{"id":16739,"date":"2022-11-24T18:51:41","date_gmt":"2022-11-24T17:51:41","guid":{"rendered":"https:\/\/www.greenpeace.org\/italy\/?p=16739"},"modified":"2025-07-02T09:26:37","modified_gmt":"2025-07-02T07:26:37","slug":"gpnews147-intervista-al-professore-giovanni-battista-zorzoli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.greenpeace.org\/italy\/rapporto\/16739\/gpnews147-intervista-al-professore-giovanni-battista-zorzoli\/","title":{"rendered":"GPNews147 &#8211; Intervista al Professore Giovanni Battista Zorzoli"},"content":{"rendered":"\n<p><strong>Si torna a parlare di nucleare, ma non \u00e8 una cosa seria. Per cercare di capirne qualcosa abbiamo interpellato Giovanni Battista Zorzoli, storico esperto di energia, docente di Fisica del reattore nucleare gi\u00e0 negli anni Sessanta, e poi specializzato in fonti energetiche rinnovabili.&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n<p><strong>Professor Zorzoli, cosa c\u2019\u00e8 dietro questo ritorno di fiamma del nucleare, che \u00e8 potente almeno a livello mediatico?&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n<p>Ci son due interpretazioni possibili. Probabilmente, come sempre, la verit\u00e0 sta nel mezzo. Da un lato c\u2019\u00e8 l\u2019uso del nucleare come arma di distrazione di massa, concentrando il dibattito sull\u2019affermazione che, senza il nucleare, le rinnovabili non ce la fanno. Una posizione che non tiene conto di alcuni aspetti. Il primo \u00e8 che si stanno sviluppando sistemi di accumulo dell\u2019energia a lungo termine, che renderanno le fonti rinnovabili non pi\u00f9 intermittenti, ma di fatto programmabili. Il secondo aspetto \u00e8 che gi\u00e0 oggi, grazie alle possibilit\u00e0 offerte dalla digitalizzazione spinta delle reti, le cosiddette <em>smart grid <\/em>o \u201creti intellligenti\u201d, si pu\u00f2 benissimo fare a meno del nucleare con tecnologie gi\u00e0 commerciali. Inoltre, c\u2019\u00e8 il problema che il nucleare costa sempre di pi\u00f9, invece che costare sempre di meno. Quando una tecnologia ha una <em>learning curve<\/em> che va in direzione opposta a quella tradizionale \u2013 ovvero quanto pi\u00f9 si installano centrali nucleari tanto pi\u00f9 il costo unitario aumenta invece che scendere \u2013 \u00e8 evidente il fallimento della stessa tecnologia.<\/p>\n\n<p><strong>E questa \u00e8 la prima interpretazione\u2026&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n<p>La seconda \u00e8 che effettivamente c\u2019\u00e8 una crescita di interesse reale perch\u00e9 la Francia \u2013 avendo ottenuto di far entrare il nucleare nella Tassonomia europea (<em>la classificazione degli&nbsp;investimenti&nbsp;ritenuti sostenibili dal punto di vista ambientale, ndr<\/em>) \u2013 ha bisogno ora di spingere il nucleare in altri Paesi, visto che con il solo mercato francese non si sosterrebbe. A questo possiamo aggiungere un ulteriore elemento, e cio\u00e8 il fatto che oggi, in larga misura, i reattori nucleari vengono realizzati in nazioni non democratiche dove chiaramente non ci sono controlli, non ci sono verifiche, non ci si preoccupa dei conti: quando un governo dice che una cosa si fa, questa viene fatta costi quel che costi. Anche questi Paesi hanno interesse a tenere viva nel mondo l\u2019opzione nucleare.&nbsp;<\/p>\n\n<p><strong>Si parla di sempre nuove generazioni di reattori, visto che le vecchie scontano diversi problemi. Possiamo fare un po\u2019 di chiarezza?<\/strong><\/p>\n\n<p>\u00c8 una telenovela iniziata proprio quando, come dicevo prima, si \u00e8 verificato che la <em>learning curve<\/em> \u00e8 opposta a quella tradizionale. Allora si \u00e8 detto: \u201cS\u00ec, ma questi sono i reattori vecchi, ora ne arriveranno altri che costeranno meno, non richiederanno tempi lunghi per la loro realizzazione, e cos\u00ec via\u2026\u201d.<\/p>\n\n<p><strong>E quali sono questi nuovi reattori?<\/strong><\/p>\n\n<p>La prima ondata \u00e8 rappresentata dai cosiddetti reattori di Terza generazione, sostanzialmente gli EPR francesi, che notoriamente sono stati un disastro. Io cito sempre due casi al di sopra di ogni sospetto: Olkiluoto in Finlandia e Flamanville 3 in Francia. Due situazioni dove non \u00e8 mai esistita localmente alcuna opposizione al nucleare, e quindi non possiamo chiamare in causa ritardi dovuti a ricorsi o altre difficolt\u00e0. Per di pi\u00f9, Flamanville \u00e8 realizzato in Francia, il paese che ha la maggiore conoscenza tecnologica ed esperienza realizzativa per quanto riguarda i reattori EPR. Inizialmente, Flamanville precedeva un costo dell\u2019impianto di 3,3 miliardi di euro, che sar\u00e0 di 12,4 miliardi secondo Electricit\u00e9 de France (EDF); ma la Corte de Conti francese ha rifatto il calcolo e ha detto che sar\u00e0 di 19,1 miliardi di euro. Quasi sei volte tanto. E l\u2019incremento dei costi \u00e8 andato di pari passo con la dilatazione dei tempi, un altro aspetto del quale tenere conto: la realizzazione dell\u2019impianto prima era prevista in sei anni e attualmente \u00e8 diventata la bellezza di quindici anni. Okiluoto ha simili problemi. Sono dati, insomma, che indicano il fallimento di questo tentativo con i reattori di Terza Generazione.&nbsp;<\/p>\n\n<p><strong>Che quindi non hanno rappresentato quella svolta tanto annunciata per il nucleare\u2026&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n<p>Che continua a mancare. Nel 1973, all\u2019inizio dello sviluppo commerciale di queste tecnologie, la produzione nucleare copriva il 3,3 per cento della domanda elettrica mondiale, una percentuale salita gradualmente raggiungendo il picco 16,5 per cento alla fine del secolo scorso. Dopodich\u00e9, ha cominciato una continua discesa: attualmente siamo intorno al 10 per cento della domanda elettrica mondiale. Cio\u00e8, l\u2019apporto del nucleare si \u00e8 quasi dimezzato in circa vent\u2019anni, e anche questo \u00e8 un indicatore. E poich\u00e9 quando una cosa non funziona se ne inventa una nuova, dopo i reattori di Terza generazione si sono inventati quelli di Quarta generazione.<\/p>\n\n<p><strong>E allora capiamo cosa sono i reattori di Quarta Generazione\u2026<\/strong><\/p>\n\n<p>Vediamoli sin dall\u2019inizio: le date contano. Il programma \u00e8 stato varato nel 2002, quindi venti anni fa dal Generation IV International Forum, fondato dal Dipartimento dell\u2019Energia statunitense con la partecipazione di molti altri Paesi, tra i quali anche l\u2019Italia. Un panel di esperti ha analizzato tutte le possibili opzioni, raggiungendo il numero di 130 tecnologie ipotizzate, scegliendo alla fine le sei giudicate pi\u00f9 promettenti. Vorrei commentarle una per una, perch\u00e9 molte sono ripescaggi del passato\u2026&nbsp;<\/p>\n\n<p><strong>Vediamole\u2026<\/strong><\/p>\n\n<p>La prima tecnologia che prendo in considerazione \u00e8 quella del <strong>reattore a sali fusi<\/strong>. Io ho passato un anno, il 1957, a fare ricerca nucleare negli Stati Uniti, e ho fatto una visita a Oak Ridge, nel sud degli Stati Uniti, dove era appena entrato in funzione il prototipo di questo tipo di reattore. Ero appena laureato, ma bastava vedere la complicazione che comportava la gestione di questo prototipo per capire subito che non sarebbe andato da nessuna parte, tanto \u00e8 vero che in pochi anni \u00e8 stato abbandonato. Salvo ritornare in ballo oggi.<\/p>\n\n<p>Un altro ripescaggio \u00e8 la tecnologia gi\u00e0 utilizzata per il <strong>famoso reattore Superph\u00e9nix francese<\/strong>, cio\u00e8 un reattore raffreddato a sodio che pu\u00f2 produrre pi\u00f9 materiale fissile di quanto ne consumi e che funziona con neutroni veloci, e non lenti. Superph\u00e9nix \u00e8 stato chiuso nel 1999 dopo che la Francia (e anche l\u2019Italia, che era partner) hanno speso un sacco di soldi. Anche in questo caso si tratta quindi di un reattore complicato, costoso, poco efficiente. Ora \u00e8 stato ripescato, solo che i problemi rimangono quelli di prima\u2026&nbsp;<\/p>\n\n<p>Una novit\u00e0 recente \u00e8 invece il <strong>reattore veloce al piombo<\/strong>, che presenta per\u00f2 tutti i problemi del Superph\u00e9nix con un\u2019aggravante: ovvero il fatto che almeno il sodio \u00e8 un materiale leggero, mentre il piombo \u00e8 uno dei materiali pi\u00f9 pesanti che esistono. E questo crea una serie di problemi aggiuntivi, soprattutto in termini di sicurezza.&nbsp;<\/p>\n\n<p>Poi c\u2019\u00e8 un\u2019altra invenzione, che \u00e8 stata sempre studiata sulla carta e sempre scartata, ovvero il <strong>reattore raffreddato ad acqua cosiddetto \u201csupercritico\u201d<\/strong>. In poche parole, un reattore che ha una pressione molto pi\u00f9 elevata rispetto a quelli tradizionali, raffreddati ad acqua normale. Anche qui, il problema \u00e8 che l\u2019alta pressione sollecita tutto il sistema, compreso il contenitore che contiene il reattore, in un modo insolito: proprio per questo l\u2019idea era stata sempre abbandonata.&nbsp;<\/p>\n\n<p>Quindi c\u2019\u00e8 il <strong>reattore ad altissima temperatura<\/strong>, dove il problema \u00e8 rappresentato \u2013 evidentemente \u2013 dalle temperature alte. E, per chiudere, la tecnologia del <strong>reattore veloce raffreddato a gas<\/strong>, anche questo un progetto vecchio che \u00e8 stato ripescato in questa occasione.<\/p>\n\n<p><strong>Una volta identificate queste sei tecnologie cosa \u00e8 successo?<\/strong><\/p>\n\n<p>Ricordo che tutta la faccenda \u00e8 nata nel 2002. Ed era previsto che tutte queste tecnologie dovessero essere progettate in modo che un prototipo entrasse in funzione entro il 2030, cio\u00e8 tra otto anni. Per un paio di queste tecnologie, per\u00f2, il prototipo era previsto subito dopo il 2020, cio\u00e8 l\u2019altroieri, e per altre nel 2025.<\/p>\n\n<p><strong>E cosa \u00e8 stato realizzato a fine 2022?<\/strong><\/p>\n\n<p>Non molto. Solo da poco, la Cina ha avviato la costruzione di un prototipo ad alta temperatura, che \u00e8 il primo passo per la realizzazione del reattore ad altissima temperatura. Questo prototipo deve essere finito, avviato, provato a lungo, per anni, dopodich\u00e9 forse si potrebbe passare alla costruzione di un prototipo ad altissima temperatura. Quindi andiamo ben al di l\u00e0 del 2030.&nbsp;<\/p>\n\n<p>La Francia e la Russia, intanto, stanno sviluppando due progetti per altrettanti reattori veloci al sodio. La Francia ovviamente perch\u00e9 aveva il Superph\u00e9nix e quindi ha ripreso questa tecnologia. Ma, appunto, stanno sviluppando i due progetti, e sono ben lontani dal realizzare i prototipi. La Russia, infine, ha detto che forse entro questo decennio realizzer\u00e0 un prototipo del famoso reattore veloce raffreddato al piombo. E ricordo che prototipo non significa reattore commerciale\u2026 Insomma, questo \u00e8 lo stato dell\u2019arte.<\/p>\n\n<p><strong>Facciamo conto che qualcuno di questi progetti vada a buon fine: quale sarebbe il suo contributo agli obiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica?<\/strong><\/p>\n\n<p>Qui viene in soccorso Gianluca Benamati, un ricercatore che ha lavorato in Enea sul reattore raffreddato a piombo e che poi fino alla scorsa legislatura \u00e8 stato un parlamentare, vicepresidente della Commissione Industria della Camera. L\u2019onorevole Benamati, che \u00e8 una persona competente e onesta, circa un paio di anni fa ha dichiarato che \u00e8 possibile che questi reattori diventino commerciali al 2050. Intanto, il nostro obiettivo \u00e8 raggiungere la neutralit\u00e0 climatica al 2050 e quindi arriveranno quando sar\u00e0 troppo tardi. E poi una cosa della quale non si parla mai \u00e8 che questo ritardo, confermato da un nuclearista esperto come l\u2019onorevole Benamati, si confronta con uno scenario energetico in forte cambiamento.&nbsp;<\/p>\n\n<p><strong>In quale direzione?<\/strong><\/p>\n\n<p>Proviamo a capire. Gi\u00e0 oggi, nel 2022, sulle reti di distribuzione, quelle reti che portano l\u2019energia elettrica a casa nostra, in Italia \u00e8 collegato circa il 25 per cento della produzione elettrica: una piccola quota la fornisce la cogenerazione, ma la maggior parte viene dal solare e da altre fonti. Realizzando gli obiettivi attuali al 2030, non RePower EU che ha obiettivi ancora pi\u00f9 ambiziosi, grosso modo nel 2030 il 40 per cento della produzione elettrica sar\u00e0 allacciato alle reti di distribuzione, e non alla rete di trasmissione.&nbsp;<\/p>\n\n<p>Nel 2050, per farla breve, avremo quindi un sistema elettrico costituito da una serie di produzioni decentrate allacciate per l\u201980\/90 per cento alle reti di distribuzione, e in pi\u00f9 un grande numero di comunit\u00e0 energetiche e di autoconsumo collettivo: nel 2050, i condomini saranno tutti cos\u00ec. Le grandi rete che vediamo oggi, i grandi tralicci che portano la rete ad alta tensione, veicoleranno pochissima energia, saranno strutturati come sistemi di soccorso e di interconnessione.&nbsp;<\/p>\n\n<p>\u00c8 come se una citt\u00e0 fosse fatta di piccoli vicoli, perch\u00e9 ci si cammina solo a piedi o in bicicletta, con le grandi strade che sono fuori dalle citt\u00e0 e si limitano a portare con dei tir la merce, che poi verr\u00e0 distribuita all\u2019interno delle citt\u00e0 con altri mezzi. Pensare nel 2050 di mettere delle grandi centrali nucleari da 2-3000 megawatt in una rete cos\u00ec \u00e8 impossibile, \u00e8 una sciocchezza\u2026&nbsp;<\/p>\n\n<p>Le reti sono fondamentali, ma troppo spesso vengono dimenticate: si pensa che siano come l\u2019intendenza di Napoleone, che \u201cseguir\u00e0\u201d secondo il motto dell\u2019Imperatore. Mica vero: la faccenda \u00e8 un po\u2019 diversa e un po\u2019 pi\u00f9 complicata. Nel 2050, \u00e8 questa la sostanza della questione, ci sar\u00e0 un assetto della rete elettrica che non sar\u00e0 in grado di sopportare, o di gestire, grosse centrali nucleari.<\/p>\n\n<p><strong>Forse \u00e8 per questo che molti dei fautori del nucleare parlano ora di una direzione completamente nuova: quella degli Small Modular Reactors (SMR), cio\u00e8 piccoli reattori diffusi sul territorio\u2026&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n<p>Prima osservazione: conosciamo benissimo la difficolt\u00e0 autorizzativa di piccoli impianti energetici, come quelli fotovoltaici, che proprio perch\u00e9 sono piccoli \u2013 il che rappresenta un vantaggio dal punto di vista economico e gestionale \u2013 devono essere tanti, e sparsi per il territorio. E quindi hanno bisogno di essere autorizzati da molte comunit\u00e0 locali, con non pochi ostacoli. Figuriamoci il problema che si porrebbe quando qualcuno proponesse: \u201cQui facciamo un piccolo reattore nucleare\u2026\u201d. Non faccio commenti: chiunque pu\u00f2 immaginare cosa potr\u00e0 succedere. Ma \u00e8 una questione che va tenuta presente, altrimenti ci raccontiamo delle favole.<\/p>\n\n<p>E poi c\u2019\u00e8 la questione temporale. Dei reattori di Quarta generazione si \u00e8 iniziato a parlare nel 2002, mentre di SMR si era iniziato a parlare gi\u00e0 negli anni Ottanta del secolo scorso: l\u2019idea era che, siccome i tempi di costruzione dei reattori in cantiere erano molto lunghi, si potessero fare dei reattori pi\u00f9 piccoli in fabbrica, dove \u00e8 pi\u00f9 facile la costruzione, e portare questi sistemi gi\u00e0 sostanzialmente montati in loco per completare l\u2019assemblaggio. Questo era lo scopo per cui erano stati concepiti i piccoli reattori, non per attaccarli alla nuova \u201crete intelligente\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n<p><strong>Dagli anni Ottanta a oggi cosa \u00e8 successo?<\/strong><\/p>\n\n<p>In Italia sono stati studiati due di questi modelli, uno al Politecnico di Milano e uno alla Sapienza di Roma, da due esperti di un certo rilievo: a Milano Carlo Lombardi e a Roma Maurizio Cumo. Sono due persone che conosco benissimo: ho collaborato a lungo con Lombardi, mentre Cumo \u00e8 stato un mio allievo.&nbsp;<\/p>\n\n<p>Proprio per l\u2019amicizia che ci lega, il professor Lombardi mi ha sempre tenuto informato degli sviluppi del suo progetto, chiamato IRIS. Che, \u00e8 bene dirlo, non era solo una invenzione universitaria, perch\u00e9 vi partecipavano diverse imprese, italiane e internazionali, ed \u00e8 andato avanti per anni con finanziamenti importanti. Alla fine, \u00e8 stato abbandonato perch\u00e9 si \u00e8 visto che, malgrado l\u2019idea dell\u2019assemblaggio in fabbrica, con i costi non si tornava. E lo stesso \u00e8 avvenuto per il progetto del professor Cumo a Roma.&nbsp;<\/p>\n\n<p>Quindi, parliamo di reattori dei quali si \u00e8 iniziato a parlare negli anni Ottanta del secolo scorso e attualmente sono in esercizio giusto tre prototipi: uno che non produce elettricit\u00e0, uno in Russia molto discusso perch\u00e9 installato su una piattaforma galleggiante, mentre il terzo \u00e8 in Cina e se ne sa molto poco. Punto e a capo: mi sembra che la vicenda si commenti da sola.<\/p>\n\n<p><strong>Per completare il quadro, abbiamo la fusione, sempre evocata come una specie di chimera\u2026<\/strong><\/p>\n\n<p>Io ho sempre sostenuto che il prototipo di reattore a fusione \u00e8 lontano cinquant\u2019anni, quale che sia il momento in cui se ne parla. Una volta andai alla lavagna per scrivere la mia equazione sui tempi (<em>t<\/em>) di costruzione, ovvero: <em>t = t<\/em><em><sub>0<\/sub><\/em><em> + 50<\/em>. Naturalmente creando molto dissenso tra le persone presenti.&nbsp;<\/p>\n\n<p><strong>Si spieghi meglio.&nbsp;<\/strong><\/p>\n\n<p>Certo. Mentre sin dall\u2019inizio della mia carriera io ero convinto della fissione, gi\u00e0 allora ero radicalmente contrario alla fusione. La mia tesi di laurea, infatti, ha avuto come oggetto il confinamento elettromagnetico delle particelle all\u2019interno del primo acceleratore per studiare le reazioni nucleari, il famoso sincrotrone del quale abbiamo oggi l\u2019esemplare pi\u00f9 grosso a Ginevra al CERN. Io mi occupai, con uno stage abbastanza lungo, di quello che poi venne realizzato in Italia a Frascati. Durante questo periodo mi sono reso conto delle difficolt\u00e0 fisicamente intrinseche, quindi indipendenti dalle tecnologie utilizzate, per mantenere confinate queste particelle, anche per tempi brevi e con densit\u00e0 modesta come richiesto dagli esperimenti negli acceleratori.&nbsp;<\/p>\n\n<p>L\u2019idea di particelle con un flusso cento volte superiore a quello degli acceleratori e con una energia molto alta, e che devono stare l\u00ec per settemila ore all\u2019anno per produrre energia, mi \u00e8 sempre sembrata di difficilissima realizzazione. Tanto \u00e8 vero che ora si parla di realizzare intorno al 2050 un primo impianto dimostrativo. Dopodich\u00e9 \u2013 se funziona \u2013 si dovr\u00e0&nbsp; lavorare per&nbsp; realizzare un reattore a fusione vero e proprio. L\u2019esperimento ITER, al quale lavora tutto il mondo, \u00e8 in continuo ritardo e quando funzioner\u00e0 dovr\u00e0 dimostrare una cosa elementare: che la fusione si autosostiene, cio\u00e8 che produce pi\u00f9 energia di quanta ne consuma.&nbsp;<\/p>\n\n<p>Concludo facendo un semplice confronto. La notizia della scoperta della fissione nucleare risale all\u2019inverno del 1939. Il 2 dicembre del 1942 Enrico Fermi mise in funzione la prima pila atomica, dimostrando la fattibilit\u00e0 della fissione nucleare come fonte di energia per usi militari e per la produzione energetica. Ci\u00f2 \u00e8 avvenuto in tre anni, quindi. La fusione nucleare \u00e8 nata alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, e quindi parliamo di quasi cento anni per arrivare \u2013 forse \u2013 a dimostrare la stessa cosa, cio\u00e8 che la fusione si autosostiene. Servono altri commenti?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si torna a parlare di nucleare, ma non \u00e8 una cosa seria. 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