"Sappiamo soltanto che l'energia nucleare è fuori dal controllo umano" così dice Yurina Sato, che insieme a Misaki Ishiguro, è venuta a trovarci nell’ufficio di Greenpeace a Roma giovedì scorso. Sato e Ishiguro hanno vent’anni e studiano Scienze Sociali all’Università di Fukushima. Sono salpate con la nave Peace Boat per il progetto Fukushima University Youth Project e stanno facendo il giro del mondo per testimoniare i rischi dell’energia atomica. Durante il nostro incontro ci hanno raccontato come è cambiata la loro vita dopo l’incidente alla centrale nucleare.

Erano a casa quando hanno saputo alla tv che il terremoto dell'11 marzo aveva danneggiato il reattore, di cui fino ad allora non conoscevano neanche l'esistenza. Le loro case si trovano a circa 150 chilometri da Fukushima: per mesi hanno indossato mascherine per le polveri tossiche e hanno avuto paura di aprire le finestre. Ancora oggi i prodotti provenienti dalla Prefettura di Fukushima vengono sottoposti a controlli prima di essere messi sul mercato, anche se la radioattività non è certo limitata a quella regione.

Vivere in quella zona e rendersi pienamente conto dei danni a lungo termine causati dall'incidente nucleare non è facile. La gente riceve informazioni contrastanti dalle autorità e molti test sulla radioattività vengono portati avanti indipendentemente per essere sicuri di non essere esposti a contaminazione. Numerose sono le proteste che la popolazione porta avanti contro il governo del Giappone. “Nei mesi passati - continua Sato - quando tutti i reattori nucleari del paese erano chiusi, non ci sono stati black out. Era estate, l’aria condizionata a palla, eppure l’energia non mancava. Così molti hanno cominciato a pensare: allora possiamo fare senza. Magari è meglio rinunciare a qualche comodità, risparmiare energia, e fare a meno del nucleare".

Noi volontari di Greenpeace abbiamo apprezzato molto l’impegno di Sato e Ishiguro ma continua ogni volta a sorprenderci come sia sempre necessario un evento disastroso per spronare l’umanità ad aprire gli occhi e ad agire.

Chiara, volontaria del Gruppo locale di Greenpeace a Roma