Dal 2008 gli indigeni Ka'apor, che vivono da secoli nella foresta amazzonica, chiedono l'aiuto del governo brasiliano per frenare i continui e violenti assalti della mafia del legno nelle loro terre e finalmente, a marzo 2016, la loro richiesta è stata accolta.

 

In un'azione congiunta di polizia stradale federale, Ministero pubblico federale e IBAMA (Istituto Brasiliano dell'Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili), undici persone sono state arrestate in flagranza di reato e quindici segherie che operavano illegalmente sono state chiuse. L’IBAMA ha inoltre assicurato che d’ora innanzi i territori dell’ Alto Turiaçu, dove vivono i Ka'apor, saranno costantemente sorvegliati da funzionari federali e che le operazioni contro la mafia del legno diventeranno di routine.

 

Il successo dell’operazione si deve anche agli stessi Ka'apor, che dal 2013 svolgono un’ attività di monitoraggio indipendente delle loro terre. Situate in uno degli ultimi lembi di foresta amazzonica rimasti nello stato del Maranhão, le terre indigene dell’ Alto Turiaçu hanno subito continue invasioni da parte della mafia del legno e dei cacciatori di frodo per molti anni. Già nel 2014, l'8 per cento (circa 41.000 ettari) di queste terre indigene era stato eroso.

 

Lo scorso agosto, attivisti di Greenpeace avevano affiancato i Ka’apor in un accurato lavoro di mappatura del loro territorio, installando telecamere dotate di sensori termici e di movimento per documentare le sistematiche ed illegittime invasione perpetrate dalla mafia del legno.

 

Il disboscamento illegale è una delle principali minacce alla sopravvivenza delle popolazioni indigene: speriamo che questa operazione sia solo l'inizio di un processo che si tradurrà in una più efficace protezione di tutti i territori indigeni.

 

Greenpeace chiede inoltre agli operatori del mercato internazionale del legno di esigere dai loro fornitori brasiliani ulteriori garanzie, oltre ai documenti ufficiali, per assicurarsi che il legname proveniente dall’Amazzonia non derivi dal contrabbando nelle terre indigene.

 

Martina Borghi

Campagna Foreste Greenpeace Italia