CANADA TARSANDS ALBERTAArrivo di notte a Fort McMurray, nell’Alberta Settentrionale. Poche luci e intorno il buio. Ci sono degli abeti lungo la strada. Mi viene da pensare che intorno ci sia la foresta boreale incontaminata. E solo quella. Ma purtroppo so che non è così.

Alle otto di mattina siamo già sull'elicottero e sorvoliamo la zona. Il portellone è aperto e il cameraman è sporto fuori e riprende tutto. Lo spettacolo è impressionante: la foresta intorno alla città non c'è più. 42mila ettari di 'taiga' canadese sono stati spazzati via e al loro posto ci sono miniere di bitume a cielo aperto, laghi artificiali velenosi, enormi scavatrici e camion che incessantemente trasportano sabbie bituminose da una parte all'altra degli impianti. Dalle ciminiere esce fumo bianco. Le emissioni di anidride carbonica sono 4 volte quelle dell’estrazione del petrolio tradizionale. Sorvolando gli impianti la puzza è insopportabile, ti fa girare la testa.

Ci spingiamo oltre e per un tratto la foresta ricomincia, è meravigliosa, le piccole foglie dei larici sono gialle e verdi. Il fiume Athabaska scorre in mezzo agli alberi, sotto di noi, disegnando curve dolci. L’acqua però ha un colore bruno, a volte diventa quasi viola. È avvelenata dai residui tossici. Ma dura poco. Le miniere a cielo aperto ricominciano. Sorvoliamo l’Albian Sands, l’impianto della Shell bloccato da Greenpeace dieci giorni fa.

In auto percorriamo la zona delle miniere. Girano solo camion. Ai lati della strada una pubblicità invita a ‘pensare grande’. E infatti se non hai il pick-up qui non sei nessuno. Passiamo davanti all’impianto ‘in situ’ della Syncrude. Sotto i fumi delle ciminiere ci sono le residenze prefabbricate degli operai. Delle specie di rettangoli messi uno in fila all’altro. Vivono qui, praticamente dentro l’impianto. Il fine settimana alcuni tornano a casa, ognuno con il suo berretto in testa. Ma non sono berretti di squadre di hockey. Le scritte sono ‘Shell’, ‘Syncrude’, ‘BP’, ‘Exxon’, ‘Total’. Li portano fieri, almeno così sembra. Sembrano tifosi di squadre di bitume.

Ci fermiamo a un ’tailing pond’, un lago artificiale. È grigio e non si respira, l’odore è troppo acre. Ci sono scoppi continui. Sembra di stare in guerra. Invece sono dei cannoni ad aria compressa che servono a tenere lontani gli uccelli dall’acqua avvelenata. In mezzo al lago galleggiano dei manichini, fungono da spaventapasseri. Ma non servono a nulla. Migliaia di oche selvatiche sono già morte e continuano a morire.

Accanto allo stabilimento della Shell c’è il punto di osservazione dei bisonti. C’è un recinto. Vogliono dimostrare che non è stato distrutto tutto e che la vita continua. Quattro bisonti fanno capolino dietro il recinto. Una strana combinazione.

Fino ad ora solo il 5% delle riserve di sabbie bituminose è stato sfruttato. C’è ancora una superficie di foresta grande quanto il Regno Unito in pericolo e le riserve di sabbie bituminose sottostanti sono la seconda riserva mondiale di petrolio dopo l’Arabia Saudita. Se sfruttate tutte rilascerebbero tanta anidride carbonica quanto l’intero pianeta in tre anni. Bisogna agire subito!

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