Skip navigation.

Roma, Italia — Due pacifici attivisti di Greenpeace sono stati accusati di furto e violazione di proprietà privata dopo aver denunciato lo scandalo del furto e contrabbando di carne di balena che coinvolge il governo giapponese, finanziatore del programma di caccia baleniera nel Santuario dell’Oceano Antartico. Oggi il Pubblico Ministero di Aomori, in Giappone, ha emesso l’accusa per Junichi Sato e Toru Suzuki, dopo 3 settimane di arresto, nonostante una forte mobilitazione internazionale che chiedeva il loro rilascio immediato.

I due attivisti sono stati arrestati il 20 giugno, più di un mese dopo
che un’indagine di Greenpeace confermava l’informazione fornita da un
impiegato della flotta baleniera, secondo cui l’equipaggio della Nisshin
Maru contrabbandava carne di balena ricavandone grossi guadagni.

“È evidente che le forze politiche all’interno delleistituzioni
giapponesi stiano tentando di mettere a tacere una legittima protesta
pacifica, con lo scopo di proteggere un cosiddetto programma scientifico
di caccia alle balene” dichiara Gerd Leipold, direttore esecutivodi
Greenpeace International. "Non è stata una semplice indagine di polizia
sul presunto furto di uno scatolone; Junichi e Toru non avrebbero dovuto
essere trattenuti visto che hanno intercettato la prova di un
contrabbando e l’hanno consegnata alle autorità per le indagini,
offrendo piena collaborazione”.

"Invece di perseguire chi ha scoperto crimini all’interno del programma
di caccia alle balene, il governo giapponese dovrebbe revocare tutti i
permessi di caccia alle balene nell’Antartico, rilasciare gli attivisti
e avviare subito un’indagine sullo scandalo della carne di balena”
continua Gerd.

Più di 230.000 mila persone da tutto il mondo hanno inviato lettere al
Governo Giapponese per chiedere il rilascio di Junichi e Toru e
l’apertura di un’indagine completa sullo scandalo del furto di carne di
balena. Proteste si sono svolte fuori dalle ambasciate giapponesi di 35
città, in 30 nazioni. Quasi 30 associazioni ambientaliste e umanitarie
hanno espresso la loro solidarietà, incluse Amnesty International,
Lawyers Network for Human Rights Observation, International Fund for
Animal Welfare, InArticle 19, Transparency International, Oceana,
Ubuntu, e Oxfam.