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Gli attivisti di Greenpeace partecipano al sit-in romano per dire no alla conversione a carbone della centrale di Porto Tolle.
IngrandisciGli attivisti di Greenpeace si sono presentati al sit-in con lo striscione: "No carbone, più rinnovabili per Kyoto". Un enorme striscione Nero. Nero come il carbone. E come il futuro energetico del nostro Paese, se il Governo persevera nel suo intento di investire su quello che è il combustibile fossile più dannoso per il clima.
ll carbone di Porto Tolle e Civitavecchia ci porta nella direzione sbagliata: ci allontana inesorabilmente da Kyoto. Abbiamo già accumulato un enorme ritardo sugli obiettivi fissati nel protocollo: da qui al 2012 anni dovremmo abbattere le emissioni di gas serra di circa il 20 per cento, pena enormi costi che il Paese dovrà sostenere per comperare i permessi a emettere.
Le immagini della partecipazione di Greenpeace alla manifestazione.
È passato quasi un anno da quando Greenpeace ha aperto il confronto con il Governo su Porto Tolle con la spettacolare azione del dicembre 2006: gli attivisti avevano bloccato la centrale per tre giorni; erano saliti sulla ciminiera dell'impianto per scrivere "NO CARBONE". E un volontario base-jumper si era lanciato dalla ciminiera con un parapendio per gridare al mondo la vera alternativa al carbone: la Energy Revolution.
Ora non c'è più tempo da perdere: il Governo deve definire al più presto un piano energetico che sviluppi tutte le fonti rinnovabili, semplificando i processi autorizzativi e indirizzando le politiche regionali verso obiettivi vincolanti. Le misure varate per il rilancio del fotovoltaico e per l'efficienza energetica sono lodevoli. Ma le conversioni a carbone di Civitavecchia e Porto Tolle rischiano di vanificarle.
E la ventilata riapertura delle miniere di carbone nel Sulcis, in Sardegna, sarebbe il colpo di grazia.