Pochi giorni fa abbiamo pubblicato la quarta edizione della classifica Rompiscatole che Greenpeace aggiorna ciclicamente per valutare la sostenibilità del mercato italiano del tonno in scatola. In questa edizione Mareblu, uno dei marchi più importanti del mercato italiano, è finito in fondo alla classifica perché nella maggior parte delle sue scatolette finisce tonno pescato con metodi distruttivi.

Un risultato deludente quello di Mareblu che, nonostante proclami e spot pubblicitari, è ben lontano dall’impegno preso nel 2012 per una pesca 100 per cento sostenibile entro il 2016.

Mercoledì scorso Greenpeace ha protestato pacificamente in diversi Paesi contro Thai Union, colosso mondiale del tonno in scatola proprietario anche di Mareblu. Alcuni nostri attivisti vestiti da squalo si sono presentati davanti agli uffici del marchio italiano per consegnargli i nostri messaggi: “Sulla pesca sostenibile solo promesse da marinaio” e “Basta strage di squali”! 

In pochissimi giorni oltre 15 mila persone hanno firmato la nostra petizione, inviando una mail al Direttore Generale di Mareblu per chiedere di mantenere la promesse fatte.

Nelle ultime ore, per “tranquillizzare” i consumatori, Mareblu ha pubblicato sul suo sito un comunicato per spiegare quanto sia “sostenibile”. Siamo andati a leggercelo e, ad essere sinceri, non ci rassicura per niente. Di seguito alcuni dei punti che più ci deludono:

- Mareblu nel 2012 ha introdotto un nuovo prodotto pole&line (pescato a canna) conquistando ben il “4,3% nel 2015 di quota di mercato nel segmento Pole&Line in scatola”.

Bravi! Peccato però che questo dato serva solo a gettare fumo negli occhi e a nascondere la verità, ovvero che la pesca a canna si utilizza solo per lo 0,2 per cento dei prodotti Mareblu. Davvero poco, per chi si era impegnato a usare il 100 per cento di tonno pescato in modo sostenibile, ovvero a canna o con reti a circuizioni senza FAD (sistemi di aggregazione per pesci) entro il 2016, soprattutto se si considera che altri competitor in Italia sono già arrivati fino al 30 per cento delle proprie produzioni.

- Mareblu garantisce la “massima trasparenza sui propri prodotti”.

Come riconosciuto nella nostra classifica, è vero che sono aumentate le informazioni in etichetta, tra cui il metodo di pesca. Peccato però che quando si indica che il tonno è pescato con “reti a circuizione”, Mareblu si “dimentichi” di segnalare se queste siano state usate con sistemi di aggregazione per pesci (FAD) o meno. Una dimenticanza non da poco, visto che l’uso di FAD è responsabile del 6,7 per cento in più di catture accidentali, tra cui squali e tartarughe di specie in pericolo. Non certo il massimo della trasparenza per chi aveva promesso di eliminarne completamente l’uso entro il 2016: forse Mareblu vuole nascondere che continua ad adoperare questo metodo distruttivo per catturare il tonno che finisce nella maggior parte dei suoi prodotti?

E, infine, arriviamo all’impegno più “sfidante” (proprio secondo Mareblu):

- Entro la fine del 2016 il 100% del tonno utilizzato per i prodotti Mareblu sarà pescato solo con reti a circuizione su banchi liberi o con sistemi pole&Line

A oggi, Mareblu sostiene di aver raggiunto una quota del 21 per cento da pesca sostenibile. Anche se volessimo credere a questo dato, non è certo abbastanza per chi si è impegnato entro l’anno prossimo ad arrivare al 100 per cento. Se poi si va ad analizzare i dati che il marchio ci ha fornito, a parte uno 0,2 per cento di tonno pescato a canna, non abbiamo nessun certificato di osservatori indipendenti né alcun sistema di audit di enti terzi che provi che effettivamente una parte del loro tonno, per quanto piccola, sia pescata senza FAD. Leggiamo invece che hanno lavorato per usare “FAD di ultima generazione”, che limitano le catture accessorie – ma non le eliminano! – mentre non abbiamo traccia degli sforzi che invece dovrebbero aver fatto per sviluppare i sistemi di pesca sostenibile, senza FAD o a canna, che ci avevano promesso! Tra l’altro, è la stessa azienda a dirci che ha una propria flotta: come mai non ha già imposto da tempo alle proprie navi di pescare solo con i metodi di pesca più sostenibili, ovvero senza FAD?

Ci dispiace Mareblu, ma proprio non ci siamo! E ci risulta davvero difficile credere che non solo non hai “abbandonato” i tuoi impegni, ma che li stai perseguendo “con sempre maggiore intensità”, quando nel resto del mondo anche altri marchi appartenenti a Thai Union stanno tradendo la fiducia dei consumatori. In Gran Bretagna, John West aveva promesso di mettere nelle sue scatolette il 100 per cento di tonno sostenibile al 2016, ma anche in questo caso i fatti sono lontani dalle promesse, con solo il 2 per cento di tonno pescato a canna. In Francia e negli Stati Uniti, brand appartenenti a Thai Union, come Petit Navire e Chicken of the Sea, non prendono invece alcun impegno per una pesca sostenibile, e nella maggior parte dei propri prodotti usano tonno derivante da pesca distruttiva. Come se non bastasse, Thai Union è stata recentemente coinvolta in gravissimi episodi di violazione dei diritti umani lungo le proprie filiere.

Dire che ha “ancora tanto da fare” è poco! Adesso basta con le bugie: se davvero considera la sostenibilità “come il modo di fare impresa nel mercato del tonno in scatola”, Mareblu deve escludere subito dalle sue filiere la pesca eccessiva e distruttiva e garantire la tutela di tutti i lavoratori.

Giorgia Monti, campaigner Mare Greenpeace Italia