Questa storia comincia con Elettra e Lorenzo in partenza per la Turchia. Per portare l’energia solare in un piccolo villaggio minacciato dall’industria del carbone.

Ma cominciamo dalle presentazioni: siamo due volontari di Greenpeace, arriviamo da Genova e da Livorno e in questo momento stiamo scrivendo seduti ai banchi dell’unica aula della scuola elementare di Yirca per raccontarvi questa nostra esperienza di solarizzazione nel cuore dell’Anatolia.

Siamo arrivati a Istanbul di pomeriggio, quasi abbracciati dalle persone che affollavano la metro. Sbucati in superficie a Piazza Taksim, da Gezi Park abbiamo cominciato lentamente a scoprire la metropoli. Qui le persone si spostano a fiumi lungo la strada e avanziamo con difficoltà con i nostri zaini alla ricerca dell’ufficio turco. Nel nostro girovagare senza bussola vengono in nostro aiuto gli abitanti di questa città-bazar famosa per le spezie, i lampadari policromi e le bellissime moschee.

Non importa se non parliamo la stessa lingua. Nel Mediterraneo non è così importante: se davvero si vuole comunicare, si trova sempre un modo per farlo. Ci imbattiamo in giovani siriani dal sorriso gentile, in un futuro architetto iracheno che si impegna a disegnarci una mappa della città e persino in un mercante di tè che si apre in un sorriso appena scopre che siamo italiani: ha studiato filologia italiana a Firenze e ci è grato di poter rispolverare il suo elegante italiano.

La sede di Greenpeace Turchia è luminosa e accogliente. Istem, la responsabile del volontariato turco, è di una gentilezza spontanea come tutte le persone che incontriamo in ufficio. Sembrano tutti molto entusiasti per questo progetto di solarizzazione. Come detto saremo a Yirca, un villaggio che, con la sua pacifica ma costante resistenza contro l’industria del carbone, nata dalle sue donne, rappresenta un simbolo per la realizzazione di un futuro solare in Turchia.

Noi siamo sempre più curiosi. Mentre restiamo colpiti dalla straordinaria bellezza delle moschee che disegnano l’orizzonte di Istanbul, e affascinati dal grande mercato sul Bosforo, ci chiediamo come sarà l’incontro con la popolazione, se saremo davvero utili e come andrà a finire questo progetto che coinvolge volontari da tutto il Mediterraneo (Grecia, Turchia, Italia, Israele, Giordania, Algeria e Marocco). Dopo il benvenuto ufficiale a base di foglie di vite, humus, pistacchio e miele finalmente partiamo.

 

Arriviamo alla scuola di Yirca all’alba e dopo una colazione tra gli alberi vicini alle nostre tende iniziamo a occuparci delle piante di ulivo. Sono circa tremila alberelli destinati a essere piantati dove sorgevano quelli sacrificati in nome del carbone, tagliati illegalmente per fare spazio a questa fonte sporca di energia. Noi puliamo la terra dove metteranno radici, ce ne prendiamo cura tutti insieme.

È stupefacente come riusciamo a capirci con gli altri volontari, anche senza usare l’inglese, e con i bambini della scuola, che ci aiutano tantissimo e sembrano felici di vedere il loro giardino occupato da tutte quelle persone nuove che vivono nelle tende: il nostro gesticolare non è mai stato così apprezzato. La giornata passa veloce tra pietre da spaccare, buche da scavare e cemento da mescolare. Ogni sforzo è però ricompensato quando possiamo toccare con mano la ragione del nostro viaggio: sono appena arrivati i pannelli fotovoltaici che installeremo sulla scuola e sulla moschea. Vedere queste lastre scure ci dà la concretezza di quello che stiamo facendo qui, al di là dell’entusiasmo per il nuovo posto e la sorpresa per l’accoglienza strabiliante degli abitanti che ci aprono le loro case per bere il tè e mangiare olive e pomodori.

 

L’idea di portare un po’ di energia pulita in un paesino così vicino a una centrale le cui ciminiere ogni sera disegnano volute di fumo velenoso ci rende orgogliosi di quanto stiamo facendo. Alla fine, anche se la sera il nostro corpo ha l’impressione che sia notte fonda, anche se le nostre mani sono costantemente sporche di vernice e cemento, se ci fermiamo un attimo a pensare e immaginiamo di tornare qui per vedere i “nostri” ulivi costellare la campagna, e i pannelli portare luce a questa scuola, non possiamo che sognare che si ripeta lo stesso altrove.

Lorenzo Monacci e Elettra Repetto