C’è un piccolo paradiso nel sud del Giappone. La baia di Henoko, (Okinawa, Arcipelago di Ryūkyū) vanta una diversità biologica invidiabile: 5.300 specie in un eden tropicale di coralli. Questo paradiso ha già visto l’inferno, durante la seconda guerra mondiale. E sta per vederne un altro: meno sanguinolento, ma più definitivo.

Gli USA, “proprietari” dell’arcipelago fino al 1972, dopo aver cercato di costruire una seconda base militare hanno deciso di allargare quella esistente con due piste d’atterraggio. Sui coralli. Tutto regolare, compresa una valutazione di impatto ambientale sulla cui correttezza nessuno scommetterebbe un centesimo: lo scorso 19 ottobre, il quotidiano Asahi Shimbun ha rivelato che tre membri della commissione di valutazione avevano ricevuto un totale di 11 milioni di yen (più di 82.000 euro) da soggetti interessati all’affare dell’allargamento della base. 

Ad Okinawa è arrivata la Rainbow Warrior, anche per verificare cosa stanno rischiando i fondali di questo paradiso. Tutto pronto, tranne il fatto che il governo del Giappone non ci da il permesso di portare la nave sul posto. Perché? Ovviamente, per imbavagliare l’onda di protesta che sta montando.

 

Quasi l’80% della popolazione di Okinawa si oppone all’allargamento della base USA, compreso il Governatore che lo scorso 13 ottobre ha vietato questi lavori. Una decisione fulmineamente ribaltata dal Governo nazionale: dallo scorso 27 ottobre le ruspe hanno semaforo verde, forse stanno già devastando la baia, adesso.

La risposta non si è fatta attendere: giovani e anziani cercano ogni giorno di fare muro, con i loro corpi, per difendere la baia dove vivono ben 262 specie protette, compresi gli ultimi dugonghi del Giappone. Pochi, forse solo una dozzina. Pacifici giganti, fino a tre metri di lunghezza e 500 chili di peso. Il caratteristico allattamento al seno è forse all’origine della leggenda delle sirene e, di sicuro, del nome, Sirenidi, di questo gruppo di giganti del mare. Passano la loro vita, fino a 70 anni,  che brucano fanerogame marina (simili alla nostra posidonia) che in Giappone chiamano appunto jangusa: erba dei dugonghi. La popolazione giapponese del dugongo (Dugong dugon) è inserita nella lista rossa delle specie protette come “minacciata”. Ma nella baia ci sono altre specie non meno fragili, come la tartaruga verde, la tartaruga caretta e la tartaruga embricata, tutte a rischio. Come del resto alcune fanerogame marine che gli USA e il governo del Giappone hanno deciso di “asfaltare”, assieme ai coralli della baia di Henoko.

È per difendere il loro mare che gli abitanti di Okinawa hanno invitato la Rainbow Warrior. Greenpeace e Okinawa si conoscono da tempo, sin dal 2005 quando la Rainbow Warrior II ha portato il suo sostegno a una lotta che è cominciata nel 1997. Un’altra nave di Greenpeace, l’Esperanza, è stata a Okinawa nel 2007.

Lo scorso luglio Greenpeace ha consegnato all’Ambasciatrice USA in Giappone, Caroline Kennedy, una petizione con 53.260 firme di persone che chiedevano di fermare questo scempio. Non è servito. Le chances residue per i dugonghi di Okinawa sono legate a una mobilitazione ancora maggiore. Per le ultime sirene del Giappone non resta altro che il vostro aiuto.


Alessandro Giannì - Direttore delle campagne di Greenpeace Italia.