È di pochi giorni fa la notizia dell’ennesimo disastro ambientale, questa volta nell’Artico russo, una regione già profondamente sconvolta dai cambiamenti climatici: il permafrost si sta sciogliendo, infatti, e le conseguenze sono enormi. Già nel 2009 avevamo parlato in un rapporto dei rischi per le infrastrutture dell’industria russa del petrolio e del gas, associati al degrado del permafrost a causa dei cambiamenti climatici.

Non possiamo continuare ad ignorare questi disastri e a deresponsabilizzare chi ne è colpevole. Si tratta di uno dei più gravi disastri petroliferi nella storia dell’Artico, paragonabile per entità al disastro petrolifero della Exxon Valdez in Alaska nel 1989.

Chi sta distruggendo il Pianeta non può farla franca. Serve una riconversione energetica e un intervento immediato per salvare l’Artico ed evitare altri disastri.  Cos’altro deve succedere per capirlo?

Ventimila tonnellate di gasolio nell’Artico russo

Il 29 maggio scorso circa ventimila tonnellate di gasolio hanno contaminato il suolo e oltre venti chilometri di fiumi. Lo spessore dello strato di prodotti petrolchimici ha raggiunto i venti centimetri. È successo a Norilsk, nella penisola di Taymyr, nel nord della Russia, a seguito della fuoriuscita di tonnellate di prodotti petroliferi da alcuni serbatoi della NTEC (una società del gruppo Nornikel).

L’incidente è avvenuto, secondo l’azienda, per il crollo dei serbatoi causato dal cedimento del permafrost, lo strato di terreno ghiacciato che si sta scongelando a causa dell’aumento delle temperature che negli ultimi mesi sono state di circa 4°C superiori alle medie locali. Secondo gli esperti, le barriere situate nel fiume riusciranno a raccogliere solo una piccola parte del gasolio fuoriuscito, mentre gran parte degli idrocarburi rimarranno nell’acqua, o nel suolo, con danni ambientali incalcolabili.

Dopo l’incidente, le città industriali di Norilsk e della regione di Krasnoyarsky hanno dovuto dichiarare lo stato di emergenza.

Un danno ambientale ed economico enorme: chi paga?

I nostri esperti hanno stimato che i danni ai corpi idrici potrebbero superare i 6 miliardi di rubli (ovvero circa 77,5 milioni di euro), senza considerare i costi della bonifica del suolo e l’inquinamento atmosferico.

La Procura ha aperto un’indagine penale sull’incidente. Tuttavia, il Nornickel Mining Group, il principale produttore mondiale di nichel e palladio, che fa capo alla centrale in cui è avvenuto l’incidente, sta cercando di evitare qualsiasi responsabilità attribuendo l’origine del disastro a un “fenomeno naturale” come lo scioglimento del permafrost nell’area colpita.

Non sarebbe la prima volta che un incidente di vasta portata resta senza colpevoli e in Russia esiste una lunga tradizione di società che eludono la piena responsabilità finanziaria per i danni ambientali. Inoltre, alcune di esse hanno utilizzato la crisi Covid per avviare l’indebolimento della legislazione ambientale russa.

L’unica soluzione è la riconversione energetica

Questo ennesimo dramma conferma che non possiamo continuare in questa direzione. In tutto il Pianeta e non solo nell’Artico, molte infrastrutture industriali sono a rischio a causa dei cambiamenti climatici in corso e servono un maggiore controllo pubblico e piani di adattamento urgente per evitare altri disastri. I governi devono riconsiderare l’attuale modello di economia basato sui combustibili fossili e sull’abuso della natura. A partire da quello russo.

Insieme ad altre ONG russe, Greenpeace ha elaborato un recovery plan verde che suggerisce i principi da utilizzare per il piano di ripresa nazionale dopo l’emergenza Covid in Russia, per implementare tecnologie rispettose del clima e per passare a un nuovo modello verde dell’economia russa che non dipende dai fossili.

C’è un’alternativa al diesel e al gas fossile: gli impianti di energia rinnovabile. La Russia deve prendere seri provvedimenti per combattere i cambiamenti climatici perché è nel suo stesso interesse!