Ci sono infiniti motivi per sostenere che perforare i fondali del Mediterraneo in cerca di petrolio sia una impresa scellerata. Hanno a che fare con la difesa del clima (eh si, il petrolio è tra quelle fonti fossili di cui ci dovremmo sbarazzare presto, secondo la scienza); e con gli impatti ambientali, la sostenibilità economica di quella strategia, le condizioni del mercato energetico, le alternative produttive (ci sorge il dubbio che trivelle e turismo, trivelle e pesca non siano esattamente binomi coerenti). Ma vi è infine una questione spesso evocata ma della quale si discute poco. Forse perché sollevarla sa di sterile catastrofismo? O di un pessimismo ingiustificato?

Ieri, 11 febbraio 2015, una violenta esplosione – parrebbe causata da una fuga di gas - ha squassato la FPSO “Cidade de São Mateus” del colosso statale brasiliano Petrobras, a circa 50 miglia dalla costa dello stato di Espirito Santo, a nord di Rio de Janeiro. Una FPSO (Floating Production Storage and Offloading unit) è generalmente una nave utilizzata in luoghi di produzione distanti dalla costa - difficilmente raggiungibili da oleodotti o gasdotti - per la produzione e lo stoccaggio di petrolio (o di gas naturale) e la distribuzione del petrolio prodotto sulle navi-appoggio. Queste unità flottanti sono direttamente collegate ai pozzi o ad altre piattaforme e funzionano non solo in termini di stoccaggio, ma anche di lavorazione degli idrocarburi estratti.

Il bilancio provvisorio dell'incidente – come reso noto in mattinata dalla società norvegese BW Offshore, proprietaria dell'imbarcazione - è di almeno cinque morti, dieci feriti, due dei quali con gravi ustioni, e quattro dispersi. Le agenzie riferiscono che l’incendio sarebbe stato domato dopo alcune ore scongiurando un disastro simile a quello del Golfo del Messico. A giudicare dalle foto del disastro non c’è per contro da esserne così certi.

La FPSO 'Cidade Sao Mateus' estraeva 2.200 barili di greggio e 2,5 milioni di metri cubi di gas al giorno; e, si apprende ancora dalle agenzie, era stata ispezionata nell'aprile 2014 dai tecnici della marina, che rilevarono alcune lacune nei sistemi di sicurezza. Il sito di estrazione in cui operava la nave fa parte di un ampio piano del governo per rendere energeticamente autosufficiente il Brasile, sfruttando ingenti giacimenti – scoperti dalla Petrobas nel 2007 – definiti in gergo ‘presal’. L’espressione si riferisce a un aggregato di rocce, diffuse lungo gran parte della costa brasiliana, dalle quali è possibile estrarre idrocarburi. Tale strato roccioso si trova mediamente a una profondità di 7.000 metri, sotto un esteso sedimento di sale (da qui il nome: pre-sal) che, in alcune zone della costa può essere spesso anche più di 2 mila metri.

Quanto stiamo scrivendo poggia al momento su informazioni in costante aggiornamento. Alcune fonti riportano che l’incidente sarebbe stato comunicato dalla Petrobas solo 7 ore dopo il divampare dell’incendio. La compagnia di stato brasiliana sta attraversando peraltro un periodo difficile: già protagonista di incidenti in passato – nel 2001 una sua piattaforma prese fuoco affondando, 11 le vittime – è coinvolta in scandali di corruzione che interessano i vertici della politica nazionale.

Ecco allora il punto. La questione che spesso si tace è questa: non esistono attività di estrazione di idrocarburi in mare perfettamente sicure.

Anzi: alcune sono certamente molto pericolose. E dunque ai molti motivi per cui non conviene trasformare il Mediterraneo in un gigantesco pozzo petrolifero si deve aggiungere prima di tutto questo: il rischio di un incidente grave, di una esplosione, di uno sversamento in mare. Non un rischio remoto, inconsistente, roba da patologici catastrofisti dunque.

Non è forse un caso che la Direttiva 2013/30/UE (che in Italia è in fase di recepimento) specifichi come una compagnia petrolifera che intenda realizzare estrazioni offshore debba presentare all’Autorità Competente una “Relazione sui Grandi Rischi”; e debba effettuare una pianificazione dettagliata dei rischi e delle misure di intervento da adottare in caso di incidente. Insomma, la direttiva è chiarissima: le piattaforme sono una fonte di "rischio rilevante".

La cosa fantastica (si fa per dire) è che nel 2005 il governo italiano decise, con un provvedimento assurdo, che le piattaforme offshore fossero escluse da questa categoria di rischio. Da allora le Valutazioni di Impatto Ambientale per le estrazioni a mare non contemplano la mitigazione del rischio di incidenti gravi, né specifiche procedure d’intervento, ad esempio in un caso come quello accaduto in Brasile. 

L'impressione è che ora con lo "Sblocca Italia" il problema venga risolto alla radice. Nessuna valutazione e basta: si può "svincolare" la stima dei "Grandi Rischi" dal processo di Valutazione di Impatto Ambientale, ovvero di evitare che se ne occupi il Ministero dell'Ambiente, lasciando fare al Ministero dello Sviluppo Economico.

A proposito: avendo brevemente spiegato cos’è una FPSO, forse vale la pena ricordare che lo stesso tipo di struttura dovrebbe essere installata a sole tre miglia dalla costa di Ortona, in Abruzzo, per la concessione Ombrina Mare. E che un’altra FPSO è già operativa e serve i pozzi Aquila di ENI, in acque profondissime, al largo delle coste di Brindisi.

Andrea Boraschi, campaigner Energia e clima