Comunicato stampa - 17 dicembre, 2009
Sono stati portati via dalla polizia 45 attivisti di Greenpeace che manifestavano lungo il percorso che portava le auto dei diplomatici al bella Center dove si sta tenendo la conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico.
Gli attivisti erano divisi in cinque gruppi e ciascuno esponeva uno striscione con scritto "Politicians talk, leaders act". Gli attivisti arrestati provengono da 10 paesi, ma fra loro non ci sono italiani.
Attivisti di Greenpeace manifestano a Copenhagen.
Uno dei climber, Gaurau Jagadish di Greenpeace India, ha detto
prima di essere arrestato: "Gli uomini e le donne che passavano
sotto di noi nella loro limousine hanno tutti il nostro futuro
nelle loro mani. I paesi ricchi hanno portato sull'orlo del
collasso le trattative sul clima, rifiutando di impegnarsi con
profondi tagli delle emissioni e decidendo di non mettere
abbastanza soldi sul tavolo per finanziare i paesi più poveri per
il rispetto dell'ambiente e per far fronte ai cambiamenti
climatici. Hanno visto il nostro messaggio, ora bisogna agire".
"Per la prima volta gli Stati Uniti hanno parlato pubblicamente
del supporto finanziario per misure di adattamento e mitigazione ai
cambiamenti climatici nei Paesi in via di sviluppo. Avendo citato
la cifra di 100 miliardi di dollari all'anno, il Segretario di
Stato americano Hillary Clinton ha mostrato che la posizione
americana è migliorabile (letteralmente: può essere mossa)" afferma
da Copenhagen Alessandro Giannì, direttore delle campagne di
Greenpeace.
"Tuttavia la Clinton non ci ha spiegato quanto l'America è
disposta a mettere sul tavolo per contribuire al fondo complessivo.
Senza spiegare i dettagli su come e da dove verrebbero raccolte le
risorse finanziarie, l'ipotesi che questo possa nascondere
scappatoie è ancora aperta"
"Non dobbiamo permettere che l'annuncio odierno tinga di verde
l'immobilismo americano a un passo dalla chiusura del vertice-
continua Giannì- Greenpeace è amareggiata che la Clinton non abbia
annunciato alcun miglioramento dell'impegno americano a ridurre i
gas serra al 2020. Gli Stati Uniti continuano inoltre a mettere la
testa sotto la sabbia quando si parla di accordo 'legalmente
vincolante', preferendo un mero accordo operativo".
L'inadeguato impegno a tagliare le proprie emissioni di appena
il 4% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, e la resistenza a
sostenere un risultato legalmente vincolante a Copenhagen,
rimangono ancora gravi impedimenti a un accordo storico e di
successo per salvare il Pianeta da cambiamenti climatici
catastrofici. "Domani il Presidente Obama dovrà mostrare di avere
il coraggio e la leadership per sciogliere entrambi i nodi"
conclude Giannì.