Greenpeace è un’associazione nata sul mare. E la prima regola di un uomo di mare è che non si lascia nessuno in mare. Abbandonare un naufrago è un’azione infame: ci perdi il rispetto, il sonno, l’anima. Non si fa, e basta.

Per questo, non possiamo essere d’accordo con le attuali politiche, nazionali e comunitarie che, cercando di sigillare le nostre frontiere meridionali, mettono in pericolo la vita di decine di migliaia di persone. Che queste stesse persone siano criminalizzate, e che altrettanto succeda a chi molto ha fatto per salvare i migranti da questi naufragi di Stato, è il sintomo di barbarie a cui non ci arrendiamo. Sappiamo benissimo, perché viviamo in Italia e non su Marte, che la pressione dei migranti crea apprensione (quanto giustificata?) sui cittadini. Sappiamo anche di decine e decine di esempi di generosità disinteressata. E sappiamo pure quanta speculazione ci sia sulla pelle di persone che per molti motivi - e, in futuro, sempre di più anche per ragioni climatico/ambientali - cercano da noi un approdo alla loro fuga disperata. Insomma, sappiamo che ci attendono tempi ancor più gravidi di migrazioni, di persone sfollate da un mondo che è avvolto in una spirale crescente di violenza, distruzione (anche ambientale), fame. E sappiamo che a queste persone l’Europa sta chiudendo le porte.

Non è questo ciò che immaginavamo nei nostri sogni di un’Europa unita. Sappiamo di essere corresponsabili di buona parte delle numerose cause che generano i conflitti da cui oggi fuggono migliaia di persone che premono ai nostri confini. Per decenni, dalla colonizzazione alla globalizzazione, abbiamo sfruttato le risorse di Paesi che abbiamo deciso di mantenere in situazione di dipendenza e controllo: risorse come il petrolio erano troppo preziose per lasciarle governare da popoli davvero indipendenti.

Anche per questo, ma soprattutto perché per noi è la speranza di un futuro migliore, l’Unione europea ha la responsabilità di proteggere queste persone vulnerabili. Di garantire la realizzazione di vie di fuga legali e sicure. Nei nostri sogni, l’Europa avrebbe dovuto garantire i diritti di queste persone, a cominciare dal diritto fondamentale di ricevere soccorso in mare in caso di pericolo.

E questa è un’altra ottima ragione per cui Greenpeace, che non si occupa in modo diretto e attivo delle attività di salvataggio in mare (anche se in passato abbiamo cooperato con altre associazioni) ha il dovere di ribadire che salvare vite - in mare come altrove - non può essere considerato un crimine. Perché la violazione di un diritto così fondamentale rischia di essere il primo passo di una deriva che smantella, passo passo, quel sistema di garanzie cui tutti teniamo, e che tutelano anche quelle persone fragili ed esposte che oggi sono, forse, fra le più illuse che la “caccia al migrante” possa migliorare la loro condizione. È vero il contrario: solo restando umani, e difendendo i diritti di tutti, i più deboli potranno sopravvivere alla Legge della giungla.

Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia