Comunicato stampa - 7 marzo, 2007
Stanno saccheggiando i fondali oceanici. Sono le navi pirata che nessun governo al mondo ha intenzione di fermare. Greenpeace lancia oggi la prima "lista nera" mondiale che scheda le navi da pesca illegali. E' un’industria fiorente, con un giro d'affari di 9 miliardi di dollari e un effetto devastante sulle riserve ittiche e sulla biodiversità di alcune delle aree ecologicamente più importanti degli oceani.
La tartaruga marina liberata dalla rete ferrettara nella quale era rimasta intrappolata.
La lista è
stata lanciata oggi a Roma durante l'incontro della Commissione
mondiale sulla pesca della Fao. "Il fatto che Greenpeace debba
pubblicare una lista nera mondiale delle navi che praticano pesca
illegale dimostra chiaramente che i governi non fanno nulla per
fermare il saccheggio dei nostri oceani" afferma Alessandro Giannì,
responsabile della campagna Mare di Greenpeace. "Quello che serve
ora è un organismo che renda accessibili le informazioni sulle navi
da pesca illegali". Sei anni dopo l'approvazione da parte dei paesi
membri della Fao di un Piano di azione internazionale per
contrastare la pesca illegale, il problema è ben lontano
dall'essere risolto.
Oggi Greenpeace ha presentato anche un rapporto che mostra come
le misure volontarie adottate dai governi per limitare la pesca
pirata abbiano avuto un impatto limitato sulla pesca illegale in
alcune delle aree più povere e disperate del mondo, in particolare
la costa occidentale dell'Africa. L'anno scorso la nave di
Greenpeace "Esperanza" passò due mesi a documentare le attività
delle flotte straniere di fronte alle coste della Guinea Conakry,
scoprendo che quasi la metà delle 92 navi da pesca incontrate stava
pescando illegalmente o era legata a attività di pesca illegale. Si
stima che l'Africa subsahariana perda, per questo motivo, circa un
miliardo di dollari all'anno.
"Le misure necessarie per contrastare la pesca pirata sono ben
note. C'è bisogno di agire a tutti i livelli della filiera, dalla
rete in acqua agli scaffali dei supermercati" conclude Giannì.
"Cooperazione internazionale, leggi vincolanti sul controllo nei
porti, così come un registro mondiale delle navi da pesca e
adeguate sanzioni, sono tra gli strumenti che i governi devono
mettere in campo subito."