<rss version="2.0" xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"><channel><title>Blog post</title><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/</link><description>Tutti i post del nostro blog in tempo reale</description><language>it-it</language><copyright>(c) 2013, Greenpeace</copyright><lastBuildDate>Sun, 26 May 2013 11:42:14 +0200</lastBuildDate><ttl>5</ttl><category>energia e clima/foreste/greenpeace/inquinamento/nucleare/oceani/ogm</category><item><guid isPermaLink="false">0000b0f3-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/in-azione-contro-la-pesca-che-distrugge-il-ma/blog/45299/</link><title>In azione contro la pesca che distrugge il mare</title><description>&lt;p&gt;Quattro azioni di protesta in una sola settimana. In Spagna, Polonia, Olanda e Francia i nostri attivisti hanno lanciato il messaggio: “Sì alla pesca sostenibile. No alla distruzione del mare!”&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo Italia e Spagna, &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/oceani/Sostieni-chi-pesca-sostenibile/" target="_blank"&gt;il tour “Sostieni chi pesca sostenibile” a bordo della nostra rompighiaccio “Arctic Sunrise”&lt;/a&gt; è arrivato in Francia per parlare con i pescatori artigianali e chiedere all’UE di garantire un futuro al mare. Questa mattina di fronte alla costa bretone gli attivisti hanno aperto un enorme striscione galleggiante rivolto ai Ministri Europei con la scritta “No pesci = No pescatori”.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/80285_129164.jpg" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Martedì scorso, invece, a Madrid gli attivisti spagnoli si sono incatenati davanti al Ministero dell’Agricoltura e dell’Ambiente, a bordo di una vera imbarcazione lunga sette metri usata per la piccola pesca. Hanno aperto&amp;nbsp; uno striscione rivolto al Ministro Arias Cañete: “Non affondare la piccola pesca”.&amp;nbsp; Il Ministro, infatti,&amp;nbsp; sta ostacolando lo sforzo del Parlamento Europeo di realizzare una riforma della Politica comune della Pesca giusta per i nostri mari e i pescatori.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/80284_129162.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In contemporanea in Polonia con la nave “Beluga” abbiamo collocato in mare vicino Kolobrzeg ventuno enormi massi per ostacolare l’attività di pesca a strascico illegale. In quest’area, a meno di tre miglia marine dalla costa, questa pesca ad alto impatto ambientale è proibita, eppure continue attività illegali stanno distruggendo un habitat prezioso e mettendo in ginocchio i pescatori artigianali che pescano in modo responsabile e rispettando le regole.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/80286_129166.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In Olanda, invece, ieri gli attivisti a bordo dei gommoni hanno ritardato per diverse ore l’entrata nel porto di IJmuiden del super peschereccio olandese Jan Maria. Pochi mesi fa questo peschereccio era stato al centro di uno scandalo perché uno dei membri del suo equipaggio aveva denunciato le tonnellate di pesce morto ributtate in mare a ogni pescata per fare spazio a pesce di maggior valore. Questi sono i “mostri” che non vogliamo più vedere nei nostri mari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mentre gli stock ittici europei si stanno esaurendo, la politica europea per anni ha continuato a favorire la grande pesca industriale, permettendo di costruire pescherecci enormi come la Jan Maria, mentre la pesca artigianale è sempre più penalizzata e in crisi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altro gravissimo problema, che riguarda in particolare l’Italia, è la pesca illegale. &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/pescatori-artigianali-di-favignana-il-mare-la/blog/44977/" target="_blank"&gt;Una delle tappe italiane dell’Arctic Sunrise è stata l’isola di Favignana dove i pescatori locali ci hanno raccontato come anche qui operazioni di strascico illegale sotto costa sono all’ordine del giorno&lt;/a&gt;. Ci hanno spiegato come lo strascico stia distruggendo la posidonia, habitat chiave per la riproduzione dei pesci di cui vive la piccola pesca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È ora di cambiare. Chiediamo ai Ministri europei - che nelle prossime settimane dovranno decidere della nuova Politica Comune della Pesca - di fermare chi pesca in modo illegale e distruttivo. Servono stretti controlli, sanzioni e regole che garantiscano un recupero delle risorse dei nostri mari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per questo motivo, porteremo insieme ai pescatori artigianali, le nostre richieste fino a Bruxelles. &lt;a href="https://myboat.gp/" target="_blank"&gt;Entra in azione con noi! Costruisci la tua barchetta online e unisciti alla nostra flotta sostenibile. Siamo già 93.000 difensori del mare ma vogliamo diventare 100.000.&lt;/a&gt; A Bruxelles il nostro messaggio si sentirà forte e chiaro “Sostieni chi pesca sostenibile”.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Giorgia Monti, responsabile campagna Mare&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 24 May 2013 16:15:00 +0200</pubDate><category>oceani</category><dc:creator>Giorgia Monti, campaigner Mare</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000b010-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/greenpeace-vs-enel-in-tribunale-vinciamo-anco/blog/45072/</link><title>Greenpeace vs Enel. In tribunale vinciamo ancora noi!</title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/78135_127264.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Abbiamo vinto ancora contro Enel: anche il Tribunale di Milano, dopo quello di Roma lo scorso anno, ha rigettato un ricorso ENEL contro la campagna di Greenpeace. L’uso del logo dell’azienda in campagne di sensibilizzazione che hanno un fondamento è legittimo: prevale il diritto di critica costituzionalmente tutelato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E l’accusa di Enel di raccogliere fondi utilizzando il loro nome non regge sul piano giuridico: una Onlus non ha scopi commerciali e non è un concorrente. Il sospetto poi che si voglia preparare il terreno per l’ingresso di una cooperative tedesca delle fonti rinnovabili – Greenpeace Energy – non ha alcun fondamento o prova.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Greenpeace è impegnata in una decina di cause legali contro l’uso del carbone, la maggior parte delle quali coinvolgono proprio Enel. A volte i nostri attivisti sono imputati per azioni di protesta, in altri casi siamo costituiti come parti civile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo processo di Milano ha qualcosa di paradossale: Enel chiedeva i danni per l’uso, a loro dire illegittimo, del logo: per le &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/iononvivoto_notizia03/" target="_blank"&gt;“bollette sporche”&lt;/a&gt; che riportano i danni sanitari dovuti all’uso di carbone nelle loro centrali e per aver fatto una pubblicità falsa nella &lt;a href="http://www.greenpeace.it/metro/" target="_blank"&gt;finta copia di Metro&lt;/a&gt; distribuita dagli attivisti di Greenpeace prima delle elezioni. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel primo caso abbiamo semplicemente riportato i risultati di uno studio elaborato da un Istituto indipendente sui “morti da carbone”, studio che impiegava la metodologia dell’Agenzia Europea Ambiente. Nel secondo, si tratta solo di una falsa pubblicità Enel, quella che ci piacerebbe vedere, in cui si annuncia l’abbandono del carbone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Queste azioni legali – che hanno un sapore vagamente intimidatorio - non ci spaventano e non ci fermeranno. È semplicemente ridicolo che un’azienda con oltre 70 miliardi di euro di fatturato possa accusare Greenpeace di “fare soldi” con una campagna il cui obiettivo è cercare di tutelare la salute delle persone. È esattamente al contrario: è proprio Enel che fa grandi profitti col carbone, scaricando i costi ambientali e sanitari, incluse morti in eccesso, sui cittadini e sull’ambiente. E, peraltro, tutti i soldi che raccogliamo in un anno non coprirebbero nemmeno un terzo degli emolumenti del CDA dell’azienda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Enel, di proprietà statale per il 31%, cerca di bloccare in tutti modi una campagna che chiede una svolta energetica verso fonti pulite in nome dell’interesse collettivo. Per questo continuiamo a chiedere di rimuovere il vertice Enel e di abbandonare progressivamente l’uso di fonti sporche come il carbone e l’olio combustibile. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le alternative ci sono e, oltre a ridurre l’impatto sulla salute e sull’ambiente, consentirebbero&amp;nbsp; anche una maggiore occupazione. Dalla parte di Enel si è schierato, invece, il neo-ministro dello Sviluppo economico, Flavio Zanonato, che ha rilanciato il progetto della conversione a carbone della &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Porto-Tolle-analisi-comparativa-dellimpatto-sanitario/" target="_blank"&gt;centrale di Porto Tolle&lt;/a&gt;. È evidente che il Governo non abbia alcuna visione di sviluppo sostenibile. La nostra battaglia per una rivoluzione energetica pulita non sarà facile ma andremo avanti convinti di poter contare sulla partecipazione dei nostri sostenitori e della nostra community.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/image/2013/sentenza%20milano%20enel%20mag2013.pdf" target="_blank"&gt;Leggi la sentenza del Tribunale di Milano&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 08 May 2013 16:13:00 +0200</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/greenpeace-vs-enel-in-tribunale-vinciamo-anco/blog/45072/#comments-holder</comments><category>energia e clima</category><dc:creator>Giuseppe Onufrio, Direttore esecutivo</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aff8-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/leuropa-verso-il-no-a-tre-pesticidi-killer-de/blog/45048/</link><title>L'Europa verso il NO a tre pesticidi killer delle api </title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/77921_127113.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L’Europa ha scelto di stare dalla parte delle api. Le ragioni di apicoltori, ambientalisti e agricoltori, forti dell’esperienza sul campo e dell’evidenza scientifica, hanno avuto la meglio sugli interessi delle grandi multinazionali dell’agro-chimica. Ma la strada per salvare le api e con loro l’equilibrio del nostro ecosistema è appena cominciata. Il 29 aprile, la maggioranza dei Paesi UE (Italia esclusa) ha votato a favore di un bando parziale nell’uso dei pesticidi killer delle api Clothianidin, Imidacloprid e Thiametoxam (di Bayer e Syngenta). Un segnale politico forte che adesso permette all’Europa di fare un passo fondamentale nella giusta direzione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il bando deve ancora essere confermato a livello ufficiale dalla Commissione Europea, ma la mobilitazione del mondo scientifico, politico e civile contro i pesticidi killer non può più essere fermata. “La Commissione andrà avanti su questo testo nelle prossime settimane”, con queste parole Tonio Borg, commissario europeo per la Salute e la Tutela dei Consumatori, ha chiaramente espresso la sua opinione a seguito del voto del 29 aprile. I Paesi UE non sono riusciti a raggiungere la maggioranza qualificata necessaria per mettere automaticamente in atto il bando né al primo né al secondo voto, ma la Commissione ha il potere di andare avanti e rendere effettiva la proposta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con l'adozione del provvedimento, l’Europa otterrà il primato a livello globale nella messa al bando dei pesticidi killer delle api. In questo modo verrà vietato l’uso di tre neonicotinoidi (Clothianidin, Imidacloprid e Thiametoxam) per il trattamento delle sementi di alcune colture e in parte ne verrà limitato l'uso per la disinfestazione del suolo e il trattamento fogliare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi minaccia le api: Bayer e Syngenta&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;I tre pesticidi killer previsti dal bando sono prodotti di punta dei giganti dell’agro-chimica Syngenta e Bayer. Le due multinazionali hanno portato avanti una dura campagna di pressione cercando di salvaguardare i loro interessi a discapito della salute del nostro ecosistema. Fingendo di ignorare o ignorando consapevolmente i risultati delle ricerche scientifiche sulla tossicità dei loro pesticidi, Syngenta e Bayer hanno fatto di tutto per ostacolare il bando. Di fronte a questi tentativi di sabotaggio Greenpeace non è rimasta in silenzio. Alcuni di noi hanno preso parte, insieme agli apicoltori, alle assemblee degli azionisti di Syngenta e Bayer in Svizzera e Germania, e i nostri climber hanno portato il nostro messaggio fino in cima ai palazzi delle due grandi multinazionali.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/77920_127111.jpg" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C’è ancora molta strada da fare&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Con l'entrata in vigore del bando avremo fatto solo il primo passo. Si tratterà, infatti, di un provvedimento temporaneo e incompleto. Innanzitutto sarà un bando di soli due anni, che rischiano di non essere sufficienti per permettere una ripresa reale delle popolazioni di api e degli altri insetti impollinatori. In secondo luogo, le limitazioni nell’uso dei neonicotinoidi per il trattamento delle sementi riguardano solo alcune colture: mais, colza, girasole e cotone. Infine, è necessario considerare il fatto che una volta introdotti in ambiente, questi pesticidi – e i loro effetti tossici – persistono nei terreni anche per lunghi periodi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In un &lt;a href="http://www.guardian.co.uk/environment/2013/may/01/study-links-insecticide-invertebrate-die-off" target="_blank"&gt;recente studio scientifico condotto in Olanda&lt;/a&gt; è stato riscontrato che anche l’utilizzo in serra di queste sostanze ha delle conseguenze nocive sui sistemi acquatici, incidendo sulla biodiversità delle popolazioni di insetti. La conclusione è che con questo bando le api e gli altri insetti impollinatori non saranno ancora in salvo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Greenpeace chiede all’Europa di continuare sulla buona strada e di vietare i neonicotinoidi in tutte le forme in cui vengono utilizzati.. E non solo, oltre ai tre neonicotinoidi previsti dal bando, nel nostro rapporto&lt;a href="http://salviamoleapi.org/" target="_blank"&gt; “Salviamo le api”&lt;/a&gt; abbiamo individuato altri quattro pesticidi killer delle api, anche questi devono essere inclusi nel divieto e rimossi dal mercato.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo una volta raggiunto anche questo obiettivo, potremmo dire di aver iniziato un vero cambiamento volto ad abbandonare l’agricoltura di stampo industriale dipendente dalla chimica a favore di pratiche agricole più moderne ed ecologiche. &lt;br /&gt;Siamo solo all’inizio, ma sappiamo in che direzione andare.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 06 May 2013 18:27:00 +0200</pubDate><category>ogm</category><dc:creator>Federica Ferrario,campagna Agricoltura sostenibile</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000afbb-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/in-azione-nel-canale-di-sicilia-questa-pesca-/blog/44987/</link><title>In azione nel Canale di Sicilia: "Questa pesca svuota il mare"</title><description>&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Stamattina dalla nostra "Arctic Sunrise" sono partiti due gommoni per protestare contro un sistema di pesca che sta svuotando il mare: quello delle "volanti" che pescano in coppia utilizzando reti a strascico semipelagiche per catturare acciughe e sardine. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dai gommoni gli attivisti hanno aperto lo striscione "Questa pesca svuota il mare", mentre un altro si è tuffato in acqua con una grande boa e il messaggio "Esperimento pericoloso". Questi pescherecci, infatti, stanno distruggendo le risorse ittiche grazie a una "licenza sperimentale" che viene rinnovata ogni sei mesi dal Ministero delle Politiche Agricole. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo nel Canale di Sicilia, vicino a Sciacca. Qui le acciughe sono famose. A Sciacca la&amp;nbsp; pesca e l'industria conserviera del pesce azzurro sono attività praticate da secoli. Grazie a un mare generoso, dove le correnti del Canale di Sicilia incontrano i bassifondi del Banco Avventura, tra la Sicilia e la Tunisia, e creano vortici che portano in superficie le acque di profondità. Queste acque sono ricche di nutrienti e assieme alla luce del sole innescano la crescita del fitoplancton, miscroscopiche "piante" unicellulari: il cibo adatto per acciughe e sardine.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma oggi questo "oro blu" è sempre più raro. Secondo i dati 2012 della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM) della FAO negli ultimi tre anni in media si sono pescate circa 5.160 tonnellate di acciughe, quasi il doppio del massimo sostenibile (solo 2.359 tonnellate). Anche le popolazioni di sardine, secondo il CGPM, sono ai minimi e non è possibile trasferire sulle sardine specie la pressione di pesca esercitata sulle acciughe. Conclusione (del CGPM): &lt;em&gt;"dato che lo stock [di acciughe] è in questo momento sovrasfruttato, lo sforzo di pesca deve essere ridotto tramite un piano di gestione pluriennale fino a quando non ci saranno le prove di un recupero dello stock. Devono essere definite notevoli riduzioni delle catture assieme a riduzioni dello sforzo di pesca…"&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è poco da fare, bisogna pescare meno, e con meno pescherecci. Da dove cominciare? Un'ottima idea ci sembra quella di non rinnovare le decennali &lt;em&gt;"licenze di pesca sperimentale"&lt;/em&gt; che il Ministero delle Politiche Agricole assegna, a una decina di pescherecci a strascico, per usare la volante. Cos'abbia di sperimentale questa pesca dopo decenni&amp;nbsp; non lo sa nessuno. Anche il settore conserviero di Sciacca (in crisi per molti motivi) non dev'essere contento di importare dall'Atlantico le acciughe che una volta venivano dal mare di casa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E' ovvio che una misura di questo tipo, che si può applicare da subito visto che le "licenze sperimentali" sono rinnovate ogni sei mesi, è solo il primo passo del "piano pluriennale" richiesto dal CGPM. Un piano che a tutti dovrà richiedere misura e responsabilità. Pescare il pesce azzurro in inverno, con le volanti o con qualunque altro sistema, quando le catture sono spesso sotto taglia, è semplicemente insensato e deve essere vietato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Che tocchi a noi chiederlo mandando in acqua attivisti attaccati alle boe è una sconfitta per tutti. Difendere l'oro blu, il pesce azzurro del Canale di Sicilia, dovrebbe essere il mestiere di altri. Certo che gli interessi in ballo non sono pochi e le pressioni politiche "sul territorio" non mancheranno. Ma a chi conviene il collasso definitivo? Al nuovo Ministro delle Politiche Agricole chiediamo di difendere sia i pesci che i pescatori onesti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/41676_78329.jpg" alt="" width="120" height="120" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Alessandro Giannì,&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;direttore delle Campagne&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Link:&lt;br /&gt;Futuro a rischio per il pesce azzurro nel Canale di Sicilia: &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Futuro-a-rischio-per-il-pesce-azzurro-nel-Canale-di-Sicilia/"&gt;http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Futuro-a-rischio-per-il-pesce-azzurro-nel-Canale-di-Sicilia/&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;GFCM-FAO Stock Assessment Form-Small Pelagics - Engraulis encrasicolus" (novembre 2012): &lt;a href="http://151.1.154.86/GfcmWebSite/SAC/SCSA/WG_Small_Pelagics/2012/SAFs/2012_ANE_GSA16_CNR-IAMC.pdf"&gt;http://151.1.154.86/GfcmWebSite/SAC/SCSA/WG_Small_Pelagics/2012/SAFs/2012_ANE_GSA16_CNR-IAMC.pdf. &lt;/a&gt;&lt;br /&gt;GFCM-FAO Stock Assessment Form-Small Pelagics - Sardina pilchardus" (novembre 2012): &lt;a href="http://151.1.154.86/GfcmWebSite/SAC/SCSA/WG_Small_Pelagics/2012/SAFs/2012_PIL_GSA16_CNR-IAMC.pdf"&gt;http://151.1.154.86/GfcmWebSite/SAC/SCSA/WG_Small_Pelagics/2012/SAFs/2012_PIL_GSA16_CNR-IAMC.pdf&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 29 Apr 2013 12:50:00 +0200</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/in-azione-nel-canale-di-sicilia-questa-pesca-/blog/44987/#comments-holder</comments><category>oceani</category><dc:creator>Alessandro Giannì, direttore Campagne</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000afb1-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/pescatori-artigianali-di-favignana-il-mare-la/blog/44977/</link><title>Pescatori artigianali di Favignana: il mare è la loro vita</title><description>&lt;p&gt;&lt;img src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/76903_126551.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Dopo due giorni a Trapani, questa mattina l’Arctic Sunrise è partita per le Isole Egadi, dove si trova la più grande area marina protetta d’Europa. Insieme all’amministrazione abbiamo organizzato un workshop a bordo per parlare dei problemi della pesca artigianale locale. All’ancora fuori dal porto di Favignana,i nostri ospiti ci hanno raggiunto in gommone. “ Nessuna avventura, tutto tranquillo – mi dice Giuseppe, vecchio pescatore, mentre lo aiuto a salire. In mare siamo nati e in mare viviamo, sai quali tormente ho dovuto affrontare io?” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È evidente già dalle prime battute: i pescatori di Favignana di esperienza in mare ne hanno molta di più di molti di noi. Li abbiamo invitati a bordo - insieme a ricercatori, rappresentanti locali e associazioni - per farci raccontare le loro storie, i loro problemi e capire come il loro lavoro convive con un’area marina protetta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per Greenpeace il 40% del mare dovrebbe essere tutelato con riserve marine, mentre il restante 60% dovrebbe prevedere solo attività di pesca sostenibile. Tutto questo è possibile? Vogliamo scoprirlo nel corso del nostro workshop. I pescatori&amp;nbsp; di Favignana ci rispondono di si, con nostra grande sorpresa nessuno è contro l’istituzione dell’Area marina protetta, anzi ci dicono che alcuni di loro ne sono stati proprio i promotori. Per loro la ragione è semplice: in questo modo si possono tutelare la risorse, stabilire regole precise per evitare la pesca distruttiva in aree sensibili e garantire ai piccoli pescatori locali la sopravvivenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Perché di sopravvivenza si tratta - ci dice Giuseppe. - Favignana vive di pesca, pescare è l’unico mestiere in una terra fatta di mare. Ma oggi è difficile. Si va in mare e si prende sempre meno pesce, troppe regole per chi le rispetta e troppo pochi controlli per la pesca illegale che sta spazzando via le risorse di cui viviamo.” &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/76904_126553.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;L’Europa? Troppo distante dalle esigenze dei piccoli pescatori, nessuno che li ascolti, nessuno che capisca. “Le regole sono fatte per i mari del nord – continua Giuseppe - ma chi conosce davvero come funziona nel Mediterraneo? Le particolarità della piccola pesca locale? Nessuno.” Come dargli torto. Il nostro stesso Ministero, che dovrebbe far sapere a Bruxelles la loro realtà, non la conosce e loro senza nessuno che li rappresenti e le difenda subiscono le conseguenze di leggi fatte senza sapere. &lt;br /&gt;Ci raccontano, per esempio, che rischia di perdersi un’arte da pesca antica e fatta da generazioni con un attrezzo che loro chiamano il tartarone, usato da una decina di barche e solo in certi periodi dell’anno senza impatto sull’ambiente marino ma che adesso è vietato. Gli rispondo che questa è una realtà comune a tanti piccoli pescatori europei, dalla Grecia alla Spagna e che proprio per questo stiamo facendo il nostro tour con l’Arctic Sunrise: vogliamo che la loro voce venga ascoltata dai loro rappresentanti fino a Bruxelles. Ecco perché ieri a bordo avevamo tra i nostri ospiti il Governo regionale e il Direttore generale del ministero della Pesca.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Il nostro problema più grande è lo strascico”, dice uno dei pescatori senza paura. È una cosa che sappiamo bene, ma a Trapani nessuno aveva voluto dirlo…invece qui il coro di voci si alza. In molti denunciano che lo strascico sotto costa, troppo spesso in aree dove è illegale, sta distruggendo la loro pesca perché prende tutto quello che può e poi ributta a mare la maggior parte del pesce, morto, come scarti…sono di troppo poco valore per loro ma preziosissimi per questi pescatori locali. Ci spiegano anche che lo strascico sta distruggendo la posidonia, il polmone dell’isola, fondamentale per la riproduzione e la vita della maggior parte delle specie locali che loro pescano. È fantastico ascoltare quanto questi pescatori conoscano il loro mare, come se ne preoccupino e ne conoscano i problemi e sappiano bene che cosa bisogna fare per ripopolarlo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Vogliono continuare a pescare come hanno fatto i loro padri e i loro nonni, con attrezzi che hanno un minimo impatto sull’ambiente, prendendo pesci adulti e secondo le stagioni. Per questo hanno bisogno di essere appoggiati dalle amministrazioni locali, da chi deve fare i controlli per fermare la pesca illegale e dall’Europa che adesso deve decidere se privilegiare l’accesso alle risorse di questi pescatori e fermare la pesca distruttiva o lasciare che il mare si svuoti per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A fine mattina il workshop finisce ma non il nostro dialogo con i pescatori, vogliamo continuare a parlare con loro e portare la loro voce lontano. È la prima volta che mi sono trovata con dei pescatori a bordo di questa nave. E’ proprio come dice il capitano, Daniel, l’Arctic&amp;nbsp; è la nave di tutti coloro che vogliono proteggere il mare! Sostieni chi pesca sostenibile.&lt;/p&gt;</description><pubDate>Sun, 28 Apr 2013 11:01:00 +0200</pubDate><category>oceani</category><dc:creator>Giorgia Monti</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000af21-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/greenpeace-alla-sbarra/blog/44833/</link><title>Greenpeace alla sbarra </title><description>&lt;p&gt;&lt;iframe src="http://www.youtube.com/embed/u8DOFPVFxEI" width="620" height="315"&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Oggi a processo una trentina di attivisti per un’azione di protesta durata tre giorni presso la centrale di Porto Tolle, un mostro piantato nel mezzo del Delta del Po in una delle più importanti zone umide d’Europa.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La protesta del dicembre 2006 era motivata dal progetto di conversione a carbone della centrale a olio combustibile, che era stata mantenuta senza controlli ambientali per oltre vent’anni (motivo per cui sono stati &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/enel-porto-tolle/" target="_blank"&gt;condannati con sentenza definitiva i vertici dell’Enel&lt;/a&gt;, oltre che i dirigenti della centrale). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’azione arrivava alla vigilia della presentazione del Piano dei permessi inquinamento (emissioni di CO2): il tetto proposto dal governo era di 209 milioni di tonnellate l’anno, ben oltre quanto stabilivano le linee guida europee (186). Nonostante le proteste di Greenpeace, il Piano veniva presentato. Pochi mesi dopo, l&lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/comunicati/Piano-Nazionale-CO2/" target="_blank"&gt;a Commissione europea tagliava il Piano di oltre 13 milioni di tonnellate, dando parzialmente ragione alle richieste di Greenpeace e degli ambientalisti&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quali le accuse mosse agli attivisti di Greenpeace? Interruzione di pubblico servizio e danneggiamenti. Sulla prima, va ricordato che nel dicembre 2006 la centrale era in fermo impianto, di fatto da allora ha funzionato solo quel poco che serve a non perdere l’impianto (200 ore l’anno). Non fu interrotto, dunque, nessun pubblico servizio, né questa era mai stata l’intenzione degli attivisti. Si trattava di una protesta per ricordare al Governo e al Parlamento gli impegni di Kyoto, peraltro citati in modo altisonante nel programma del Governo Prodi e da una mozione bipartisan approvata nel novembre dello stesso anno al Senato, e promossa dagli ex ministri dell’Ambiente Edo Ronchi (teste a favore di Greenpeace al processo) e Altero Matteoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per quanto riguarda il danneggiamento (aver scritto NO CARBONE sulla ciminiera da 250 metri!!) il processo per &lt;a href="http://www.guardian.co.uk/environment/2008/sep/11/activists.kingsnorthclimatecamp" target="_blank"&gt;un’azione del tutto simile in Inghilterra aveva assolto Greenpeace&lt;/a&gt;: i danni del carbone sono incommensurabilmente più grandi di quelli provocati da qualche decina di attivisti che manifestano in modo pacifico con striscioni e pennelli. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ribadiamo le richieste di Greenpeace: dimezzare l’uso del carbone al 2020 e azzerarlo al 2030. Avanti con la rivoluzione energetica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Giuseppe Onufrio, Direttore esecutivo di Greenpeace Italia&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 19 Apr 2013 13:16:00 +0200</pubDate><category>energia e clima</category><dc:creator>Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aec5-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/ortando-il-sole-dalle-seychelles-al-polo-nord/blog/44741/</link><title>Portando il Sole dalle Seychelles al Polo Nord </title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/75182_124555.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Sono Renny Bijoux e sono stato scelto tra milioni di persone per fare una di quelle cose che ti cambiano la vita: un’impegnativa ma allo stesso tempo divertente e spettacolare spedizione al Polo Nord.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non capita tutti i giorni che qualcuno abbia l’opportunità di andare al Polo Nord, soprattutto per chi come me viene da una piccola isola delle Seychelles. Forse vi chiederete perché sto andando lì? La risposta è semplice: per proteggere la Terra. Volevo dare il mio pieno sostegno a Greenpeace nella sua campagna per difendere l’Artico dai processi industriali distruttivi che noi tutti conosciamo e che si stanno velocemente dirigendo verso l’Artico. Non sto dicendo che lo sviluppo industriale non sia necessario oppure che sia una cosa negativa ma come ogni altra cosa ha i suoi effetti distruttivi. Greenpeace sarà lì per dichiarare l’area protetta in nome di tutta le forme di vita sulla Terra. La parte più forte sarà quando scieremo verso il Polo Nord per calare la capsula contenente milioni di firme sul fondale oceanico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Forse vi chiederete perché ho così tanto a cuore l’Artico? Passate un giorno alle Seychelles e ve ne renderete conto. Nella mia isola la temperatura è arrivata a superare i 33° C, e potete immaginare quanto faccia caldo. Ci sono altri Paesi dove la temperatura è ancora più alta! L’Artico riflette nello spazio molto del calore del sole, contribuendo così a raffreddare il nostro pianeta e a rendere le nostre vite più sopportabili. Se tutti noi chiudessimo un occhio sugli effetti distruttivi dei processi industriali, la cima ghiacciata sulla vetta del mondo si fonderà, come tra l’altro ha già iniziato a fare, cambiando gli equilibri climatici del Pianeta. Questo farà sì che un pezzo di ghiaccio grande quanto la Groenlandia si scioglierà molto velocemente, cosa che sicuramente porterà a un innalzamento del livello del mare, fenomeno che a sua volta colpirà isole come le Seychelles e altre terre piatte.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiaramente, quando si parla alla gente di quest’argomento sembra che tutti capiscano e siano d’accordo. Ma veramente capiscono? Sì, molti di loro sanno cosa sta accadendo. Molti vogliono fare qualcosa, per questo ho subito colto quest’opportunità per agire anche in nome di chi, invece, quest’opportunità non ce l’ha. La mia famiglia e i miei amici pensano che questa sia una spedizione folle! Per molti di noi rappresenta il viaggio della vita. E dunque, perché non dare una mano a madre terra?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Spero che questa spedizione sia un successo e raggiunga i suoi obiettivi. Noi siamo tutti uniti: questo è la nostra Terra e tutti noi dobbiamo prendercene cura, proprio come lei si è presa cura di noi per secoli. Se noi non combattiamo per lei, chi lo farà?!? &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Renny Bijoux, in missione al Polo Nord&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 12 Apr 2013 19:00:00 +0200</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/ortando-il-sole-dalle-seychelles-al-polo-nord/blog/44741/#comments-holder</comments><category>energia e clima</category><dc:creator>Renny Bijoux, in missione al Polo Nord</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000ada2-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/giornata-mondiale-dellacqua-10-fatti-devastan/blog/44450/</link><title>Giornata Mondiale dell’Acqua: 10 fatti devastanti che dovreste sapere</title><description>&lt;p&gt;Viviamo su un pianeta umido e senza l’acqua non saremmo capaci di sopravvivere. Ma in paesi come la Cina le industrie tessili sversano cocktail mortali di sostanze tossiche nei fiumi. Basta dare un’occhiata alle foto di seguito per avere un’idea di quanto la situazione sia critica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal 2011 con la campagna Detox siamo riusciti a convincere alcuni marchi globali della moda – tra cui Benetton, Zara, H&amp;amp;M e Victoria Secret - a eliminare le sostanze tossiche pericolose dalla proprie filiere e con il nostro progetto &lt;a href="http://it.thefashionduel.com/"&gt;thefashionduel.com&lt;/a&gt; chiediamo lo stesso al mondo dell’alta moda. A nessuno piace l’idea di indossare un vestito contaminato dalle sostanze tossiche ma ancora di meno dovrebbe piacerci l’idea che queste sostanze inquinino l’acqua pulita utilizzata da centinaia di migliaia di persone nel Sud del mondo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi è la giornata Mondiale dell’Acqua, il giorno perfetto per ricordare alle case d’alta moda come Prada, Dolce&amp;amp;Gabbana e Chanel dieci fatti sull’acqua di cui probabilmente non sono al corrente. Sono certa che interessano a tutti voi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/72084_122383.jpg" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10 FATTI CHE DOVRESTE CONOSCERE SULL'INQUINAMENTO DELL'ACQUA: &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. La maggior parte dell’acqua del Pianeta sta negli oceani e &lt;a href="http://www.unwater.org/statistics_res.html"&gt;solo il 2,5% della riserva idrica globale è acqua potabile&lt;/a&gt;;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2. Solo in Cina 320 milioni di persone non hanno accesso ad acqua potabile pulita;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3. Il 40% dell’acqua di superficie in Cina è inquinata;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4. Il 20% dell’acqua da bere in Cina è considerata contaminata, a volte con sostanze chimiche cancerogene;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5. Una&lt;a href="http://www.greenpeace.org/international/en/publications/Campaign-reports/Toxics-reports/Big-Fashion-Stitch-Up/"&gt; recente indagine di Greenpeace&lt;/a&gt; ha dimostrato che la maggior parte dei vestiti prodotti dai grandi marchi della moda, tra cui GAP e Calvin Klein, contengono sostanze tossiche pericolose;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;6. Alcune di queste sostanze possono interferire gravemente con il sistema ormonale ed alcune diventano cancerogene una volta rilasciate in acqua;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;7. Ogni anno vengono prodotti 80 miliardi di capi d’abbigliamento a livello globale, undici per ognuna delle persone che abitano il Pianeta;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;8. Si stima che ognuno di noi (uomo, donna e persino i bambini ancora nelle pance delle loro madri)&amp;nbsp; si porta addosso centinaia di sostanze chimiche. Incluse quelle che vengono rilasciate nell’ambiente dall’industria tessile;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;9. Greenpeace sta lavorando affinchè i marchi globali della moda si impegnino nell’eliminazione totale delle sostanze tossiche dalle proprie filiere, rendendo pubbliche le azioni intraprese per raggiungere l’obiettivo Scarichi Zero attraverso le campagne internazionale Detox e The Fashion Duel;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;10. Alcuni importanti brand del mondo della moda ci hanno ascoltato. Tra questi Zara, Victoria Secret e in Italia Benetton e Valentino.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/72085_122385.jpg" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Purtroppo altri marchi fanno orecchie da mercante quando si parla di contaminazione dell’acqua da sostanze tossiche. E oggi, nella Giornata Internazionale dell’Acqua, non ci sembra proprio il caso. Per questa ragione vi chiediamo di far sentire la vostra voce e aiutarci a convincere marchi come Prada, Dolce&amp;amp;Gabbana, Trussardi, Versace e Armani a liberarsi dalla sostanze tossiche e accettare la sfida per un’acqua e una moda più pulita.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://it.thefashionduel.com/"&gt;Scrivi adesso alle aziende della moda per chiedergli di ripulirsi dalle sostanze tossiche.&lt;/a&gt; Aiutateci a difendere il diritto all’acqua pulita di milioni di persone, difendere la nostra salute e quella dei nostri figli&amp;nbsp; e dare un futuro al Pianeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chiara Campione, project leader di The Fashion Duel &lt;a href="https://twitter.com/ChiaraCampione"&gt;@chiaracampione &lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;P.S. Per decine di migliaia di persone in Cina l’acqua inquinata è una realtà di tutti i giorni. Nella Giornata Internazionale dell’Acqua celebrate insieme a noi il coraggio di tutti coloro che combattono per un diritto umano e ambientale che gli viene negato da troppo tempo ormai guardando e condividendo questo toccante documentario.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Insieme possiamo amplificare la loro voce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;iframe src="http://www.youtube.com/embed/KdrHIAISsvA" width="560" height="315"&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 22 Mar 2013 15:07:00 +0100</pubDate><category>inquinamento</category><dc:creator>Chiara Campione, campagna The Fashion Duel</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000ad85-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/le-foreste-siamo-noi/blog/44421/</link><title>Le foreste siamo noi</title><description>&lt;p&gt;&lt;img src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/71876_122132.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Qui da noi ogni giorno è il Giorno delle foreste.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Oggi festeggio le foreste. E i miei amici e colleghi che lavorano alla campagna Foreste di Greenpeace faranno lo stesso. Niente di nuovo in realtà. Noi lo facciamo tutti i giorni. &lt;br /&gt;Però oggi, la Giornata Internazionale delle Foreste, potremmo avere più compagnia del solito e, per esperienza, posso dirvi che più siamo a proteggere le foreste meglio ci riusciamo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Lo scorso novembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha deciso che il 21 marzo sarebbe stata una giornata dedicata alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica sulla conservazione di questi preziosi ecosistemi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Senza le foreste non ci sarebbe vita su questo fragile Pianeta. Sono il riparo materiale e spirituale di milioni di persone che le abitano. Migliaia di specie dipendono da questi ecosistemi. Un’incredibile varietà di mammiferi, uccelli, rettili, insetti, alberi, fiori, pesci. Ci siete mai stati in una foresta tropicale? Spero di sì. Sono dei veri e propri paradisi in Terra.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In tempi di cambiamenti climatici la capacità delle foreste di trattenere circa 300 miliardi di tonnellate di carbonio, ovvero 40 volte le emissioni di gas serra che emettiamo ogni anno a livello globale, è una benedizione per la stabilizzazione del clima. Esse sono la casa spirituale e fisica di milioni di persone che vivono delle foreste. Danno rifugio e nutrono una rete fantastica di vita: mammiferi, uccelli, rettili, insetti, alberi, fiori e pesci. In poche parole le foreste immagazzinano circa 300 miliardi di tonnellate di carbonio nelle loro parti viventi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La distruzione di una foresta in una parte del globo può avere un impatto disastroso dall’altra parte del Pianeta. Alcuni scienziati hanno recentemente dimostrato come la perdita di foreste in Amazzonia e in Africa centrale riduca notevolmente le precipitazioni nel Midwest negli Stati Uniti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se le industrie della carta e dell’olio di palma distruggono le foreste in Indonesia e l’allevamento bovino accelera la deforestazione in Amazzonia, cambia il clima e l’aria che respirano i nostri figli. A causa della deforestazione emettiamo in atmosfera più gas serra di quanto non ne producano tutti i mezzi di trasporto. Teniamocele strette allora. E intatte.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Noi celebriamo le foreste ogni giorno. E voi siete disposti a farlo da oggi? Proteggerete le foreste in ogni modo possibile?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Se non sapete come fare ecco ad alcuni consigli.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://it.thefashionduel.com/" target="_blank"&gt;Scrivete alle case dell’Alta moda&lt;/a&gt; chiedendogli di assumere delle politiche di acquisto a DeforestazioneZero.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.greenpeace.it/deforestazionezero/salvaforeste/classifica_salvaforeste.pdf" target="_blank"&gt;Scaricate la nostra classifica Salvaforeste&lt;/a&gt; e comprate i vostri prossimi libri non solo perché sono belli ma anche perché sono buoni con le foreste.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.greenpeace.it/deforestazionezero/foreste-a-rotoli/pdf/GP-TISSUE.pdf" target="_blank"&gt;Portate sempre nel portafoglio la nostra guida “Foreste a rotoli” &lt;/a&gt;quando andate al supermercato. Così sarete sicuri di non gettare le foreste nel water.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;Chiara Campione, responsabile campagna Foreste Greenpeace Italia&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 21 Mar 2013 11:54:00 +0100</pubDate><category>foreste</category><dc:creator>Chiara Campione</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000acda-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/fukushima-due-anni-fa-il-disastro-oggi-ancora/blog/44250/</link><title>Fukushima. Due anni fa il disastro, oggi ancora nessuna compensazione per le vittime</title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="margin-right: 4px; margin-left: 4px; float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/70575_120767.jpg" alt="" width="234" height="155" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A due anni dal disastro nucleare di Fukushima, va avanti quella che la Croce Rossa ha definito una “crisi umanitaria in corso” che rischia di durare per decenni. Sono 160 mila i cittadini costretti a evacuare e decine di migliaia quelli che lo hanno fatto volontariamente. Vite distrutte, senza che ancora una sola persona abbia avuto una compensazione adeguata per i danni ricevuti. Qual è il quadro che emerge a due anni dall’incidente? Quali le lezioni da trarre?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1. L’industria nucleare non paga i danni che provoca. A fronte di un danno stimato fino a 169 miliardi di euro, di fatto c’è stata la nazionalizzazione dell’azienda proprietaria dell’impianto. A pagare il conto, dunque, saranno i contribuenti giapponesi e se guardiamo le convenzioni sulla responsabilità civile in campo nucleare, vediamo che o esistono limiti molto ridotti alle compensazioni cui è tenuta l’azienda esercente dell’impianto (al massimo nell’ordine di 1,5 miliardi di euro) o, laddove la responsabilità è legalmente illimitata, di fatto non esistono strumenti finanziari di protezione. Nel caso di catastrofe nucleare a pagare sono i cittadini sia in termini di salute e distruzione delle loro vite che economici. Una sola eccezione è data dall’India in cui la legge considera responsabile l’industria per tutti i danni che può provocare: l’amministratore delegato di General Electric ha dichiarato di recente che con questa legge non entreranno nel mercato indiano;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;2. Le aziende che forniscono le tecnologie nucleari hanno responsabilità civile pari a zero in caso di incidente. Non solo. Come analizzato nel &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/Fukushima_Fallout_exsum_ITA-revfin-1.pdf"&gt;rapporto di Greenpeace “Fukushima Fallout”&lt;/a&gt; due delle imprese fornitrici delle tecnologie&amp;nbsp; che hanno contribuito a provocare l’incidente – Toshiba e Hitachi – sono coinvolte nelle operazioni di bonifica. Questo vuol dire che&amp;nbsp; lucrano su un incidente di cui sono in qualche modo corresponsabili;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;3. L’incidente di &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/crisi-fukushima_GP2013.pdf"&gt;Fukushima è stata una vera e propria “Cernobyl del mare”&lt;/a&gt; per le enormi quantità di radioattività scaricate nell’oceano. La situazione è ben lontana dall’essere stata risolta: la contaminazione delle catena alimentare, la quantità enorme di rifiuti radioattivi provenienti dalle operazioni di bonifica (29 milioni di metri cubi), i tempi e i costi dello smantellamento dei reattori (la cui situazione è tuttora precaria con grandi quantità di acqua radioattiva di raffreddamento da dovere stoccare) fanno sì che per diversi decenni Fukushima rimarrà una ferita aperta in Giappone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma quale prospettiva ha il settore nucleare nel mondo?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Anche senza l’incidente di Fukushima l’industria nucleare sarebbe in un grave stallo: troppo costoso e rischioso. Ad esempio, il progetto del reattore nucleare francese EPR – che doveva coinvolgere anche l’Italia con quattro reattori – ha finalmente rivelato il suo costo: 8,5 miliardi di euro – non i 3,2-3,5 con cui era stato proposto in Finlandia e poi in Italia propagandato da Enel. Di recente Enel è dovuta anche uscire dal progetto di Flamanville in Francia per i costi esorbitanti. L’azienda francese EDF per costruire reattori nel Regno Unito chiede un acquisto garantito dell’elettricità per 40 anni a un prezzo circa doppio di quello attuale: si tratta di un sussidio economico che dura persino più di quello concesso alle rinnovabili. E questo senza che il reattore abbia una “sicurezza intrinseca” – obiettivo mai raggiunto dall’industria nucleare dopo 60 anni di storia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per fortuna, le alternative tecnologicamente robuste, economicamente abbordabili e quantitativamente disponibili non mancano. Nel solo 2012 le rinnovabili installate nel mondo produrranno energia pari a quella di 20 grandi reattori. E l’efficienza potrebbe tagliare nel medio termine del 20% i consumi aumentando l’occupazione e diffondendo tecnologie innovative. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una rivoluzione energetica è possibile e indispensabile per un mondo senza i rischi del nucleare e che sappia rispondere alla sfida dei cambiamenti climatici.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Approfondimenti:&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/Fukushima-cronologia-ITA_rev-fin2.pdf"&gt;La cronologia di Fukushima&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/crisi-fukushima_GP2013.pdf"&gt;Fukushima. L’incidente due anni dopo&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2013/clima/Fukushima_Fallout_exsum_ITA-revfin-1.pdf"&gt;L’estratto del rapporto “Fukushima Fallout”, sintesi in italiano&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;a href="http://www.greenpeace.org/international/en/publications/Campaign-reports/Nuclear-reports/Fukushima-Fallout/"&gt;Il rapporto integrale “Fukushima Fallout”, in inglese&lt;/a&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 08 Mar 2013 13:09:00 +0100</pubDate><category>nucleare</category><dc:creator>Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace Italia</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000acc7-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/vittoria-sconfitto-il-lato-oscuro-di-volkswag/blog/44231/</link><title>Vittoria! Sconfitto il Lato Oscuro di Volkswagen</title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle; margin: 2px;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/70478_120614.jpg" alt="" /&gt;In uno scenario dove i segnali del cambiamento climatico si intensificano e fanno sempre più temere per il futuro del Pianeta, una storia firmata Greenpeace rende ottimismo e fa capire come impegnarsi per prevenire il peggio non sia affatto inutile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Due anni fa lanciammo una campagna contro Volkswagen, il maggior produttore di auto in Europa, il secondo al mondo, proprietario di marchi quali Audi, Bentley, Bugatti, Lamborghini, Porsche, SEAT ,Skoda. Il marchio tedesco è leader non solo in termini di fatturato, ma anche per capacità produttive e tecnologiche. Volevamo cambiare gli standard di emissione di una grande casa automobilistica (in Europa 1 macchina su 5 viene dal gruppo VW), credendo che ciò potesse fare la differenza. Il settore trasporti rappresenta, su scala globale, circa il 20% delle emissioni dirette di gas serra; e la maggior parte di queste vengono dalla mobilità su strada. Dal 1970 a oggi la crescita delle emissioni del settore trasporti è stata del 120%, inferiore solo a quella del settore energia. Cambiare i consumi della flotta Volkswagen, quindi, avrebbe comportato:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- una riduzione diretta delle emissioni di CO2 dalla mobilità su gomma; &lt;br /&gt;- ridurre una riduzione della dipendenza dal petrolio;&lt;br /&gt;- guidare tutte le aziende automobilistiche verso nuovi traguardi di efficienza;&lt;br /&gt;- sottrarre i decisori (governi e organismi sovranazionali) dalle pressioni di lobby che spingono contro ogni istanza di salvaguardia del clima. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sembrava una sfida impossibile. Fino a ieri, quando dal Motor Show di Ginevra Volkswagen ha preso un impegno significativo, dichiarando pubblicamente che la sua flotta emetterà mediamente 95 grammi di CO2 (un consumo di circa 4 litri per 100 chilometri) entro il 2020. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel 2010, quando lanciammo la nostra campagna ispirata alla narrativa di Star Wars – che Volkswagen aveva brillantemente sfruttato per un suo bellissimo spot – la prima risposta che ricevemmo dall’azienda fu la seguente: che quell’obiettivo di efficienza – 95gr CO2/km – era impossibile e irrealistico per l’industria automobilistica. Ma noi vedevamo il Bene in Volkswagen (disponevano già della migliore tecnologia di abbattimento delle emissioni, la Bluemotion, ma la commercializzavano poco); e decidemmo di voler sottrarre l’azienda dal Lato Oscuro della Forza!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quello assunto ieri è un impegno doppiamente significativo: perché preso prima che l’Unione Europea riveda gli obiettivi di efficienza per i motori (una decisione in tal senso è attesa per il giugno prossimo: e dovrebbe indicare proprio quel valore - 95grCO2/km - come parametro per il 2020); e perché Volkswagen si è impegnata a raggiungere quel traguardo senza avvalersi di alcun “trucchetto” nei metodi di calcolo delle emissioni della sua flotta (trucchetti che temiamo indeboliranno invece la normativa europea). I parametri di emissione che l’azienda dichiara di voler raggiungere garantiranno – solo in Europa - la mancata emissione di 4,5 milioni di tonnellate di CO2, nel ciclo di vita dei veicoli, e un risparmio di 1,8 miliardi di litri di petrolio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quindici anni fa la sola automobile capace di contenere le sue emissioni entro i 95 grammi di CO2 per chilometro era un veicolo sperimentale, la Smile, prodotto da Greenpeace. Entro la fine del decennio quello standard di emissioni potrebbe essere comune a tutta l’industria automobilistica, con un risparmio per gli automobilisti di quasi 400 euro l’anno e con la possibilità di dimezzare le emissioni di gas serra provenienti dal traffico su gomma entro il 2025.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Greenpeace non ce l’avrebbe mai fatta a smuovere un colosso come Volkswagen senza il sostegno di oltre 500 mila persone in tutto il mondo. La vittoria di oggi è tutta per il clima e per il Pianeta. E per quanti mal sopportano la parola “impossibile” e, al pessimismo della ragione, rispondono con l’ottimismo della volontà. &lt;br /&gt;&lt;span style="text-decoration: underline;"&gt;Ancora grazie ai 500 mila Jedi che si sono uniti all’Alleanza Ribelle e hanno sconfitto il Lato Oscuro di Volkwagen. La Forza sia con voi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andrea Boraschi, responsabile campagna Energia e Clima&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 07 Mar 2013 13:15:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/vittoria-sconfitto-il-lato-oscuro-di-volkswag/blog/44231/#comments-holder</comments><category>energia e clima</category><dc:creator>Andrea Boraschi. campaigner Energia e Clima</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000ac71-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/stop-shell-alle-trivellazioni-in-alaska-per-i/blog/44145/</link><title>Stop Shell alle trivellazioni in Alaska per il 2013</title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle; margin: 2px;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/64346_114990.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Shell ha annunciato oggi di abbandonare per il 2013 i propri piani di estrazione del petrolio al largo delle coste dell’Alaska, nell’Artico. È la prima cosa giusta che fa Shell in Alaska.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La reputazione di Shell come miglior azienda del settore è stata messa a dura prova da una serie di disavventure e disastri mancati. Segno che anche chi si crede il migliore ha difficoltà nelle trivellazioni nell’Artico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Meno di due mesi fa il naufragio della &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/buon-2013-dalla-shell/blog/43568/"&gt;piattaforma petrolifera Kulluk della Shell&lt;/a&gt; vicino all’isola di Kodiak in Alaska, un paradiso di biodiversità, ha dimostrato chiaramente che queste operazioni sono troppo rischiose. Gli effetti di una “marea nera” nell’Artico sono purtroppo noti: basti ricordare le conseguenze del disastro della Exxon Valdez, che nel 1989 si schiantò nel Prince William Sound provocando la moria di&amp;nbsp; migliaia di uccelli, foche, otarie, orche e pesci di cui molte popolazioni non si sono mai riprese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Adesso Obama deve fermare per sempre ogni trivellazione in Artico, non solo per salvare un ecosistema così fragile&amp;nbsp; e prezioso e le comunità che da esso dipendono, ma per mandare un segnale deciso alle altre nazioni: è tempo di fermare la nostra dipendenza dai combustibili fossili. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è solo l’Artico ad essere minacciato dalle trivelle ma anche il nostro Mediterraneo, dove Shell ha progetti di trivellazioni dal Canale di Sicilia al Mar Ionio. Sono in via di autorizzazione proprio in questi mesi due progetti di ricerca della Shell nel Golfo di Taranto, nonostante la forte opposizione delle comunità locali. In Italia è in atto una vera e propria corsa al petrolio: la settimana scorsa è arrivata l’autorizzazione della piattaforma Ombrina Mare al largo delle coste abruzzesi, mentre l’Eni ha ottenuto l’esclusione dalla VIA per i suoi progetti nel Golfo di Taranto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Chi salirà adesso al Governo avrà anche la responsabilità di dover scegliere come intende gestire le risorse del nostro mare: tutelarle a beneficio dell’economia locale (pesca e turismo), o svenderle ai petrolieri ipotecando il futuro di chi vive sulle coste.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ENTRA IN AZIONE&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.savethearctic.org/"&gt;Chiedi anche tu la creazione di un santuario globale al Polo Nord e fermiamo insieme le trivellazioni petrolifere in Artico per sempre. Firma la petizione su www.savethearctic.org come hanno già fatto quasi tre milioni di Difensori artici.&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Giorgia Monti, responsabile campagna Mare&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 28 Feb 2013 16:37:00 +0100</pubDate><category>energia e clima</category><category>oceani</category><dc:creator>Giorgia Monti, campaigner Mare</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000abaf-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/tutti-i-pericoli-del-fracking/blog/43951/</link><title>Tutti i pericoli del fracking</title><description>&lt;p&gt;Che cos’è il fracking? Vuol dire “fratturazione idraulica” ed è una tecnica per estrarre gas naturale anche da sorgenti non convenzionali – come le rocce di scisto o depositi profondi di carbone. Negli USA questa tecnica estrattiva si è ampiamente sviluppata negli ultimi anni, generando un crescente movimento di opposizione. È di questo che parla il film “Promised Land” di Gus van Sant e noi vi spieghiamo il perché.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img style="vertical-align: middle; margin: 2px;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/66847_117989.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Negli USA il fracking ha abbattuto i prezzi del gas nel Paese, ha aumentato notevolmente le riserve disponibili di gas estraibile e ha provocato una riduzione dell’uso del carbone (il cui prezzo è sceso negli USA, favorendone l’esportazione all’estero). Ma questi sviluppi del gas di scisto – shale gas – non sono privi di problemi ambientali. Tra gli aspetti maggiormente preoccupanti, vanno segnalati gli impatti sull’acqua e le perdite “fuggitive” di gas metano. Vediamoli nel dettaglio:&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Impatti sulle risorse idriche:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• Il processo di fracking consuma enormi quantità di acqua. È stato stimato che una quantità compresa tra 9 mila e 29 mila metri cubi di acqua all’anno è necessaria per ogni singolo pozzo (e i pozzi dei campi di gas di scisto sono migliaia). Questo potrebbe causare problemi con la sostenibilità delle risorse idriche, anche in paesi temperati, e certamente può rappresentare una forte pressione sulle risorse idriche nelle zone più aride;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• i rischi ambientali associati alle sostanze chimiche impiegate come additivi ai fluidi impiegati nel processo di fratturazione – che costituiscono il 2 per cento circa del loro volume – sono assai poco conosciute. Infatti, negli Stati Uniti, queste sostanze sono esentate dal regolamento federale e le informazioni relative sono protette come segreto industriale. Almeno 260 sostanze chimiche sono note per essere presenti in circa 197 prodotti e alcuni di questi sono noti per essere tossici, cancerogeni e mutageni. Queste sostanze chimiche possono contaminare le falde sotterranee a causa della mancata tenuta dei pozzi e consentire la migrazione di contaminanti attraverso il sottosuolo. La mancanza di libero accesso alle informazioni su queste sostanze non è accettabile;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;• una cifra tra il 15 per cento e il 80 per cento dei fluidi iniettati per la fratturazione idraulica ritorna in superficie come acqua di riflusso, mentre il resto rimane nel sottosuolo. Questi fluidi conterranno additivi impiegati nella fratturazione e i loro prodotti di trasformazione. Sostanze disciolte dalla fratturazione delle rocce di scisto sono metalli pesanti, idrocarburi e elementi radioattivi naturali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Impatti sulle emissioni di gas a effetto serra:&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo la fratturazione delle rocce di scisto viene liberato il gas metano che viene raccolto nella fase di estrazione. La questione preoccupante riguarda le emissioni fuggitive di gas metano, cioè quella quota di gas metano che sfugge al processo estrattivo e si disperde in atmosfera. Se si tiene conto di queste emissioni fuggitive, per le quali in letteratura circolano cifre abbastanza variabili, il vantaggio ambientale del gas di scisto rispetto al carbone tende a ridursi. Le perdite di metano dal fracking sono, infatti, superiori di quelle legate all’estrazione del gas convenzionale, con stime che oscillano dal 30 per cento al 100 per cento in più. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per le stime più pessimistiche delle emissioni fuggitive, l’impatto sul clima del gas di scisto risulta confrontabile a quello del carbone, in termini di emissioni totali di gas a effetto serra per unità di energia prodotta nell’orizzonte dei cento anni, che è quello utilizzato come riferimento dall’IPCC. Nell’orizzonte a più breve termine di venti anni, quello in cui le emissioni di metano hanno l’impatto peggiore, il contributo del gas di scisto risulta maggiore non solo di quello del gas convenzionale ma persino del carbone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La &lt;a href="http://www.greenpeace.org/eu-unit/Global/eu-unit/reports-briefings/2012%20pubs/Pubs%202%20Apr-Jun/Joint%20statement%20on%20fracking.pdf"&gt;posizione espressa da Greenpeace e da altre associazioni ambientaliste sulle prospettive del fracking in UE&lt;/a&gt; sono quelle di una sostanziale moratoria, fino a che non verranno risolti e chiariti gli aspetti ambientali che questa forma di estrazione presenta e definite le migliori tecnologie per eliminare o minimizzare questi impatti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 12 Feb 2013 17:09:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/tutti-i-pericoli-del-fracking/blog/43951/#comments-holder</comments><category>energia e clima</category><dc:creator>Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000ab6e-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/re-della-terra-selvaggia-non-spezziamo-gli-eq/blog/43886/</link><title>"Re della Terra selvaggia". Non spezziamo gli equilibri del Pianeta!</title><description>&lt;p&gt;Questo blog ha un oggetto apparentemente stravagante per Greenpeace, ovvero il film “Re della Terra selvaggia” (“Beasts of the Southern Wild”) di Benh Zeitlin. Un film indipendente, un vero e proprio caso che ha raccolto decine di premi nei festival di tutto il mondo e ora è candidato a 4 oscar (miglior film, migliore regia, migliore sceneggiatura non originale, miglior attrice protagonista, la piccola Quvenzhané Wallis che interpreta il ruolo di Hushpuppy). Siamo stati invitati alla sua anteprima (il film esce il 7 febbraio) e per questo ne parliamo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;iframe src="http://www.youtube.com/embed/its2_o1mgAM" width="560" height="315"&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;"Re della Terra selvaggia” è innanzitutto la storia di Hushpuppy e del suo papà, Wink. Ma è anche la storia di una comunità che vive in forte relazione con il proprio ambiente, qualcosa che noi abitanti del mondo civilizzato abbiamo dimenticato. Un ecosistema fragile, da qualche parte nella Louisiana devastata da Katrina. L’intenzione del regista non è quella di fare un film “ambientalista”. Ma – tra ghiacciai che si frantumano, uragani che si scatenano e bestie preistoriche “scongelate” – a emergere è una semplice realtà: quando gli equilibri naturali si spezzano, la vita che da questi dipende rischia di scomparire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Hushpuppy dice: &lt;em&gt;“Quando qualcosa si è rotto è difficile rimettere le cose a posto”&lt;/em&gt;. Eppure è lei a guardare negli occhi le misteriose creature preistoriche. E se è possibile trovare una speranza va cercata negli occhi di chi sa che la nostra civiltà non è nulla senza il pianeta che la sostiene. Fosse anche solo per questo, è un film che merita di essere visto.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andrea Pinchera, direttore Comunicazione e Raccolta Fondi&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 06 Feb 2013 10:06:00 +0100</pubDate><category>greenpeace</category><dc:creator>Andrea Pinchera, direttore Comms e Raccolta Fondi</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000ab4e-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/australia-tra-carbone-siccit-e-alluvioni/blog/43854/</link><title>Australia tra carbone, siccità e alluvioni</title><description>&lt;p&gt;Un paio di settimane fa l'Australia boccheggiava sotto una calura ardente, con incendi e temperature che hanno toccato punte superiori ai 50°C. Tutto finito. Adesso il paese dei canguri è ostaggio delle piogge torrenziali, causa di allagamenti, morti e disastri di vario tipo.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Almeno sei persone sono morte nel Queensland - il bilancio complessivo potrebbe superare però la dozzina di morti - la cui capitale, Brisbane, rischia di rimanere senz'acqua potabile per la chiusura dell'impianto di trattamento e potabilizzazione, allagato dai fiumi in piena. Sempre nel Queensland, nella città di Bundaberg, la piena ha raggiunto un picco di oltre nove metri e mezzo (9,53m per la precisione) con 7.500 sfollati. Mentre nel Nuovo Galles del Sud ci sono oltre quarantamila persone isolate e quattordici fiumi a rischio esondazione. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Purtroppo niente di nuovo, ma l'aspetto grave è che questi fenomeni stanno diventando sempre più frequenti. Come aveva predetto il climatologo Will Steffen in occasione delle devastanti alluvioni del 2011: &lt;em&gt;"C'è definitivamente il rischio, ed è un rischio in aumento, che eventi come questo diventino sempre più frequenti man mano che il clima si scalda. Eventi che dovrebbero succedere una volta ogni cento anni, capiteranno ogni 20 o 30 anni a causa delle modificazioni del clima … e possiamo affermare con ragionevole certezza che questi eventi stanno diventando più frequenti e che saranno più frequenti in futuro"&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Com'è noto le autorità Australiane, insieme a gran parte dei governi del Pianeta, di questi allarmi se ne sono altamente infischiati. Hanno continuato ad autorizzare l'apertura di nuove miniere di carbone - il peggior killer del clima tra i combustibili fossili - mentre un autorevole studio pubblicato su Nature Clima Change conferma che uno dei simboli dell'Australia, la Grande Barriera Corallina, non ha chances di sopravvivere se il riscaldamento globale dovesse superare i 2°C. Questo, nemmeno nelle più ottimistiche ipotesi di adattamento dei coralli. E stiamo tranquillamente andando oltre i 3°C a fine secolo.... &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Gli impatti sulla barriera corallina ci sono già e non si limitano ai fenomeni di sbiancamento (espulsione delle alghe simbionti) causati dalle temperature eccessive. Gli australiani continuano ad aprire miniere di carbone - ormai sono più di venti quelle vicino alla costa - e molte di esse sono state allagate dalle recenti alluvioni. Le acque portano in mare i suoli inquinati uccidendo dugonghi e tartarughe marine e soffocando i coralli della barriera. &lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;La Grande Barriera Corallina è stata dichiarata&amp;nbsp; "Patrimonio dell'Umanità" dall'UNESCO che ha chiesto al governo Australiano di non aprire miniere che la mettano a rischio. La risposta del ministro dell'Ambiente alla richiesta del Comitato Mondiale? Autorizzare la costruzione di un nuovo terminale per le esportazioni di carbone.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/41676_78329.jpg" alt="" width="135" height="135" /&gt;Alessandro Giannì, &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;direttore delle Campagne&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 04 Feb 2013 15:29:00 +0100</pubDate><category>energia e clima</category><dc:creator>Alessandro Giannì, direttore Campagne</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aadd-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/lindustria-della-carit-o-delle-bufale/blog/43741/</link><title>“L’industria della carità” o delle bufale?</title><description>&lt;p&gt;Cosa dire di “L’industria della carità” (Chiare Lettere), il libro di Valentina Furlanetto che indaga sul mondo del no profit? Che le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma le buone intenzioni non sono quelle del mondo della solidarietà che la giornalista intende scoperchiare. No, sono proprio quelle della Furlanetto che, partita per svelare il “lato oscuro” del no profit, annega in un pasticcio dove si mescolano tutto e il contrario di tutto, rivelando – nella migliore delle ipotesi – una scarsa conoscenza di un settore del quale dovrebbe essere esperta (si occupa di economia e temi sociali per Radio 24 – Sole 24 ore).&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Questo blog non è una recensione in piena regola: non mi compete, per quanto da giornalista prestato al no profit non avrei difficoltà a scriverla. Altri nomi ben più autorevoli – dal direttore di MSF Italia Konstantinos Moschochoritis sull’Huffington Post, a Elena Zanella su Vita e Gianni Rufini su Repubblica, per non dimenticare Stefano Zamagni – si sono già espressi, fuori dal battage pubblicitario delle anticipazioni giornalistiche. Valga per tutti il giudizio di Zamagni, economista esperto in no profit, che a proposito del libro afferma: “Un lavoro scientificamente inconsistente, dati e casi presi qui e là senza nessuna coscienza, peggio, direi quasi senza nessuna conoscenza del tema e dei contesti”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui si vuole proprio dare evidenza di questa confusione dei dati raccolti, della mancanza di spirito critico della Furlanetto, e lo vogliamo fare a partire proprio dai passaggi del libro che riguardano Greenpeace. Per rendere tutto più chiaro (a “chiare lettere” verrebbe da dire) alcune affermazioni del libro sono seguite dal commento. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Greenpeace, numeri alla mano, fa un’abbuffata di spese di marketing e promozione”.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È una fotografia molto parziale. Greenpeace rifiuta ogni finanziamento da parte di governi, aziende, istituzioni, per farsi sostenere solo dalle singole persone. Come a suo tempo spiegato alla Furlanetto stessa (che si è ben guardata dal riportare alcunché…), contattare le persone una a una, invece che stare in un ufficio ad attendere soldi elargiti magari proprio da chi distrugge il pianeta, ha un costo maggiore e questo ovviamente si riflette nei bilanci. Allo stesso modo, scegliere di non partecipare a bandi pubblici significa rinunciare a facili finanziamenti per le proprie attività.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Per quanto riguarda i numeri, nel 2005 Greenpeace Italia destinava alle campagne in difesa dell’ambiente circa 500 mila euro. Nel 2012 si è avvicinata a 2,8 milioni di euro. Miracolo? Moltiplicazione dei pani e dei pesci? No, si tratta dei risultati degli investimenti nella "raccolta fondi". Questi investimenti, peraltro, sono basati in buona parte su attività di comunicazione delle campagne promosse da Greenpeace in Italia e nel mondo – dunque hanno alla base attività di sensibilizzazione, non semplice “pubblicità” – e rientrano in parte negli obiettivi istituzionali dell’associazione: sensibilizzare e diffondere informazioni sui temi ambientali (e questo lo concede anche la Furlanetto…). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Mentre lavorava in Greenpeace (UK, ndr.), Lord Melchett ha guidato la campagna contro gli organismi geneticamente modificati negli alimenti, che prendeva di mira in particolare i prodotti Monsanto. Poi, nel 2002,è andato a occupare un posto nell’agenzia pubblicitaria Burson-Marsteller, di cui Monsanto è cliente”.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Greenpeace non può costringere le persone a passare tutta la vita lavorativa a Greenpeace, né pretendere che chi lascia l’organizzazione ne sposi per sempre i valori e la mission. Si tratta di scelte personali. Nel caso particolare, Lord Melchett (già direttore di Greenpeace UK, che aveva lasciato, per rimanere però nel Board di Greenpeace International) ha annunciato che sarebbe diventato consulente di Burson-Marsteller nei primi giorni del 2002. La Furlanetto scrive che “Lord Melchett è rimasto nel consiglio d’amministrazione di Greenpeace International”. La verità è che l’11 gennaio si era già dimesso: trattasi di bufala, e di quelle colorate di azzurro… &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;em&gt;“Sulla base della capacità di ‘fare notizia’ Greenpeace ha costruito un vero e proprio impero finanziario con decine di sedi e milioni di dollari. La multinazionale dell’ambientalismo ha 40 filiali in 25 paesi e dichiara 200 milioni di dollari di introiti l’anno. Uno si aspetterebbe che questa forza, mediatica e finanziaria, vada a esclusivo vantaggio delle cause ambientali, e si aspetterebbe anche comportamenti coerenti, una condotta esemplare, sincerità d’intenti e risultati. Invece non mancano le critiche, che arrivano proprio dall’interno dell’associazione, da persone che hanno fatto parte di Greenpeace e che ne sono uscite deluse o amareggiate”.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Le critiche, dall’interno o dall’esterno, non hanno mai fatto male a nessuno. Anzi. Ma un bravo giornalista, esattamente come uno storico (sono anche uno storico, e scusate se la metto sul personale…), ha il dovere di “interrogare le fonti”. Non dovrebbe limitarsi a prendere (copiando e incollando) testi che sono disponibili in maniera seriale su decine di blog anti-ambientalisti, o semplicemente anti-Greenpeace (se non ci credete, fate una ricerca su Google e guardate la corrispondenza delle frasi…). E copiando pure errori marchiani come quelli relativi alle dimensioni di Greenpeace: che non ha “40 filiali in 25 paesi”, come scrive la Furlanetto, ma 30 uffici in quasi 50 paesi. Ce lo dicevano anche a scuola: quando copiate, cambiate almeno la versione…&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Entrando nel merito, nel libro si citano alcuni personaggi. Bjorn Okern, per esempio, allontanato nel 1993 perché non era capace di fare il proprio lavoro, scopre di colpo di aver fatto parte di un “movimento ecofascista, più preoccupato dei soldi che dell’ambiente”. Poi Patrick Moore, che nel 1971 era stato tra i fondatori di Greenpeace (vero). E Paul Watson, espulso nel 1977 perché contrario alla nonviolenza. Moore sostiene che Greenpeace ha posizioni estremiste, massimaliste, anti-scientifiche, anti-tecnologiche, anti-industria, anti-globalizzazione e in definitiva anti-umane. Watson, invece, parla di “signore Avon del movimento ambientalista” (Avon, l’azienda di cosmetici…), di “carrozzone burocratico” e “autocompiacente” che “finge di risolvere i problemi”.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Come rispondere? Intanto, uno si aspetterebbe delle critiche coerenti. O che la giornalista approfondisca. O quanto meno, se proprio le fa fatica chiedere il parere a Greenpeace, riporti qualcuna delle tante repliche a notizie simili che negli anni abbiamo affidato ai media tradizionali e non. Avrebbe così scoperto, per esempio, che Moore prende soldi dalle aziende del legname e del nucleare e in maniera non sorprendente afferma che le foreste possono essere tranquillamente tagliate a raso o l’energia nucleare è innocua (1985, vigilia di Cernobyl). D’altra parte, se combattere l’estremismo&amp;nbsp; di Greenpeace significa difendere i generali argentini (tanto “la gente viene uccisa ovunque”, ha affermato Moore) è meglio stare altrove.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Quanto a Watson, cosa sia l’estremismo non glielo può insegnare nessuno: non a caso, il documentario che racconta le sue gesta con Sea Shepherd, l’organizzazione che ha fondato nel 1977 e che si distingue per la difesa delle balene e gli attacchi a Greenpeace, si intitola “Confessioni di un ecoterrorista”. Quello che molti non sanno è che, quando stavano insieme a Greenpeace, Moore e Watson passavano buona parte del loro tempo a litigare su posizioni inconcilianti. Fuori dall’organizzazione sembrano d’accordo almeno su un punto: sparare sulla vecchia “casa madre”… buon pro gli faccia! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Al di là della facciata, &lt;em&gt;“Greenpeace ha stretto accordi molto pragmatici con diversi gruppi. Sta &lt;/em&gt;&lt;em&gt;diventando sempre più una sua caratteristica quella di rimanere con un piede nelle lotte ambientaliste e l’altro nei salotti di contrattazione dei governi e delle grandi aziende, seppur per lo sviluppo delle tecnologie verdi e per la salvaguardia dell’ambiente”.&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Anche in questo caso, il ritratto è parziale. La Furlanetto, nello specifico, cita la Coca-Cola, della quale Greenpeace ha applaudito l'impegno a usare refrigeratori e distributori automatici “amici del clima” alle Olimpiadi del 2008, e in genere ad aumentare il ricorso a tecnologie innovative per ridurre le emissioni di anidride carbonica ed eliminare gli idrofluorocarburi (gas serra ancora più potenti). La notizia, all’epoca, aveva causato le proteste di alcuni attivisti, una cosa comprensibile, vista la storia ambientale e sociale non proprio irreprensibile della multinazionale americana. Ma questo non rappresenta in alcun modo una forma di appoggio alla Coca-Cola, come invece è scritto in “L’industria della carità”. Non più di quanto si possa dire che Greenpeace appoggi Kimberly-Clark (Kleenex, Scottex…), combattuta per anni prima di spingerla verso politiche d’acquisto che non distruggono le foreste, oppure Asdomar e Mareblu, in cima alla classifica sulla sostenibilità del tonno in scatola.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Greenpeace, l’estremista, è anche questa, e la Furlanetto lo avrebbe capito se – almeno – avesse letto le poche righe della sua missione: “Greenpeace è un'organizzazione globale indipendente che sviluppa campagne e agisce per cambiare opinioni e comportamenti, per proteggere e preservare l'ambiente e per promuovere la pace”. Ci chiediamo: se non prova a cambiare i comportamenti delle grandi multinazionali, e delle istituzioni, di chi si deve occupare allora Greenpeace per proteggere il Pianeta?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli esempi potrebbero continuare, ma la sostanza è quella esposta. “L’industria della carità” non contiene niente che possa aiutare Greenpeace, come altre organizzazioni, a correggere gli errori sicuramente presenti nell’attività quotidiana. Solo un affastellarsi di accuse note, tante e tante volte smentite, opera di persone piene di rancore e a volte prezzolate. Una delusione, perché è evidente che il libro poteva essere un’occasione di riflessione per un mondo – quello del no profit – dove non sono assenti ambiguità e connivenze. Resta solo un dubbio: questo risultato è causato da superficialità oppure da una precisa intenzione? Ma lasciamo ad altri questo giudizio. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left; margin: 2px;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/39434_74132.jpg" alt="" width="151" height="100" /&gt; Andrea Pinchera, &lt;br /&gt; direttore Comunicazione e Raccolta Fondi di Greenpeace Italia&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 22 Jan 2013 16:39:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/lindustria-della-carit-o-delle-bufale/blog/43741/#comments-holder</comments><category>greenpeace</category><dc:creator>Andrea Pinchera, direttore Comms e Raccolta Fondi</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aaad-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/processo-agli-ogm/blog/43693/</link><title>Processo agli OGM</title><description>&lt;p&gt;C'è un settore che, nonostante la crisi, ha le carte in regola per uscirne meglio di prima. Un settore che ci invidiano in tutto il mondo e che sta a noi italiani far rifiorire e non permettere che venga omologato e schiacciato dall'uniformità che livella tutto verso il basso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Visto che parliamo di agricoltura, si potrebbe parafrasare: non permettiamo che la nostra agricoltura e il nostro comparto alimentare diventino una monocoltura arida, sterile e senza volto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Agricoltura di qualità significa non solo garantire il sostentamento degli agricoltori e la produzione alimentare, ma anche salvaguardare il territorio e quei beni comuni come suolo, acqua, aria dai quali dipendiamo e che rappresentano il lasciapassare per un futuro sostenibile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IL PROCESSO&lt;br /&gt;Si è aperto oggi a Pordenone, in Friuli, il processo in merito all'attività svolta da attivisti di Greenpeace nel 2010 per fermare la contaminazione da OGM, un'attività legata alla semina illegale di mais OGM della Monsanto in due appezzamenti della regione. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I capi di imputazione a carico dei 23 attivisti coinvolti erano due: danneggiamento e invasione arbitraria di terreno agricolo al fine di occupazione e danneggiamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il reato di danneggiamento è stato archiviato, di conseguenza oggi il PM ha dovuto modificare il capo di imputazione di arbitraria invasione che, pertanto, dovrà essere nuovamente notificato a tutti i 23 attivisti con rinvio del processo al 14 marzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'AZIONE DEL 2010&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/ogm/OGM1/Mais-OGM-illegale-in-Friuli/"&gt;Gli attivisti entrarono nel campo per isolare e mettere in sicurezza le parti superiori delle piante di mais che stavano producendo il polline transgenico. Era l'unico modo rimasto per impedire la contaminazione delle aree circostanti, dato il protrarsi dell'inazione da parte delle autorità competenti. &lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;iframe src="http://www.youtube.com/embed/P01aXEB2738" width="560" height="315"&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In seguito a questo intervento, la macchina ufficiale si è mossa, le coltivazioni sono finalmente state poste sotto sequestro, è stato emesso l'ordine di distruzione delle coltivazioni illegali ed è iniziata una più vasta campagna di campionamenti nella regione, che ancora prosegue.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi, a oltre due anni di distanza, sono quelle persone che hanno puntato il dito sul problema - mettendosi in gioco in prima persona - ad essere sotto processo per "invasione di terreno agricolo". &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A TUTELA DELL'AGRICOLTURA ITALIANA &lt;br /&gt;Eppure uno dei passaggi obbligati per far rifiorire l'agricoltura italiana e lavorare per la sostenibilità del settore e dell'ambiente in cui viviamo, è un forte e netto rifiuto degli OGM e del tipo di agricoltura di stampo industriale che incarnano, rischi per ambiente e salute compresi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'agricoltura italiana ed europea rischia di subire danni irreparabili se l'Europa dovesse seguire l'esempio degli Stati Uniti e autorizzare la coltivazione di OGM, che in gran parte hanno come caratteristica quella di essere tolleranti agli erbicidi. &lt;br /&gt;Nel rapporto "&lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Colture-resistenti-al-glifosato-nellUnione-Europea-/"&gt;&lt;em&gt;Colture resistenti al glifosato nell'Unione europea&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;", commissionato da Greenpeace al noto economista agrario Charles Benbrook, l'allarme arriva dalle stime di come l'Europa reagirebbe all'approvazione di colture OGM tolleranti agli erbicidi e al conseguente incremento dell'uso di diserbanti legati a queste colture.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il rapporto prevede variazioni - in alcuni casi aumenti fino a 15 volte - nell'uso di glifosato (un erbicida) su un periodo di 14 anni (2012-2025), per mais, soia e barbabietola da zucchero OGM nell'UE.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo le stime di Benbrook, se gli agricoltori europei dovessero utilizzare OGM tolleranti agli erbicidi con la stessa velocità degli Stati Uniti, l'uso del glifosato nella coltivazione del mais - la più importante e maggiormente diffusa in Europa - aumenterebbe di oltre il 1.000% entro il 2025, e l'uso totale di erbicidi raddoppierebbe!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È questa l'agricoltura e il futuro che vogliamo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Credo proprio di no, per questa ragione l'appello che facciamo forte - ancora una volta - al governo italiano, è quello di adottare misure di salvaguardia nazionale per vietare una volta per tutte la coltivazione di OGM in tutta Italia, per salvaguardare e valorizzare la nostra agricoltura, il nostro ambiente e la salute di tutti.&lt;br /&gt;Lo hanno già fatto in molti Paesi, ultimo in ordine cronologico la Polonia, ora tocca all'Italia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;em&gt;Federica Ferrario, campaigner OGM&lt;/em&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Thu, 17 Jan 2013 15:45:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/processo-agli-ogm/blog/43693/#comments-holder</comments><category>ogm</category><dc:creator>Federica Ferrario, campaigner OGM</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aaa2-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/pazienza-cinese/blog/43682/</link><title>Pazienza cinese</title><description>&lt;p&gt;L'inquinamento dell'aria a Pechino è ormai un classico. Leggende metropolitane, più o meno verificate, parlano di stop agli impianti industriali della zona per "salvare" le Olimpiadi del 2008 e le cronache dei giorni nostri fanno impallidire ogni più fosca previsione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Negli ultimi giorni, condizioni meteorologiche particolari hanno determinato una stagnazione dell'aria con un accumulo mostruoso delle polveri sottili (PM 2.5: ovvero con diametro inferiore a 2,5 micron). Per questi inquinanti, l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non superare i 20 µg/m3 - la normativa europea che entrerà in vigore nel 2015&amp;nbsp; fissa il limite per la media annuale a 25&amp;nbsp; µg/m3 - mentre a Pechino si sono registrati picchi fino a 900 µg/m3 e valori medi dell'ordine di 600 µg/m3. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;LE POLVERI SOTTILI SONO UN KILLER SUBDOLO&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Troppo fini per essere trattenute dagli strumenti con cui la natura ci ha attrezzato in milioni di anni di evoluzione, queste polveri, a loro volta veicolo di sostanze pericolose come metalli pesanti e non solo, arrivano direttamente agli alveoli polmonari e quindi nel sangue. Ne derivano patologie a carico dell'apparato respiratorio, incluso il cancro ai polmoni, ma anche cardiovascolari e cerebrovascolari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Perché le nostre vie aeree (naso, faringe, laringe, trachea…) non sono capaci di fronteggiare queste minacce? Semplicemente, perché queste polveri non ci sono mai state prima: sono una conseguenza soprattutto dell'uso di combustibili fossili. Dalle automobili alle centrali a carbone. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;IL RAPPORTO "&lt;em&gt;DANGEROUS BREATHING&lt;/em&gt;"&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Solo un mese fa, Greenpeace ha pubblicato un rapporto&amp;nbsp; dal titolo eloquente: "&lt;a href="http://www.greenpeace.org/eastasia/pmhealth/"&gt;&lt;em&gt;Dangerous Breathing- PM2.5: Measuring the human health and economic impacts on China's largest cities&lt;/em&gt;&lt;/a&gt;" e i risultati sono altrettanto chiari. Secondo il rapporto - cui ha partecipato anche la Scuola di Salute Pubblica dell'Università di Pechino - le polveri sottili hanno causato nel 2012 ben 8.572 morti premature solo a Pechino, Shanghai, Guangzhou and Xi'an, con danni complessivi per oltre un miliardo di dollari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;DA PECHINO A SALINE JONICHE&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La principale causa dello smog dell'area di Pechino è certamente l'uso sconsiderato di carbone per la produzione di energia elettrica. Lo stesso che &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Enel---Il-carbone-costa-un-morto-al-giorno/"&gt;ENEL&lt;/a&gt; sta promuovendo in Italia (e anche in altri Paesi) e che il governo Monti ha sostenuto concedendo una delirante autorizzazione al megaimpianto di Saline Joniche, vicino a Reggio Calabria. Lo stesso che in Italia ha causato, limitandosi alle polveri sottili, emissioni tali da condurre a una stima (calcolata con il modello messo a punto dall'Agenzia Europea per l'Ambiente)&amp;nbsp; di 1,5 morti premature al giorno (cioè, 569 morti/anno - nel 2009).&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Le stime della mortalità qui riportate sono associate per la massima parte proprio al PM2.5 che si forma anche a partire dagli ossidi di zolfo e azoto emessi dalle centrali. Si tratta dunque di sottostime: non si valutano, infatti, gli effetti diretti degli altri inquinanti, tra cui proprio gli ossidi di zolfo e azoto, ma solo quelli associati alle polveri sottili, che sono certamente la componente più impattante sulla salute.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;100 GIORNI DI SMOG&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Secondo il ministero dell'Ambiente cinese, le aree più industrializzate del Paese come il delta dello Yangtze, il delta del fiume delle Perle e, ovviamente, la regione di Pechino-Tianjin-Hebei, soffrono di 100 giorni di smog l'anno. Quello che sta succedendo oggi è quindi solo la punta dell'iceberg. Quanto durerà tutto questo? Il governo cinese ha dichiarato che, per le polveri sottili, la gran parte delle città del Paese raggiungerà standard di sicurezza adeguati … tra vent'anni!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/65059_115812.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Risultato di un test di filtraggio sul campo, il 27/11/2012, che mostra quanto PM2.5 si inala per le strade di Pechino in 24 ore.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Greenpeace chiede modifiche immediate alle politiche energetiche nazionali cinesi: un massimo al consumo di carbone, filtri adeguati alle centrali meno pericolose e chiusura immediata degli impianti più inefficienti e rischiosi. Perché altri due decenni di camera a gas non sono tollerabili da nessuno, nemmeno da un popolo proverbialmente paziente come quello cinese. Il successo della campagna di Greenpeace Cina su Weibo (un "social" cinese a metà tra Twitter e Facebook) pare proprio dimostrare che la pazienza cinese sia finita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/41677_78327.jpg" alt="" width="158" height="158" /&gt;Alessandro Giannì,&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;direttore delle Campagne&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 16 Jan 2013 18:12:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/pazienza-cinese/blog/43682/#comments-holder</comments><category>energia e clima</category><dc:creator>Alessandro Giannì, direttore Campagne</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aa9a-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/i-colori-di-benetton-ora-pi-brillanti-senza-s/blog/43674/</link><title>I colori di Benetton? Ora più brillanti… senza sostanze tossiche! </title><description>&lt;p&gt;Era ora che la nostra campagna internazionale Detox contagiasse anche casa nostra. In fondo siamo o no il&amp;nbsp; paese della moda?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La buona notizia di oggi è che Benetton si impegna a eliminare le sostanze chimiche pericolose dalle proprie filiere e prodotti entro il 2020.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/65041_115767.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;E grazie alla pressione che siamo riusciti a generare con il vostro sostegno, arriva questa vittoria tutta italiana a brevissima distanza dall'impegno di marchi come &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/detox-zara/"&gt;Zara&lt;/a&gt;, Mango, Esprit e &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/Finalmente-jeans-puliti-Anche-Levis-dice-si-a-Detox-/"&gt;Levi's&lt;/a&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma c'è chi continua a fare orecchie da mercante. Aziende come GAP, G-Star Raw e Calvin Klein - così importanti nel mercato dello &lt;em&gt;street fashion&lt;/em&gt;&amp;nbsp; - non si sono ancora impegnati a perseguire gi obiettivi della campagna Detox. Nessuno li ha avvisati che la trasparenza sulla pratiche di produzione e una moda libera da sostanze tossiche è la vera tendenza per il 2013? O semplicemente non gliene importa?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;a href="http://www.benettongroup.com/sites/all/temp/benetton_group_detox_commitment_1.pdf"&gt;L'impegno del gruppo Benetton&lt;/a&gt; accelererà di fatto un processo di maggiore trasparenza e sostenibilità, già in atto nel settore tessile, rivelando i valori delle emissioni delle sostanze chimiche pericolose di ben 30 dei loro fornitori entro la fine del 2013.&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;br /&gt;Oggi Benetton diventa un leader globale nello sviluppo di alternative all'utilizzo delle sostanze chimiche pericolose. Ma questa è una vittoria soprattutto per le comunità locali in tutto il mondo colpite sempre più duramente dall'inquinamento delle proprie risorse idriche e che hanno il diritto di sapere cosa viene scaricato nell'ambiente in cui vivono.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'impegno preso dall'azienda riguarda tutti i marchi del gruppo: &lt;em&gt;United Colors of Benetton&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Undercolors of Benetton&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;Sisley&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Playlife&lt;/em&gt; venduti in 120 Paesi in una catena di 6.500 punti vendita. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quanto sarebbe "stiloso" se Detox, la vera nuova tendenza dell'anno, contagiasse tutte le aziende di moda? Nel Paese dove il fashion è una passione nazionale serve l'impegno di tutti. &amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aiutaci a tenere alta l'attenzione sul problema della moda tossica &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sappiamo bene che aziende come Victoria's Secret, GAP e Calvin Klein danno molta importanza ai commenti sul web che riguardano i loro marchi e osservano costantemente cosa fanno i loro competitors.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Oggi Benetton sta dicendo forte e chiaro a tutto il settore che la moda tossica è vecchia e fuori moda. Fatelo anche voi! &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/inquinamento/acqua/Campagna-Detox/detox-fashion/"&gt;Fate circolare il nostro video Detox&amp;nbsp;&lt;/a&gt; su tutti i canali che avete a disposizione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni like su facebook, ogni tweet, ogni condivisione sulla pagina dei vostri amici aumenterà la pressione su tutte quelle aziende che non hanno ancora fatto la scelta giusta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Qui in Italia abbiamo appena cominciato. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/24968_48420.jpg" alt="" width="219" height="144" /&gt;Chiara Campione, &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;campaigner Greenpeace &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 16 Jan 2013 12:50:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/i-colori-di-benetton-ora-pi-brillanti-senza-s/blog/43674/#comments-holder</comments><category>inquinamento</category><dc:creator>Chiara Campione, campaigner</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aa7c-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/carbone-febbre-alta-per-il-paese-dei-canguri/blog/43644/</link><title>Carbone, febbre alta per il paese dei canguri</title><description>&lt;p&gt;Ci sono molti modi per contrastare le politiche ambientali: il più semplice è quello di non firmare gli accordi internazionali. Nel caso, però, che l'accordo entri in vigore, sei fuori dai giochi. Che fare a quel punto? Facile, puoi trovare un amico che entri nell'accordo per sabotarlo. Qualcuno che faccia per te il lavoro sporco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sul tema del cambiamento climatico l'Australia ha fatto per molto tempo il lavoro sporco per conto degli Stati Uniti che non hanno mai aderito al Protocollo di Kyoto. Il Paese dei canguri è da sempre il capofila di un agguerrito gruppo di "amici delle fonti fossili", il cosiddetto &lt;em&gt;Umbrella Group&lt;/em&gt; che include tra gli altri Canada, Giappone, Russia e ovviamente… gli Stati Uniti. &lt;br /&gt;Per tutelare gli interessi dei poteri forti e, nello specifico, delle imprese di estrazione ed esportazione di carbone, che dall'Australia arriva anche in Italia, questi Paesi non hanno esitato a condannare il clima del pianeta. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma le cose cambiano, come il clima. E così, nelle scorse settimane in Australia la siccità ha raggiunto livelli paurosi. I termometri superano spesso i 47°C e l'Istituto di meteorologia ha cambiato le mappe per inserire colori che indicano temperature mai viste prima. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Prima d'oggi non avevano voluto credere a nessuno. Non a Greenpeace, non ai governi di Paesi preoccupati per il cambiamento del clima come gli Stati Insulari del Pacifico, o le Maldive, che rischiano di finire sott'acqua. Nemmeno agli esperti australiani come il professor David Karoly, dell'Università di Melbourne che ha dichiarato: &lt;em&gt;"stiamo vedendo esattamente quello che avevamo previsto venti anni fa"&lt;/em&gt;. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Solo ora, davanti a un disastro epocale, con almeno un morto e oltre 250 mila ettari di territorio carbonizzati e con un ciclone in arrivo sulle coste di Pilbara, il Primo Ministro Julia Gillard ha finalmente riconosciuto il legame con il cambiamento climatico. Nulla in confronto a quanto dichiarato venerdì da Craig Emerson, ministro per il Commercio (incluse le esportazioni di carbone…): &lt;em&gt;"i tentativi di collegare la frequenza di eventi meteorologici estremi come le condizioni che hanno portato ai catastrofici incendi di questa settimana con il cambiamento climatico sono usualmente accolti con derisione. Ma stavolta sono scienziati con un'alta reputazione che stanno facendo questo legame. Ne dobbiamo prendere nota."&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La reputazione del professor Karoly (autorevole esponente dell'IPCC, il Panel scientifico sul clima dell'ONU), che fino a ieri era tra quelli che facevano ridere, in questi giorni dev'essere aumentata molto. Oggi può permettersi di firmare, con numerosi colleghi, un appello promosso da Greenpeace e molte altre organizzazioni per chiedere, tra le altre cose, di bloccare l'aumento delle esportazioni di carbone ricordando che &lt;em&gt;"le esportazioni di carbone sono il maggior contributo australiano al cambiamento climatico di cui gli australiani stanno soffrendo l'impatto adesso". &lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Speriamo che il governo australiano abbia imparato la triste lezione e che, riconoscendo le terribili conseguenze dei cambiamenti climatici, si impegni per accordi seri sul clima.&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/41676_78329.jpg" alt="" width="129" height="129" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;Alessandro Giannì,&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&amp;nbsp;direttore delle Campagne&lt;/p&gt;</description><pubDate>Mon, 14 Jan 2013 14:38:00 +0100</pubDate><category>energia e clima</category><dc:creator>Alessandro Giannì, direttore Campagne</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aa44-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/in-polonia-nuovo-bando-agli-ogm/blog/43588/</link><title>In Polonia nuovo bando agli OGM</title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle; margin: 2px;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/64415_115117.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Anche la Polonia è entrata a far parte dei Paesi dove è ufficialmente vietata la coltivazione di OGM su tutto il territorio nazionale. Lo scorso 2 gennaio, infatti, il governo polacco ha approvato il divieto alla coltivazione di due OGM - il mais Monsanto MON810 e la patata della Basf Amflora – le uniche due varietà transgeniche autorizzate per la coltivazione in Europa. Il bando sarà in vigore dal 28 gennaio 2013.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'introduzione di questa norma è una grande vittoria e il frutto di otto anni di lavoro, portato avanti da associazioni come Greenpeace insieme a scienziati e agricoltori, per mostrare ed evitare i rischi delle coltivazioni transgeniche e salvaguardare agricoltura e ambiente.&lt;br /&gt;È una vera soddisfazione vedere che il governo polacco ha mantenuto la parola e si è unito al gruppo di Paesi dove le coltivazioni OGM sono già bandite.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La motivazione alla base di questo nuovo bando, come ha precisato il ministero dell'Agricoltura polacco, è l'impossibilità della coesistenza fra le colture OGM e quelle convenzionali e biologiche. Il Ministero ha puntualizzato, inoltre, il rischio di contaminazione del miele attraverso il polline del mais MON810 e la carenza di studi a supporto della sicurezza degli OGM per ambiente e salute. &lt;br /&gt;D’ora in poi, chi dovesse seminare mais MON810 o patate Amflora potrà essere soggetto a pesanti sanzioni e anche alla distruzione delle coltivazioni illegali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cosa succede in Italia? Invece di mettere sotto processo gli OGM, nel nostro Paese è stato emesso un &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/campagne/ogm/OGM1/Mais-OGM-illegale-in-Friuli/"&gt;decreto penale di condanna nei confronti degli attivisti di Greenpeace che nel 2010 sono intervenuti a bloccare la contaminazione causata da mais transgenico illegalmente seminato in Friuli&lt;/a&gt;. Il processo avrà inizio il prossimo 17 gennaio a Pordenone.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'introduzione di questo nuovo bando sulla coltivazione di OGM in Polonia è un passo importante nel percorso verso un'agricoltura salutare e sostenibile. Ci auguriamo che l'Italia prosegua nella stessa direzione introducendo la clausola di salvaguardia per vietare in via definitiva queste colture - rischiose e non volute - su tutto il territorio nazionale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Federica Ferrario, responsabile campagna OGM&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 08 Jan 2013 10:59:00 +0100</pubDate><category>ogm</category><dc:creator>Federica Ferrario, campaigner OGM</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000aa30-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/buon-2013-dalla-shell/blog/43568/</link><title>Buon 2013 dalla Shell</title><description>&lt;p class="p1"&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/64345_114988.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p1"&gt;Disastro a capodanno, disastro tutto l’anno! La notte dell’ultimo giorno del 2012 la piattaforma petrolifera “Kulluk” della Shell si è incagliata sull’isola di Sitkalidak, vicino a quella di Kodiak, in Alaska. È un paradiso della biodiversità dell’Artico, la “patria” dell’orso Kodiak (&lt;em&gt;Ursus arctos middendorffi&lt;/em&gt;), una sottospecie di orso bruno nota per le sue imponenti dimensioni: fino a 3,2 metri e 640 chilogrammi.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p2"&gt;La Kulluk è una vecchia piattaforma della Shell, che l’estate scorsa avrebbe dovuto trivellare l’Artico ma, per fortuna, le operazioni - costate 5 miliardi di dollari - sono state ufficialmente interrotte per un problema alla "cupola" che avrebbe dovuto contenere eventuali fuoriuscite di greggio. Dopo il fiasco estivo, il 27 dicembre la Kulluk è in transito verso Dutch Harbour, in Alaska, trainata dal nuovissimo e sicurissimo rimorchiatore rompighiaccio “Aiviq” (che nel linguaggio Inupiak, un dialetto Inuit, sta per “tricheco”) costato 200 milioni di dollari. Il vento e le onde del Mare di Bering non si sono fatti impressionare dal costoso “tricheco” e hanno rotto i cavi di traino con una facilità disarmante. Che ci faceva a spasso nell’Artico questo convoglio? È vero che la Shell stava spostando la Kulluk per risparmiare 6 milioni di dollari di tasse?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p2"&gt;Il giorno dopo l’Aiviq riesce a riagganciare la Kulluk ma dopo “numerosi problemi ai motori” del rimorchiatore l’operazione di traino viene nuovamente interrotta e la Kulluk è di nuovo alla deriva, a cinquanta miglia dall’Isola di Kodiak, con onde di dieci metri e vento a quasi ottanta chilometri all'ora.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p4"&gt;Domenica 30 dicembre l’equipaggio della Kulluk viene evacuato da un elicottero della Guardia Costiera USA: un altro tentativo di riagganciare la piattaforma ai rimorchiatori fallisce ancora. La Kulluk è ancora alla deriva, ma l’Aiviq riesce a riconnettersi alla piattaforma lunedì 31 dicembre e comincia a trainarla verso Port Hobron, sempre in Alaska. Sembra che sia la fine dell’incubo ma è solo l’inizio: la sera di capodanno i cavi d’ormeggio si rompono per l’ultima volta a sole quattro miglia dall’Isola di Sitkalidak, dove la Kulluk si arena, poco prima delle 21:00, su un fondale di circa dodici metri.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p2"&gt;Sulla Kulluk ci sono 530 mila litri di gasolio e 45 mila litri di oli lubrificanti: molto peggio del “normale” petrolio greggio, visto che si tratta di prodotti distillati ricchi di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e altre sostanze pericolose. Negli ultimi giorni le squadre di soccorso hanno approfittato di un temporaneo miglioramento, si fa per dire, delle condizioni meteo e sono riuscite a ispezionare parte della Kulluk: in almeno una cisterna è presente acqua di mare (e quindi… c’è una falla) anche se ufficialmente non ci sono sversamenti in mare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p2"&gt;Dopo la performance di Shell e della Guardia Costiera USA nel Golfo del Messico non possiamo aspettarci trasparenza e accuratezza. In quella occasione ci sono state enormi sottostime della fuoriuscita di petrolio dalla Deepwater Horizon e chi voleva andare a vedere di persona cosa stava davvero succedendo è stato ostacolato. Perché dovremmo attenderci di meglio adesso, in un’area remota dove è davvero difficile avere informazioni di prima mano?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p2"&gt;Gli effetti di una “marea nera” nell’Artico sono purtroppo noti. Nel 1989 la Exxon Valdez si schiantò nel Prince William Sound. Se da subito fu evidente la moria di uccelli, foche, otarie e orche, restano ancora oggi gli impatti su alcune popolazioni ittiche che non si sono mai riprese. Qualcuno ha provato ad archiviare quel disastro dando la colpa al comandante (una cosa “alla Schettino”) ma Joseph Hazelwood è stato assolto: il problema non era lui (che era perfettamente sobrio), semplicemente con questo mare non si scherza. Shell, invece, insiste.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p4"&gt;Le attività petrolifere di Shell nel Mare di Baufort e nel Mare di Chukchi sono, infatti, già un ricco catalogo di incidenti e di dimostrate omissioni nelle procedure di sicurezza. Shell continua ad assicurare di avere un “programma Arctico” di prima classe per perforare in condizioni “estreme” in tutta sicurezza. Il disastro della Kulluk dimostra che Shell non può garantire un bel niente. E, per dirla tutta, non può garantire nulla nemmeno nel Canale di Sicilia o nel Mar Ionio dove (dalla prossima estate?) vorrebbe cominciare a trivellare.&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p4"&gt;La sequenza di errori e incidenti che ha portato all’incaglio della Kulluk sarebbe quasi comica se non fossimo a un passo dall’ennesima tragedia. Per questo è importante fermare queste maledette trivelle: nell’Artico, nel Mediterraneo e…ovunque!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p4"&gt;ULTIM'ORA. Approfittando della finestra meteo favorevole, una flotta di almeno otto imbarcazioni (tra mezzi della Shell e della Guardia Costiera USA) è riuscita a disincagliare la Kulluk. La piattaforma, di cui è in corso un’ispezione accurata per verificarne lo stato, è ora nella Baia di Kiliuda, nell’Isola di Kodiak, a circa 60 chilometri dal sito d’incaglio. La baia, come tutta l’isola, è un paradiso di diversità biologica con cetacei, foche, uccelli. Il mare è poi ricco di pesci e crostacei che sono tra l’altro una delle principali risorse economiche della popolazione locale.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p4"&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/64429_115147.jpg" alt="" /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sembra confermato che le perdite di idrocarburi siano state irrilevanti e questa è l’unica buona notizia, per ora. L’altra, quella che attendiamo tutti, è che Shell impari qualcosa da questo fiasco fantozziano e rinunci a trivellare in mare: nell’Artico come nel Mediterraneo!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p4"&gt;L’incidente della Kulluk ha sollevato inquietanti interrogativi sulle procedure di sicurezza seguite da Shell, che pure si vanta di essere all’avanguardia! Speriamo che quest’ennesimo incidente serva a far rinsavire gli investitori e i governi che devono opporsi a questa follia.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p class="p4"&gt;Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia&lt;/p&gt;</description><pubDate>Sun, 06 Jan 2013 15:10:00 +0100</pubDate><category>energia e clima</category><category>oceani</category><dc:creator>Alessandro Giannì, direttore delle Campagne</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000a9ec-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/nuovo-impegno-del-gigante-jbs-per-lamazzonia/blog/43500/</link><title>Nuovo impegno del gigante JBS per l’Amazzonia</title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle; margin: 2px;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/63879_114442.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;In questi giorni JBS, il gigante della carne e della pelle brasiliana, ha firmato un nuovo impegno a rispettare l’accordo del 2009 per combattere la distruzione dell’Amazzonia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A giugno 2009, infatti, in seguito alla &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/comunicati/amazzonia-macello/"&gt;denuncia di Greenpeace&lt;/a&gt;, JBS e altre aziende del settore si impegnavano a &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/vittoria-foreste-amazzonia/"&gt;escludere dalla propria filiera i capi bovini provenienti da allevamenti coinvolti in deforestazione illegale&lt;/a&gt;, in fenomeni di lavoro schiavile o situati su terre indigene. &lt;br /&gt;Purtroppo JBS ha continuato, per anni,&amp;nbsp; a non rispettare questo accordo: con la nostra inchiesta “&lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Promesse-infrante/"&gt;Promesse infrante&lt;/a&gt;” abbiamo dimostrato che l’azienda acquistava bestiame da allevamenti che distruggevano la foresta amazzonica, contaminando la filiera di tutti i propri clienti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La nostra protesta contro JBS è arrivata anche in Italia. Durante la &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/news/Salvati-la-pelle/"&gt;Fiera LineaPelle di Bologna&lt;/a&gt; gli attivisti di Greenpeace hanno improvvisato un set fotografico di alta moda. Con lo slogan “Salvati la Pelle” abbiamo chiesto alle aziende italiane del settore di non essere coinvolte nel business di JBS e di non far finire nel mercato italiano i prodotti provenienti dalla deforestazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E forse ce l’abbiamo fatta. Finalmente, pochi giorni fa, l’azienda – basandosi&amp;nbsp; su un monitoraggio trasparente e indipendente - ha pubblicato un audit dei suoi&amp;nbsp; sistemi di approvvigionamento e un piano di lavoro per garantire che gli impegni presi nell’accordo del 2009 non saranno compromessi mai più. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'allevamento bovino è il grande motore della deforestazione dell'Amazzonia. Secondo il governo brasiliano, il 62% delle aree deforestate diventano praterie per il bestiame. JBS è la più grande azienda al mondo nella produzione di proteina animale e ha la responsabilità di influenzare il mercato internazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questa buona notizia dimostra alle aziende brasiliane del settore che i clienti e il pubblico a livello internazionale non sono disposti ad accettare i prodotti coinvolti in fenomeni di deforestazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Greenpeace continuerà a combattere perché la carne e la pelle che arriva da noi non sia legata a questi fenomeni inaccettabili. &lt;a href="http://www.greenpeace.org/international/en/campaigns/forests/amazon/"&gt;Aiutaci a chiedere un’Amazzonia a Deforestazione Zero&lt;/a&gt;.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/47386_85036.jpg" alt="" width="111" height="167" /&gt;&amp;nbsp; Esperanza Mora,&lt;br /&gt;&amp;nbsp; campagna Foreste&lt;/p&gt;</description><pubDate>Fri, 21 Dec 2012 12:16:00 +0100</pubDate><category>foreste</category><dc:creator>Esperanza Mora, campagna Foreste</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000a9d6-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/ballando-gangnam-style-per-salvare-gli-oceani/blog/43478/</link><title>Ballando Gangnam Style per salvare gli oceani </title><description>&lt;p&gt;Il video più visto nella storia di Youtube, ballato da tutti, Madonna inclusa, ispiratore di flash mob nel mondo è arrivato anche sulla Rainbow Warrior, la nave di Greenpeace impegnata in un tour di documentazione della pesca al tonno in Oceano Indiano.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;È stata Moon, giovanissima coreana di Seul salita a bordo come traduttrice, a mostrarci il video. Qualcuno ne aveva sentito parlare, io - appena arrivata dall'Italia per partecipare alle quattro settimane di monitoraggio nell'area a sud del Madagascar - non ne sapevo nulla e sono rimasta impressionata dalle milioni di visualizzazioni raggiunte dal Gangnam Style in pochi mesi. Eravamo di fronte a un fenomeno virale senza precedenti: quale strumento migliore per veicolare il nostro messaggio di campagna se non rifare a modo nostro il video di Psy?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;br /&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Proteggere gli oceani ballando il Gangnam Style&lt;br /&gt;La proposta è iniziata a rimbalzare tra i membri dell'equipaggio… perplessità, entusiasmo, dubbi, paure di essere fraintesi e allo stesso tempo voglia di sperimentare una comunicazione alternativa per attirare l'attenzione sulla grave situazione degli oceani. Dall'Oceano Indiano arriva circa un quarto del tonno commercializzato a livello mondiale, ma si stima che il 18% della pesca sia illegale. E questo, unito a una pesca eccessiva e spesso distruttiva, sta mettendo a serio rischio le &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/I-segreti-del-tonno/"&gt;risorse ittiche&lt;/a&gt;. In quei giorni ho denunciato il problema attraverso blog e video testimonianze: &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/a-vele-spiegate-per-proteggere-loceano-indian/blog/42397/"&gt;le innumerevoli catture accessorie della pesca al tonno&lt;/a&gt;, &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/ottomila-squali-uccisi-in-unora-per-le-loro-p/blog/42493/"&gt;squali uccisi solo per le loro pinne&lt;/a&gt; e &lt;a href="http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/quante-vittime-per-una-scatoletta-di-tonno/blog/42571/"&gt;le difficili condizioni di vita a bordo dei pescherecci&lt;/a&gt;.&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Con oltre 2400 miglia percorse in mare aperto, lontani da tutto e da tutti, dove fare controlli è difficile per stati costieri con poche risorse e il mare è più vulnerabile, abbiamo deciso di provarci. La sfida? Far volare il messaggio oltre il blu del mare fino alle case delle persone: &lt;em&gt;"i nostri oceani hanno bisogno di aiuto ora! Unisciti a noi, Gangnam Greenpeace Style, per salvarli".&lt;/em&gt;&amp;nbsp; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ballerini amatoriali nel dopo lavoro&lt;br /&gt;Di giorno sveglia alle sette, ricerca delle navi sul radar, ricognizioni in elicottero e controllo incrociato dei pescherecci. La sera le prove: venti persone completamente scoordinate che cercano di muoversi a ritmo su una nave che mai avrebbe smesso di rollare! Sera dopo sera tra coreografie e lezioni di ballo, è stato bello vedere come - nonostante le lunghe giornate di lavoro - tutti avessero voglia di mettere il proprio tempo libero a disposizione della campagna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Domenica la telecamera è accesa. C'è chi conta i passi, chi abbassa gli occhi, ma a poco a poco le cose iniziano a funzionare. Senza neanche rendermene conto da coreografa mi ritrovo al centro della scena a ballare. E così alla fine delle quattro settimane, dalla cuoca americana al radio operatore panamense, al marinaio argentino, ogni membro dell'equipaggio è stato coinvolto in una scena o in un'altra per realizzare quella che è sicuramente la versione più green del Gangnam Style. &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;iframe src="http://www.youtube.com/embed/UJ9kdHam3FM" width="560" height="315"&gt;&lt;/iframe&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Come per il Gangnam Style, reso popolare dai click di milioni di utenti sul web, sono le scelte delle persone a determinare il successo di un'iniziativa o di una campagna di Greenpeace. La difesa degli oceani inizia dal consumo critico. In Australia e Regno Unito la pressione dei consumatori ha già convinto la maggior parte dei produttori di tonno a utilizzare solo metodi di pesca sostenibile, e anche in Italia grazie alla campagna &lt;a href="http://www.greenpeace.it/tonnointrappola/"&gt;Rompiscatole&lt;/a&gt; le aziende stanno cambiando. I più grandi, però, non hanno ancora eliminato i sistemi di pesca che stanno mettendo a rischio il nostro mare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Aiutaci a farli cambiare e &lt;a href="http://www.youtube.com/watch?v=UJ9kdHam3FM"&gt;diffondi il Gangnam Greenpeace Style&lt;/a&gt; per salvare gli Oceani!&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;img style="float: left;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/17128_33004.jpg" alt="" /&gt;&amp;nbsp;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Giorgia Monti, &lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;responsabile campagna Mare&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;imbarcata sulla Rainbow Warrior&lt;/p&gt;</description><pubDate>Wed, 19 Dec 2012 15:10:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/ballando-gangnam-style-per-salvare-gli-oceani/blog/43478/#comments-holder</comments><category>oceani</category><dc:creator>Giorgia Monti, campaigner Mare</dc:creator></item><item><guid isPermaLink="false">0000a977-0000-0000-0000-000000000000</guid><link>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/a-doha-un-gioco-al-ribasso-sulla-difesa-del-c/blog/43383/</link><title>A Doha un gioco al ribasso sulla difesa del clima</title><description>&lt;p&gt;&lt;img style="vertical-align: middle;" src="http://www.greenpeace.org/italy/community_images/59/28259/63389_113680.jpg" alt="" /&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;A Doha è andata in scena una partita i cui esiti apparivano scontati ancor prima che si giocasse. Il dramma è che non si trattava di un gioco ma della difesa del clima; e che gli accordi al ribasso annunciati da tutti gli osservatori si sono rivelati un’ipotesi ottimistica rispetto a quanto è stato deciso.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;La 18esima Conferenza delle Parti sul clima delle Nazioni Unite si è aperta il 26 novembre scorso con un programma di lavoro importante. Da questo summit si attendevano:&lt;br /&gt;-&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; un secondo periodo di validità del Protocollo di Kyoto, a partire dal 2013; &lt;br /&gt;-&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; un maggior impegno nelle politiche di mitigazione degli impatti del clima; l’adozione di una tabella di marcia per arrivare a un accordo vincolante sul clima non oltre il 2015; &lt;br /&gt;-&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; nuove risorse economiche per il Green Climate Fund (il fondo che serve ad aiutare le nazioni più povere ad adattarsi ai cambiamenti); &lt;br /&gt;-&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; l’adozione di uno schema di difesa e tutela delle foreste; &lt;br /&gt;Quel che resta, dopo i lunghi giorni di negoziato in Qatar, è assai poco.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il Protocollo di Kyoto, l'unico accordo esistente e vincolante per la riduzione dei gas serra, è stato modificato per essere nuovamente valido a partire dal 1° gennaio 2013. Ma è uno strumentodepotenziato e logoro: i Paesi che aderiscono a quel trattato rappresentano, su scala globale, circa il 15% delle emissioni di gas climalteranti. Al rinnovo degli accordi di Kyoto sono ormai estranei alcuni Paesi che pure erano coinvolti nel primo periodo di validità di quello strumento (Giappone, Russia, Canada per stare ai principali); mentre rimangono ancora fuori Cina e Stati Uniti, che da soli rappresentano circa il 45% delle emissioni su scala globale. È evidente come tutto ciò non basti.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Non ci sono buone&amp;nbsp; notizie neppure sul fronte degli impegni economici: i 100 miliardi di dollari che a Copenhagen si decise di destinare ai Paesi più poveri, dove più che altrove i disastri indotti dal caos climatico pesano sulle popolazioni e sull’ambiente, sono ancora lettera morta. E ugualmente non si sa ancora quali misure saranno adottate per colmare il tragico gap tra i livelli di emissione attesi e quelli cui la comunità scientifica ci chiede di attenerci per non innalzare le temperature medie del pianeta al di sopra dei 2 gradi: parliamo di una quantità compresa tra gli 8 e i 13 miliardi di tonnellate di CO2, secondo il recente rapporto dell'UNEP.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Gli Stati Uniti, da poco colpiti dalla furia dell’uragano Sandy, escono da questa conferenza confermando la loro scarsissima o nulla credibilità in tema di impegno nella salvaguardia del clima. Questa volta neppure l’Europa&amp;nbsp; ha assolto dignitosamente il suo mandato, incapace di arginare la Polonia – uno stato che si attesta costantemente su posizioni regressive – e incapace anche di esercitare leadership, di far avanzare i negoziati e allargare il fronte del contrasto ai cambiamenti climatici.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Questa Conferenza delle Parti potrà essere ricordata per aver scongiurato la fine del Protocollo di Kyoto e aver in larga misura impedito che i crediti di emissione superstiti alla prima fase degli accordi potessero venire sfruttati anche nella seconda fase. Troppo poco.&lt;br /&gt;Riguardo al nostro Paese vale la pena porsi questa domanda: ma qual è il vero Governo italiano? Quello che in Qatar ha espresso posizioni coraggiose o quello che nel nostro Paese punta sugli idrocarburi, non si preoccupa dei danni procurati dal carbone e non sostiene le rinnovabili e l’efficienza con strumenti normativi adeguati?&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Il clima cambia, la politica – per ora – no. Si dovrebbe prendere esempio dalla Repubblica Dominicana: un Paese che, non avendo neppure una minima parte delle nostre risorse economiche, si è impegnata a ridurre del 25% le emissioni di gas serra al 2030 rispetto ai livelli del 1990, unilateralmente e usando solo fondi nazionali.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Intanto l’Esperanza, una delle tre navi di Greenpeace, ha lasciato il porto di Manila cancellando i suoi piani di intervento in difesa degli oceani del Sud Est asiatico per intervenire nella crisi umanitaria di Mindanao, nelle Filippine. Mindanao è stata colpita dal tifone Bopha che ha causato oltre 700 vittime e più di 800 dispersi, stando ad accertamenti ancora parziali. Noi, contro i cambiamenti climatici, facciamo e faremo ancora tutto quanto ci è possibile.&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;Andrea Boraschi (&lt;a href="https://twitter.com/aborasch"&gt;@aborasch&lt;/a&gt;), responsabile campagna Energia e Clima&lt;/p&gt;</description><pubDate>Tue, 11 Dec 2012 10:38:00 +0100</pubDate><comments>http://www.greenpeace.org/italy/it/News1/blog/a-doha-un-gioco-al-ribasso-sulla-difesa-del-c/blog/43383/#comments-holder</comments><category>energia e clima</category><dc:creator>Andrea Boraschi, campaigner Energia e Clima</dc:creator></item></channel></rss>