti. O che la giornalista approfondisca. O quanto meno, se proprio le fa fatica chiedere il parere a Greenpeace, riporti qualcuna delle tante repliche a notizie simili che negli anni abbiamo affidato ai media tradizionali e non. Avrebbe così scoperto, per esempio, che Moore prende soldi dalle aziende del legname e del nucleare e in maniera non sorprendente afferma che le foreste possono essere tranquillamente tagliate a raso o l’energia nucleare è innocua (1985, vigilia di Cernobyl). D’altra parte, se combattere l’estremismo  di Greenpeace significa difendere i generali argentini (tanto “la gente viene uccisa ovunque”, ha affermato Moore) è meglio stare altrove.

Quanto a Watson, cosa sia l’estremismo non glielo può insegnare nessuno: non a caso, il documentario che racconta le sue gesta con Sea Shepherd, l’organizzazione che ha fondato nel 1977 e che si distingue per la difesa delle balene e gli attacchi a Greenpeace, si intitola “Confessioni di un ecoterrorista”. Quello che molti non sanno è che, quando stavano insieme a Greenpeace, Moore e Watson passavano buona parte del loro tempo a litigare su posizioni inconcilianti. Fuori dall’organizzazione sembrano d’accordo almeno su un punto: sparare sulla vecchia “casa madre”… buon pro gli faccia!

Al di là della facciata, “Greenpeace ha stretto accordi molto pragmatici con diversi gruppi. Sta diventando sempre più una sua caratteristica quella di rimanere con un piede nelle lotte ambientaliste e l’altro nei salotti di contrattazione dei governi e delle grandi aziende, seppur per lo sviluppo delle tecnologie verdi e per la salvaguardia dell’ambiente”.

Anche in questo caso, il ritratto è parziale. La Furlanetto, nello specifico, cita la Coca-Cola, della quale Greenpeace ha applaudito l'impegno a usare refrigeratori e distributori automatici “amici del clima” alle Olimpiadi del 2008, e in genere ad aumentare il ricorso a tecnologie innovative per ridurre le emissioni di anidride carbonica ed eliminare gli idrofluorocarburi (gas serra ancora più potenti). La notizia, all’epoca, aveva causato le proteste di alcuni attivisti, una cosa comprensibile, vista la storia ambientale e sociale non proprio irreprensibile della multinazionale americana. Ma questo non rappresenta in alcun modo una forma di appoggio alla Coca-Cola, come invece è scritto in “L’industria della carità”. Non più di quanto si possa dire che Greenpeace appoggi Kimberly-Clark (Kleenex, Scottex…), combattuta per anni prima di spingerla verso politiche d’acquisto che non distruggono le foreste, oppure Asdomar e Mareblu, in cima alla classifica sulla sostenibilità del tonno in scatola.

Greenpeace, l’estremista, è anche questa, e la Furlanetto lo avrebbe capito se – almeno – avesse letto le poche righe della sua missione: “Greenpeace è un'organizzazione globale indipendente che sviluppa campagne e agisce per cambiare opinioni e comportamenti, per proteggere e preservare l'ambiente e per promuovere la pace”. Ci chiediamo: se non prova a cambiare i comportamenti delle grandi multinazionali, e delle istituzioni, di chi si deve occupare allora Greenpeace per proteggere il Pianeta?

Gli esempi potrebbero continuare, ma la sostanza è quella esposta. “L’industria della carità” non contiene niente che possa aiutare Greenpeace, come altre organizzazioni, a correggere gli errori sicuramente presenti nell’attività quotidiana. Solo un affastellarsi di accuse note, tante e tante volte smentite, opera di persone piene di rancore e a volte prezzolate. Una delusione, perché è evidente che il libro poteva essere un’occasione di riflessione per un mondo – quello del no profit – dove non sono assenti ambiguità e connivenze. Resta solo un dubbio: questo risultato è causato da superficialità oppure da una precisa intenzione? Ma lasciamo ad altri questo giudizio.

Andrea Pinchera,
direttore Comunicazione e Raccolta Fondi di Greenpeace Italia