Chi tocca le piattaforme petrolifere in Russia, come abbiamo visto, rischia grosso.

Ma oggi, noi in Italia, cosa rischiamo? A che punto sono i bellicosi propositi lanciati dalla sedicente Strategia Energetica Nazionale (documento prodotto da un governo ormai sfiduciato e senza alcuna base giuridica) di cavar fuori dai nostri fondali marini fino all’ultima goccia di petrolio?

La novità “normativa” più rilevante in questo contesto è il noto Decreto del 9 agosto 2013 emanato dal Ministro Zanonato (Ministero Sviluppo Economico, MISE) con grandi proclami “ambientalisti” che ci informavano che sono state dimezzate le aree “italiane” di esplorazione offshore. L’analisi del testo tuttavia ha ben presto evidenziato che il decreto in questione non fa che applicare, peggiorandolo, il famigerato Art. 35 del D.L. 83/2012 (convertito dalla Legge n.134 del 7/8/2012) che ha riportato le piattaforme petrolifere sotto le nostre spiagge.
Alla storiella dell’allontanamento dalle coste delle trivelle (e al fatto che questo sia un passo avanti) forse Zanonato ci crede davvero, ma chi è preoccupato dell’assedio delle trivelle ai nostri mari (cittadini, associazioni, amministratori) sa bene che si tratta di una bufala. E per almeno tre ragioni.


1) La prima è l’assordante silenzio di Zanonato e del MISE sulla sorte delle richieste di esplorazione già presentate o concesse in aree ove non sia ancora stata data autorizzazione alla “coltivazione”, ovvero all’estrazione commerciale di idrocarburi. Il processo che porta all’autorizzazione alla coltivazione è suddiviso in tre “fasi”: autorizzazione alle indagini sismiche, autorizzazione alle trivellazioni esplorative, autorizzazione alla coltivazione. Ognuna delle tre fasi ha la sua procedura di Valutazione di Impatto Ambientale, anche se consolidata giurisprudenza comunitaria preclude lo spezzettamento dell’iter autorizzativo.
Pare ovvio che autorizzare, ad esempio, un’indagine esplorativa in un’area in cui non è possibile prevedere poi un’autorizzazione alla coltivazione non ha alcun senso e sembrerebbe (a pensar male) che si sia “facilitato” il processo cominciando dall’attività più “soft” (si fa per dire: la prospezione sismica prevede esplosioni che non sono consentite nemmeno al peggiore dei pescatori) per poi, di fatto, garantire il diritto a presentare le istanze successive (e a farsele autorizzare). A ciò, pare far riferimento l’oscuro concetto di “atto conseguente” di cui al citato Art. 35 Legge 83/2012. Conseguente in che senso?

Su precisa richiesta di Greenpeace, che chiedeva lumi sull’arbitrario frazionamento del processo di VIA, il Ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, ha risposto confermando per iscritto che l'effettuazione di tre separati procedimenti di VIA deriva dalla "configurazione del procedimento principale, autorizzatorio o concessorio, nel quale la procedura di VIA si inserisce." Prendiamola per buona: se ne deduce che il “procedimento principale” sopra descritto è costituito da tre fasi distinte e separate e quindi che ogni fase deve rispettare la norma vigente al momento. Ora, la norma vigente dal momento dell’entrata in vigore del DL 83/2012 (cioè, il 26/6/2012: gettiamo pure alle ortiche il precedente “decreto Prestigiacomo”) vieta le trivellazioni entro le 12 miglia e quindi si presume che non sia possibile presentare (e autorizzare) nessuna nuova richiesta per prospezioni sismiche, trivellazioni esplorative o coltivazione nell’area vietata.
Domanda: perché siamo ancora qui a parlarne? Perché su questo, appunto, tace Zanonato, tace il MISE e, a dire il vero, nemmeno il Ministro dell’Ambiente si fa più sentire.
 

2) Altra questione: il decreto Zanonato ci informa che cercheremo petrolio anche al largo della tempestosa costa occidentale della Sardegna. In questo caso, la “bufala” è l’equazione “più distanza dalla costa = meno rischi”. Non funziona, perché più distanza dalla costa = acque più profonde, maggior difficoltà d’intervento e minore sicurezza. Insomma, possiamo illuderci che cercare petrolio o gas a oltre 170 km da Alghero e a più di 2.000 metri di profondità possa essere più sicuro che farlo vicino ai nostri ombrelloni, ma dopo la Deepwater Horizon non pare il caso. D’altra parte, forte dei dati raccolti negli ultimi anni che documentano una notevole presenza di cetacei, il Ministero dell’Ambiente ha chiesto alle Parti del Santuario dei Cetacei Pelagos (oltre all’Italia: Francia e Monaco) di istituire una PSSA (Particularly Sensitive Sea Area, ai sensi della Risoluzione A.982(24) dell’International Maritime Organisation) che comprenda anche le aree limitrofe al Santuario. Sul versante occidentale, sono proprio quelle dove l’ambientalista Zanonato vuole trivellare.

Le prospezioni petrolifere sono notoriamente un problema per i cetacei. Con quale logica andiamo a cercare petrolio in un’area così delicata? La risposta sarà sempre la solita: queste operazioni sono sicure. Addirittura, il comunicato stampa del MISE che proclama la svolta “ambientalista”, sostiene che “Il decreto … prevede l'impiego dei più elevati standard di sicurezza e di tecnologie di avanguardia nelle quali le aziende italiane detengono una posizione di leadership internazionale".

Abbiamo capito tutti a chi fa riferimento questo passaggio e, giusto per ricordarcelo, negli ultimi dodici mesi le sole piattaforme di esplorazione ENI/SAIPEM hanno avuto almeno tre incidenti rilevanti:

  • nel settembre 2012 lo Scarabeo 8 subisce una “inclinazione” di 7° mentre perfora il campo Salina nel Mare di Barents (versante norvegese). A seguito della successiva indagine, l’Autorità norvegese ha intimato a Saipem SpA Norwegian di:
    - “rivedere il modo in cui la compagnia assicura la gestione dei processi, così come la conformità ai propri requisiti, relativamente al personale e all’esperienza, e applicare misure basate su tale revisione;
    - applicare misure che garantiscano la gestione di processi e conformità con i requisiti relativi alla salute, sicurezza e l’ambiente, nella compagnia in generale.
  • Il 2 luglio 2013, la piattaforma Perro Negro 6 è addirittura affondata al largo del delta del fiume Congo (ufficialmente per un cedimento del fondale su cui si operava, a poche decine di metri di profondità). Anche se l’agonia della piattaforma è durata qualche ora, con tutto il tempo di evacuare l’equipaggio, c’è purtroppo scappato il morto;
  • Il 20 settembre 2013, sempre nel silenzio quasi totale dei media italiani, c’è stato un grave incendio a bordo della Scarabeo 5, mentre era addirittura in porto (Rotterdam). Che ci faceva a Rotterdam questa piattaforma? A quel che riferiscono i media, si trattava di lavori per rientrare nei limiti normativi necessari a poter operare nell’offshore norvegese. Ma ENI non declama da sempre di operare con gli standard migliori al mondo?

Questa limitata statistica ci conferma che purtroppo gli incidenti "rilevanti" alle piattaforme di esplorazione capitano e preoccupa che, a quanto ci è dato sapere, tutte le autorizzazioni a trivellazioni esplorative fino ad ora concesse (e le relative VIA) invece li escludono "a prescindere" (Vedi il rapporto di Greenpeace I vizi di ENI ).


3) Infine, il decreto Zanonato era l’occasione per rimediare all’insensata estensione nello Stretto di Sicilia, verso e oltre l'Isola di Malta, della nostra “piattaforma continentale”, voluto (a governo ampiamente sfiduciato) lo scorso 27 dicembre dal Ministro Corrado Passera. Il decreto è stato addirittura pubblicato in Gazzetta Ufficiale a marzo, nel “buco” tra le ultime elezioni e la formazione del “governo delle larghe intese”. Le autorità italiane ammettono che si tratta di un’area “contesa”, ma hanno deciso di procedere lo stesso. Un problema accessorio è che la contesa non è solo con Malta, ma anche con la Libia. Un’occhiata a qualsiasi mappa lascia spazio a numerose perplessità, visto che Il Decreto Zanonato, ci conferma che rispetto alla Francia, nel definire la piattaforma “nazionale” nel Tirreno, abbiamo applicato il criterio “cautelativo” della mezzeria (linea di equidistanza). A occhio, con Malta pare proprio di no.

Temiamo che non sia stato quindi un caso se i maltesi hanno ricominciato quest'estate a sequestrare i pescherecci siciliani. Il primo di agosto sono stati “fermati” il Madonnina di Scoglitti (RG) e il Principessa Prima di Licata (AG). Rilasciati dopo quattro giorni, un processo e 20.000 euro di multa per imbarcazione, la storia di questi pescatori ha avuto un qualche rilievo nelle cronache locali, meno su quelle nazionali, e ci ha fatto ripiombare nei tempi bui dei “sequestri” nel Canale di Sicilia.

Nessuno ha avuto il fegato di dire ai pescatori del Canale di Sicilia che si trovano nel mezzo di un’altra guerra per (due gocce di) petrolio: una guerra stracciona per un quantitativo di petrolio che, al massimo, ci fa andare avanti poche settimane. Una guerra inutile, che il Decreto Zanonato avrebbe potuto risparmiarci.

Alessandro Giannì, direttore delle Campagne