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Rifiuti tossici Italia - Turchia. 15 anni di scandalo

Pubblicazione - 11 gennaio, 2002
Diverse industrie italiane e in particolare molte piccole compagnie di lavaggio a secco come la Pulilampo, si sono rivolte, negli anni ottanta, ad agenti di intermediazione italiani - la Sirteco Italia srl e la Piattaforma Ecologica Industriale srl - per spedire migliaia di barili contenenti rifiuti pericolosi a Sulina, in Romania. La compagnia rumena, Kimika ICE, si era impegnata a smaltire i rifiuti. In mancanza di un impianto idoneo allo scopo, però, dopo un periodo transitorio di stoccaggio, i fusti sono finiti nelle acque del Mar Nero.

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Executive summary: Il Mar Nero è un mare chiuso: è profondo più di 2000 metri ed il ciclo di ricambio idrico è di circa 140 anni. Lo attraversano forti correnti marine che tuttavia interessano la colonna d’acqua solo in superficie: ciò significa che il 90% circa del volume totale dell’acqua è soggetto a scarso movimento e che, di conseguenza, il Mar Nero è ideale per essere usato come "cimitero nascosto" di rifiuti tossici.

Nel 1988, però, una parte di questi contenitori metallici - 367 barili contenenti residui di produzione, oli, residui di pittura, residui di solventi, composti del cloro (solventi e clorobenzeni incluso l’esaclorobenzene – HCB), PCB e piombo – sono stati ritrovati lungo le coste turche del Mar Nero.

Le autorità turche hanno in un primo momento deciso di stoccare i barili nella zona del ritrovamento: a Sinop è stata modificata una vecchia gendarmeria, mentre a Samsun è stato costruito un magazzino temporaneo. Nel 1997 – a nove anni dal ritrovamento - il Ministro dell’Ambiente ha avviato una ricerca per smaltire i rifiuti tossici in maniera definitiva attraverso l’incenerimento. L’unico inceneritore per rifiuti pericolosi in Turchia, Zaida in Zmit, non poteva però essere utilizzato per mancanza di autorizzazioni e l’esportazione dei rifiuti in altri paesi - Germania, Paesi Bassi e Finlandia – era un’alternativa troppo costosa. La decisione finale è stata, ancora una volta, quella di prender tempo fin quando non si fosse trovato un metodo "alternativo di distruzione". Alla data di pubblicazione di questo rapporto la situazione è ancora in una fase di stallo.

Greenpeace chiede di porre definitivamente fine ad una vicenda che va avanti da 14 anni ma che è sempre tragicamente attuale per le popolazioni del luogo, costrette a vivere in ambienti malsani e contaminati. Greenpeace chiede inoltre al governo italiano di tenere fede alla promessa fatta nel 1989, riportando in patria i barili contenenti rifiuti industriali pericolosi trovati sulla costa turca e provvedendo alla bonifica delle aree contaminate vicino ai siti di stoccaggio di Sinop e Samsun.

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