La recente nomina a direttore dell’ISIN, il costituendo Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione, di una persona non competente in materia, la cui identificazione è stata effettuata solo su “base fiduciaria”, è solo l’ultimo atto di una sequenza di decisioni che confermano come sul tema della sistemazione dei rifiuti nucleari il governo stia pestando l’acqua nel mortaio.

Infatti, se facciamo un passo indietro, la creazione stessa dell’ISIN come autorità di controllo nucleare, la decisione del governo e del parlamento di far dipendere l’ISIN sia dal Ministero Ambiente che dal Ministero dello Sviluppo Economico, riporta la situazione a quella del passato (un po’ sovietico): il controllore (ISIN) dipende anche dal controllato (il Ministero dello Sviluppo Economico che vigila sul soggetto attuatore Sogin). Dunque un passo indietro rispetto alla situazione attuale, in cui i controlli di radioprotezione sono in capo all’Ispra che dipende dal Ministero dell’Ambiente.

Questo in spregio delle linee guida internazionali che vogliono l’indipendenza del controllore dal controllato (come non era né nell’Unione Sovietica di Cernobyl, né nel Giappone di Fukushima).

Inoltre, il ruolo affidato al soggetto attuatore, la Sogin, è quantomeno discutibile: le consultazioni con i vari soggetti interessati (stakeholders) dovrebbero essere organizzate dal decisore politico (ad es., dai due ministeri coinvolti) – in altri Paesi viene anche creato un “mediatore” esterno indipendente – e non dal soggetto industriale che gestisce i siti ed istituzionalmente dovrà attuare il piano di sistemazione. Al di là della correttezza o personale credibilità dei nuovi vertici Sogin, infatti, il gioco istituzionale deve prescindere da chi, pro tempore, ha responsabilità in materia e deve avere ruoli definiti in uno schema orientato alla trasparenza e alla correttezza del confronto tra le parti interessate.

La “ratio” che ha seguito il governo, di semplificare il gioco istituzionale per evitare lungaggini, è forse motivata dal fatto che non esistono più impianti nucleari in funzione, ma solo una quantità abbastanza limitata di rifiuti nucleari. Ma la limitatezza del “compito” e delle quantità in gioco non altera la natura del processo decisionale, che rimane delicata: è sempre una materia nucleare e come tale va trattata. La strada intrapresa non ha a nostro avviso molte chances di sbocchi positivi proprio per l’assetto istituzionale inadeguato che si è scelto.

 

Se poi entriamo nei contenuti del piano, questo prevede la realizzazione di un deposito unico nazionale per la bassa e media attività (prima e seconda categoria), ma che ospiti, “temporaneamente di lungo periodo” (70-100 anni) anche i rifiuti ad alta attività (terza categoria).  Per questi ultimi le linee guida dell’Agenzia di Vienna (IAEA) prevedono la sistemazione in depositi geologici profondi, ma una soluzione di questo genere non è ancora mai stata messa in opera e testata per un tempo sufficientemente lungo. Per Greenpeace non esiste ancora una “soluzione” per i rifiuti di alta attività, che rimangono uno dei nodi irrisolti dell’industria nucleare nel mondo. Per quelli di bassa e media attività il “vincolo territoriale” del Deposito avrà una durata di tre secoli, dopo di che il sito verrà rilasciato come non più “nucleare”.

La strada scelta dall’Italia è, peraltro, unica al mondo (in nessun altro posto si mettono assieme i rifiuti di bassa e media con quelli di alta attività) e prevede comunque, con la scelta di criteri di selezione definiti recentemente da Ispra, la nuclearizzazione di un nuovo sito. Questo avverrà, dopo la selezione dei siti potenzialmente idonei, con una “gara” tra i Comuni che vogliono ospitare il Deposito. Ora, in effetti esiste una certa possibilità che una gara di questo genere vada deserta: nelle previsioni di legge non è citata una “opzione zero” e cioè di dover gestire la situazione con i soli siti esistenti. Peraltro già da alcuni anni, irresponsabilmente, si è dato il segnale alle popolazioni locali che i siti saranno liberati, cosa che non risulta dimostrata (e che sicuramente non è vera fino a quando non ci sarà un Comune che accetta il Deposito nazionale). La normativa europea, infatti, non ci impone nessun Deposito unico nazionale, ma di elaborare un piano di gestione e questo dovrebbe includere tutti gli esiti possibili, cosa che non è.

Di recente, la NRC statunitense ha risposto a un quesito dell’Alta Corte USA su cosa fare se il Deposito geologico di Yucca Mountain non si dovesse realizzare. La risposta è che, modificando la gestione dei siti, la parte più delicata e pericolosa dell’intero ciclo nucleare, il combustibile irraggiato (negli USA il ritrattamento del combustibile è stato fermato dal 1977) può essere stoccato a secco nei siti attuali. Senza entrare nel merito della pronuncia della NRC, i rifiuti di bassa e media attività rappresentano un rischio infinitamente minore del combustibile irraggiato: se fossimo nel pieno del dibattito sulla scelta del sito, questa decisione della NRC avrebbe certo un impatto nel dibattito.

Il Deposito Nazionale è previsto che verrà accompagnato dalla creazione di un Polo Tecnologico di natura ancora non precisata. Questo farebbe parte delle “compensazioni” da offrire a chi “affitterà” per tre secoli i circa 10 ettari necessari al Deposito (con l’ipoteca però dei rifiuti ad alta attività e lunga vita che verrebbero ospitati fino a un secolo per poi andare dove non si sa). L’impressione è che difficilmente le compensazioni – anche se si dichiara non siano in cambio della sicurezza, ma del “fastidio” arrecato alle comunità locali introducendo un vincolo territoriale – possano di per sé convincere una comunità.

Infine, ma non meno importante, c’è la questione della fiducia nelle istituzioni, che è alla base di ogni discussione e percorso serio nella gestione di un tema così complesso. E la fiducia non si compra al mercato o si genera con campagne di comunicazione (che pure sono necessarie), ma si deve basare sui fatti.

Ad esempio, all’Eurex di Saluggia, il sito più critico tra quelli esistenti, ci sono ancora rifiuti nucleari ad alta attività liquidi. La prescrizione che ne prevedeva la cementazione è del 2001. Oggi, nel 2014, non sono ancora stati cementati. Bene, forse prima di fare piani complessivi e di lungo termine, sarebbe bene vedere realizzate le azioni prioritarie già da tempo prescritte.

Giuseppe Onufrio - Direttore Esecutivo Greenpeace Italia