Questo sito utilizza cookie tecnici propri per migliorare la tua navigazione e cookie di terze parti per analisi statistiche e condivisione dei contenuti. Procedendo con la navigazione acconsenti all'uso di tutti i cookie. Per saperne di più clicca qui.

Nuovo studio sui costi dei cambiamenti climatici

In Italia 1.733 Km di coste di erosione. E i paesi poveri?

Comunicato stampa - 10 dicembre, 2004
Se il livello del mare salisse di un metro nel 2100, come prevedono alcuni studi, l'Italia dovrebbe proteggere quasi interamente le sue coste per evitare alluvioni e danni economici significativi. Sarebbe necessario ricostruire le dune preesistenti come prima barriera per difendersi dalle acque e questo costerebbe dai 30 ai 50 milioni di euro. Inoltre, andrebbero demolite tutte le case minacciate dal mare per un valore anch'esso pari a 30-50 milioni di euro, oltre a svariati costi addizionali che non è possibile ora stimare.

Erosione delle coste

Il totale per le aree a rischio inondazione tra il 2002 e il 2010 varierebbe dai 130 ai 270 milioni di euro. È lo scenario che emerge dal rapporto di Greenpeace e Nef (New Economics Foundation), presentato oggi alla Conferenza del clima di Buenos Aires, dove si legge anche che l'erosione interessa ormai un quinto delle coste europee: le nazioni più colpite sono Italia, Grecia e Gran Bretagna. Nel Bel Paese il 22,8% delle coste è soggetto a erosione, ovverosia 1.733 chilometri. Il rapporto di Greenpeace e Nef mostra come i Paesi ricchi stiano spendendo già miliardi di dollari per i costi di adattamento al cambiamento climatico. Allo stesso tempo, sono i paesi più poveri che soffriranno per primi e in maniera più violenta gli impatti del clima che cambia.

"È scandaloso che i Paesi ricchi, responsabili del cambiamento climatico, spendano miliardi per il loro adattamento e abbiano previsto appena 0,41 miliardi di dollari per aiutare i Paesi poveri ad affrontare il problema. Ad oggi, poi, solo una minima parte di questa somma è stata realmente messa loro a disposizione" afferma Roberto Ferrigno, direttore campagne di Greenpeace. Secondo Greenpeace, per adeguare i propri servizi sanitari dopo la prima ondata di calore, la Francia da sola spende quasi il doppio di quanto stanziato per i Paesi in via di sviluppo. Per proteggere le coste della sola Tanzania dall'innalzamento del livello del mare di un metro serviranno ben 14,6 miliardi di dollari secondo lo "US Global Change Resource Centre".

"È ancora più paradossale che si continui a finanziare i combustibili fossili per ben 73 miliardi di dollari l'anno in tutti i Paesi sviluppati. Eppure, anche lo sbandierato carbone pulito continua a essere più inquinante persino dell'olio combustibile, con 770 grammi di CO2 emessa per ogni chilowattora" continua Ferrigno. Greenpeace e Nef ritengono che i Paesi ricchi dovrebbero spendere, per aiutare i Paesi in via di sviluppo, almeno la stessa cifra (ovvero 73 miliardi di dollari) impiegata per alimentare il cambiamento climatico, sostenendo i combustibili fossili. Negli Stati Uniti, con 20.000 chilometri di costa e oltre 32.000 di paludi costiere, secondo l'Ocse saranno necessari 156 miliardi di dollari, pari al 3% del Pil, per adattarsi all'innalzamento del livello del mare di un metro. Per proteggere le coste europee già minacciate dall'erosione occorreranno, invece, dai 6 ai 32 miliardi di dollari.

Categorie