Naufragio Costa, non abbiamo imparato la lezione!

Comunicato stampa - 10 gennaio, 2013
A un anno dal naufragio della Costa Concordia è ora di trarre una lezione da quanto è accaduto. Un incidente di questo tipo era prevedibile e Greenpeace non è stata certo l’unica a lanciare un allarme sull’affollamento delle rotte marittime in un’area teoricamente protetta come quella del Santuario dei Cetacei, che comprende il mare a nord della Sardegna e tutt’intorno alla Corsica fino alle coste di Toscana e Liguria fino quasi a Tolone, in Francia.

“Il Santuario doveva essere l’occasione, purtroppo mancata, per garantire regole e innovazione anche per i trasporti marittimi” commenta Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. “C’è stato bisogno invece di questo disastro per avere le prime regole sui trasporti marittimi nel Santuario: il famoso decreto “anti inchini” che tra l’altro prescrive norme per evitare la dispersione in mare di carichi pericolosi”.

Il decreto è servito a ben poco: il primo giugno 2012 un cargo turco, la Mersa2, si è arenato di fronte all’Isola d’Elba. A dicembre 2012, poi, un traghetto della Grimaldi ha perso al largo di Palermo (dopo aver attraversato il Santuario dei Cetacei), una decina di tir e semirimorchi.
Greenpeace ha subito chiesto lumi sulle conseguenze ambientali al Ministero dell’Ambiente e del Mare, ma dopo oltre un mese non ha ricevuto alcuna risposta.

Insomma, un’altra Costa Concordia è possibile.

“La popolazione del Giglio, e tutti gli amanti di questo splendido mare, attendono la rimozione del relitto, che continua a essere rinviata. Le operazioni di recupero del carburante sono state
fortunatamente condotte a termine senza incidenti ma la nave è comunque un contenitore di sostanze pericolose, come rilevato da un nostro rapporto” continua Giannì.

Nel corso di un sopralluogo ai primi d’agosto, si è scoperto che lo scafo rilascia in mare, in profondità, un “materiale torbido” nel quale sono state rilevate deboli tracce di contaminazione, in particolare di ritardanti di fiamma. Non ci sono informazioni su risultati analitici di campioni d’acqua prelevati dentro lo scafo: un elemento necessario a capire cosa potrebbe succedere quando la nave sarà raddrizzata, con il conseguente rischio dello spostamento delle masse d’acqua interne.

Dopo essere stata inizialmente ascoltata, nonostante fossero previsti ulteriori incontri per affrontare questi temi, Greenpeace non è più stata convocata dall’Osservatorio di monitoraggio per il Recupero della nave Concordia. Lo stesso si può dire per i Presidenti di Regione della Liguria e della Toscana, che si erano impegnati a convocare entro novembre 2011 un tavolo tecnico per discutere i numerosi problemi riscontrati da Greenpeace nel Santuario dei Cetacei. Questo disastro è quindi un’occasione persa anche per migliorare trasparenza e partecipazione.

Leggi il rapporto di Greenpeace “Dieci cosa da dire sulla Costa Concordia” (febbraio 2012): http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Dieci-cose-da-dire-sulla-Costa-Concordia/

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