Comunicato stampa - 12 luglio, 2006
Che fine hanno fatto i pesci di grande taglia? Dalle immersioni dei sub di Greenpeace nelle acque italiane, realizzate nel corso del tour della Rainbow Warrior nel Mediterraneo, emerge l'assenza o quasi nei fondali monitorati degli esemplari più grossi di alcune importanti specie ittiche: cernia, dentice, sarago e corvina. Unica eccezione positiva il mare di Portofino, dove l'area protetta sembra funzionare bene. La scarsa presenza di grandi pesci, soprattutto predatori, è il dato più significativo di questa ricerca e rappresenta un indicatore sensibile del sovrasfruttamento della popolazione ittica in gran parte della fascia costiera. La taglia dei pesci che finiscono sui banchi del mercato, d'altra parte, è in continua diminuzione da tempo. Altro interessante risultato delle immersioni, inoltre, è il fatto che non si sia trovata traccia di aragoste.
La nave ammiraglia della Rainbow Warrior.
Il monitoraggio di Greenpeace - preliminare e da sviluppare nel
prossimo futuro - è stato effettuato presso le aree protette di
Portofino, Capraia e Montecristo e presso le seguenti aree non
protette: Scoglio della Botte (Arcipelago Pontino), Capo Palinuro
(Cilento), Santa Tecla (Catania), Capo di S. Maria di Leuca
(Lecce). I parametri rilevati nel corso delle immersioni, durante
le quali è stata raccolta anche una documentazione foto e video,
sono lo stato del fondale (mucillagini, rifiuti, attrezzi da pesca
abbandonati, torbidità), popolamenti ittici (dimensioni massime di
cernia, corvina, dentice e sarago) e bentonici (posidonia,
gorgonie, presenza di Caulerpa racemosa - un'alga verde
tropicale introdotta - e di Pinna nobilis, il più grande
mollusco bivalve del Mediterraneo).
Delle 7 località prese in esame l'area protetta di Portofino è
risultata quella con il mare in miglior stato, mentre è
sorprendente che a Montecristo, protetta fin dal 1971, non sono
stati osservati pesci di grandi dimensioni. Simile il discorso per
Capraia, dove sono state osservate tracce di rifiuti e attrezzi da
pesca abbandonati, l'assenza di Pinna nobilis (nonostante
una florida prateria di posidonia) e la presenza dell'alga
tropicale Caulerpa racemosa. La C. Racemosa è una
parente meno nota ma ben più diffusa della C. taxifolia
(famosa come "alga assassina"): è stata riscontrata praticamente
lungo tutta la penisola, ma non è chiaro se e quanto essa generi un
qualche tipo di impatto.
Tra i siti non protetti, permane la scarsa presenza di pesci di
grossa taglia. Capo Palinuro, con una bella popolazione di corallo
rosso e una buona prateria di posidonia, è sembrato quello in
condizioni migliori (nonostante sia penalizzato da tracce di
mucillagine, attrezzi da pesca e da assenza di Pinna
nobilis). Anche Capo di S. Maria di Leuca si è dimostrato
interessante, sebbene con acque torbide della cui origine sarebbe
utile accertarsi per escludere eventuali impatti causati dalle
opere di urbanizzazione lungo la costa. Di più ci si poteva forse
attendere dallo Scoglio della Botte - un picco isolato tra Ponza e
Ventotene, in cui era peraltro evidente una notevole attività di
pesca, testimoniata da attrezzi abbandonati e dove sono state
trovate mucillagini (forse un fenomeno passeggero) - e da Santa
Tecla, dove pure è stata riscontrata una torbidità eccessiva.
"È solo una fotografia di quanto abbiamo osservato e sarebbero
necessarie ulteriori ricerche" afferma Alessandro Giannì,
responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia. "Quel che è
certo è che le aree marine protette servirebbero non solo lungo la
costa, ma anche in mare aperto. Abbiamo lanciato una proposta per
una rete di riserve che copra il 40 per cento del Mediterraneo". Ma
luci e ombre emergono anche dal bilancio del tour italiano della
Rainbow Warrior, la nave ammiraglia di Greenpeace, che sarà
pubblicato domani. La nave ha lasciato le nostre coste per
monitorare ora quelle greche e turche, alla ricerca di balene e
delfini e delle pratiche di pesca illegale. Impressionante il
bilancio della caccia alle "spadare", le reti derivanti bandite
dall'Ue e dall'Onu che continuano a essere impunemente utilizzate.
Delfini, tartarughe e capodogli vi muoiono impigliate. Un fortunato
esemplare di tartaruga Caretta caretta è stato liberato da
Greenpeace tra Ischia e Ponza. "Dei cinque pescherecci che abbiamo
intercettato, due continuavano a pescare illegalmente nonostante
avessero ricevuto decine di migliaia di euro dallo stato e dall'Ue
per la riconversione". La Rainbow Warrior ha filmato anche la
pratica di cattura dei tonni con aerei da ricognizione e navi per
poi allevarli per il mercato giapponese del sushi, da sempre alla
ricerca del prezioso tonno rosso del Mediterraneo, ora sull'orlo
del collasso.