La pesca

In pochi decenni, i pescherecci industriali hanno razziato e quasi distrutto le proprie zone di pesca. Queste flotte, invece di ridurre la capacità di pesca, cercano adesso di spostare il loro raggio di azione verso il Pacifico e l'Africa Occidentale. Piuttosto che risolvere i problemi a casa loro, le flotte dei pescherecci del Nord li spostano verso gli oceani del Sud, ancora relativamente in buona salute. Il futuro di questi oceani e delle comunità costiere che da essi dipendono è sempre più in balìa di pescatori senza scrupoli e di una crescente domanda di pesce su scala globale.

La FAO stima che il 75% delle popolazioni ittiche del pianeta è ai limiti o oltre i limiti di un ragionevole sfruttamento. Secondo molti biologi marini, proprio lo sfruttamento intensivo del patrimonio ittico è la minaccia più grande all'equilibrio degli ecosistemi marini.

La pesca danneggia gli ecosistemi sia quando è eccessiva sia quando è condotta con sistemi distruttivi. Molte tecniche di pesca sono tutt'altro che selettive: oltre alle specie bersaglio, vengono catturati - e poi gettati in mare morti o morenti - molti altri pesci. La cattura accidentale di mammiferi, uccelli marini, tartarughe, squali e di molte altre specie è ancora uno dei principali problemi in molte zone del mondo.

Un altro grave problema è quello della pesca pirata: dagli oceani al nostro Mediterraneo la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN) – sta flagellando l’ecosistema marino.

Secondo Greenpeace l’unico modo di salvare il mare è quello di stabilire una rete di riserve marine, ridurre lo sforzo di pesca ed eliminare i metodi di pesca più distruttivi.

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A scatola chiusa

Pubblicazione | 23 novembre, 2010 a 0:00

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