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Scorie esportate. Ma a tempo determinato.

News - 9 maggio, 2007
Accordo tra la Sogin e la francese Areva per la gestione delle scorie nucleari italiane. Sono 235 le tonnellate di combustibile irraggiato in partenza. Le scorie verranno riprocessate in Francia. E torneranno in Italia vetrificate. Ma non per questo meno pericolose. Torna di moda la politica dello struzzo: il problema scorie viene rimandato, ma non risolto.

Attivisti di Greenpeace in azione lungo la ferrovia tra Vercelli e Chivasso, in provincia di Torino, mentre calano un banner che dice "Stop alle scorie nucleari".

La Sogin - una società a capitale pubblico che si occupa in esclusiva della gestione di tutto il nucleare italiano - ha siglato un accordo con la società francese Areva per il riprocessamento di 235 tonnellate di scorie, in gran parte provenienti da Caorso.

Riprocessare le scorie vuol dire estrarre il plutonio dalla barre di combustibile irraggiato. Si tratta di un processo pericoloso. E pericolosi sono - sia per l'ambiente che per la sicurezza dei cittadini - i trasporti speciali di materiale radioattivo dai siti originari agli impianti di riprocessamento. Troppi rischi inutili per un pugno di plutonio in più, destinato peraltro a usi militari.

Nel 1999 il Governo Prodi aveva deciso di chiudere la stagione del riprocessamento e puntare sullo stoccaggio a secco, una prassi meno pericolosa e, per questo motivo, molto diffusa in tutto il mondo.

L'accordo siglato oggi rappresenta un pericolosissimo passo indietro. Il Governo decide di fare lo struzzo: rinvia il problema della gestione delle scorie, ma non lo risolve. I tempi di rientro del materiale radioattivo in Italia sono già fissati, perché la normativa francese non consente l'importazione di scorie: è un inutile viaggio di andata e ritorno, al modico costo - per la collettività - di 250 milioni di euro.

Già in passato l'Italia aveva inviato le sue scorie all'estero, a Sellafield, in Inghilterra. Nel febbraio 2005 dodici attivisti di Greenpeace avevano bloccato un treno di scorie per protestare contro questa politica irresponsabile.

I dodici attivisti, finiti sotto processo, sono stati recentemente assolti in primo grado perché il fatto non costituisce reato. Tra le testimonianze a favore anche quella di Edo Ronchi - che nel 1999 era Ministro per l'Ambiente e appoggiava il no al riprocessamento - quella di Massimo Scalia, Presidente della Commissione parlamentare bicamerale d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse e quella di Paolo Bartolomei, tecnico dell'Enea. Sono testimonianze che fanno capire i limiti e i rischi del riprocessamento.

Greenpeace chiede al Governo di riconsiderare l'opzione dello stoccaggio a secco e informare la popolazione italiana sullo stato di sicurezza dei siti dove sono stoccate le scorie.

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