Questo sito utilizza cookie tecnici propri per migliorare la tua navigazione e cookie di terze parti per analisi statistiche e condivisione dei contenuti. Procedendo con la navigazione acconsenti all'uso di tutti i cookie. Per saperne di più clicca qui.

Incidente nel Golfo del Messico: "Serviranno mesi per capire l'entità del disastro"

Comunicato stampa - 26 aprile, 2010
La piattaforma Deepwater Horizon della BP (British Petroleum), esplosa il 20 aprile e affondata il 22, oltre a uccidere undici persone ha rilasciato in mare una quantità imprecisata di petrolio, che la Guardia costiera statunitense ha già considerato ingente: “major oil spill”. Il sistema di blocco automatico, che avrebbe dovuto arrestare il flusso in caso di incidente, non ha funzionato! Il disastro della Deepwater Horizon, il massimo della tecnologia delle esplorazioni petrolifere, ha smascherato i rischi che corrono anche i mari italiani (in particolare Adriatico e Canale di Sicilia) oggetto sempre più spesso di permessi di ricerca offshore.

«Decenni di maree nere non ci hanno insegnato niente: in Italia, il Governo continua a rilasciare autorizzazioni a valanga, soprattutto in Adriatico e, da ultimo, anche al largo delle Isole Tremiti - denuncia Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace - Ormai è tempo di dedicarsi davvero alle energie rinnovabili e all'efficienza energetica. Così, invece di uccidere i lavoratori, potremmo creare migliaia di posti di lavoro e raggiungere una maggiore indipendenza energetica».

Il maltempo nell'area dell'incidente della Deepwater Horizon - circa 90 chilometri al largo della Luisiana nel Golfo del Messico - tiene per ora il petrolio lontano dalle coste. Il petrolio in queste condizioni si emulsiona con l'acqua e le operazioni di recupero saranno praticamente impossibili. In questo periodo, inoltre, nel Golfo del Messico è in corso la stagione riproduttiva del tonno rosso e sta cominciando quella di quattro specie di tartarughe marine. Nell'area sono presenti sei specie di balene e la fascia costiera ospita circa oltre due milioni di ettari di paludi.

Già nel 1979, una piattaforma per esplorazioni petrolifere della compagnia messicana "Ixtoc I" era esplosa nel Golfo del Messico: causò il più grave sversamento di petrolio in mare (quasi mezzo milione di tonnellate di petrolio) e ci vollero oltre nove mesi per chiudere il pozzo esploso. Il Messico rifiutò di pagare indennizzi agli Usa ma si dovettero evacuare migliaia di piccole tartarughe di Kemp (specie in via di estinzione) nate sulla spiaggia di Rancho Nuevo per salvarle.

Solo tra qualche mese, quando la conduttura sarà chiusa, si saprà quanto petrolio sarà stato sversato nel Golfo del Messico: potrebbe essere un disastro superiore anche a quello della Haven, la petroliera con bandiera cipriota affondata nel 1991 al largo di Genova e che segna ancora il nefasto record degli sversamenti del Mediterraneo. Nella classifica ufficiale degli sversamenti di idrocarburi da navi cisterna, la Haven è al quinto posto, subito dopo la Amoco Cadiz, affondata nel 1978 in Bretagna: un disastro che aveva sconvolto il mondo e dato il via alla legislazione ambientale internazionale per prevenire le "maree nere". Ovviamente, si tratta di una legislazione insufficiente.

«L'unica soluzione - conclude Alessandro Giannì - è smetterla con le esplorazioni offshore e avviare una decisa rivoluzione energetica per liberarci dalla schiavitù del petrolio e dai pericoli del trasporto degli idrocarburi».

Categorie