Comunicato stampa - 18 settembre, 2009
Si registra oggi il minimo annuale di estensione dei ghiacci dell’Artico. Il 2009 si classifica al terzo posto – dopo 2007 e 2008 – tra gli anni peggiori per la perdita di superficie della calotta polare artica (1). Un altro segnale d’allarme per i leader del mondo che al vertice di Copenhagen dovranno trovare un accordo per evitare cambiamenti climatici catastrofici.
La nave rompighiaccio di Greenpeace, l'Arctic Sunrise, prosegue
la sua spedizione nell'Artico e si trova ora al largo della costa
nord-orientale della Groenlandia, di fronte all'arcipelago
norvegese delle Isole Svalbard. A bordo si è aggiunto Peter
Wadhams, esperto di fama mondiale che utilizzerà l'Arctic Sunrise
come piattaforma per le proprie ricerche sullo stato di riduzione
dei ghiacci dell'Oceano Artico.
"Stiamo entrando in una nuova epoca di fusione dei ghiacci
dell'Oceano Artico a causa del riscaldamento globale" spiega il
dott. Peter Wadhams. "Nel giro di vent'anni l'Artico arriverà alla
fine del periodo estivo completamente privo dei ghiacci che
ricoprono il mare. Non possiamo più fare affidamento sui modelli di
previsione usati fino ad oggi, che hanno sovrastimato le condizioni
reali già dagli anni '80".
Peter Wadhams, dell'Università di Cambridge, è a capo di un
gruppo di scienziati indipendenti che sta studiando le differenti
velocità di fusione di vari tipi di ghiaccio, per spiegare come mai
alcune aree dell'Artico stanno scomparendo più velocemente di
quanto si prevedeva.
"L'estensione dei ghiacci dell'Oceano Artico diminuisce da oltre
trent'anni, ma nell'ultima decade abbiamo assistito a una
preoccupante accelerazione del fenomeno" ricorda Francesco Tedesco,
responsabile della Campagna Clima di Greenpeace. "Nell'estate del
2007 si è raggiunto infatti il minimo storico, circa 4,3 milioni di
chilometri quadrati, un valore che era previsto per il 2080".
"È il terzo minimo in tre anni: l'ennesimo grido d'allarme sullo
stato del Pianeta" afferma Melanie Duchin, capo spedizione a bordo
dell'Arctic Sunrise. "I leader del mondo devono rendersi conto del
pericolo che corriamo e impegnarsi per raggiungere a Copenaghen un
accordo coraggioso, ambizioso ed efficace".
Greenpeace chiede che i Paesi industrializzati si impegnino a
ridurre le proprie emissioni di gas serra del 40% entro il 2020,
rispetto ai valori del 1990, e a fornire risorse finanziarie ai
Paesi in Via di Sviluppo pari ad almeno 110 miliardi di euro
all'anno fino al 2020, così da aiutarli a ridurre la crescita delle
loro emissioni del 15-30% al 2020.