Want to do more?
#Agricoltura #Clima #Energia #Foreste #Salute Ripartiamo dalle persone e dal Pianeta

Deforestazione, inquinamento, commercio di armi e allevamenti intensivi: il nostro Pianeta era già gravemente malato prima dell’arrivo della pandemia. La ripartenza dopo il Covid-19 è…

Partecipa ×

Anche se l’Italia non lo ha mai ammesso ufficialmente, nelle basi militari di Ghedi e Aviano, nel Nord Est, sono custodite circa 40 bombe nucleari americane. E il danno potenziale di un attacco terroristico contro i due bunker atomici del nostro Paese sarebbe enorme: a calcolarlo è stato lo stesso ministero della Difesa, in uno studio di qualche anno fa che una fonte riservata ci ha illustrato. Un rapporto tenuto rigorosamente segreto, condiviso solo con i vertici militari e politici e con i responsabili della sicurezza nucleare, secondo il quale le persone raggiunte dal fungo radioattivo sarebbero da 2 a 10 milioni, a seconda della propagazione del vento e dei tempi di intervento.

Un sondaggio rivela che gli italiani sono contrari al nucleare

Eppure, gli ordigni nucleari sono inequivocabilmente bocciati dagli italiani. Il sondaggio che abbiamo di recente commissionato ad Ipsos, infatti, rivela che:

  •  l’80% degli intervistati è contrario ad ospitare le bombe atomiche americane e ad avere cacciabombardieri in grado di utilizzarle.
  • la stragrande maggioranza degli intervistati (8 su 10) vuole che il nostro Paese aderisca al Trattato per la proibizione delle armi nucleari (TPNW), un accordo adottato in sede ONU che gli Stati nucleari e i loro alleati hanno boicottato sin dai lavori preparatori.

Anche l’Italia insiste nella sua critica al TPNW, malgrado nel 2017 centinaia di parlamentari oggi in maggioranza – compreso l’attuale ministro degli Esteri – si fossero impegnati per l’adesione del nostro Paese. Il Trattato, comunque, ha continuato la sua corsa e il 24 ottobre ha raggiunto il traguardo delle 50 ratifiche necessario per entrare in vigore il 22 gennaio 2021.

I costi del nucleare in Italia

Oltre a mettere a repentaglio la vita del Pianeta, le bombe atomiche hanno costi altissimi. Anche l’Italia ha il suo bilancio nucleare ma, a differenza degli USA, non lo rende noto.

Una stima dell’Osservatorio Milex ha calcolato che le “spese direttamente riconducibili alla presenza di testate nucleari su suolo italiano” oscillano tra i 20 e i 100 milioni l’anno. A questa cifra vanno aggiunti i costi per rimpiazzare i Tornado di stanza a Ghedi con i famosi F-35. Nell’ipotesi che l’Italia assegni 20 velivoli ai compiti nucleari, il costo per l’acquisto e l’utilizzo dei nuovi cacciabombardieri sarà di circa 10 miliardi di euro in 30 anni.

Di fronte alla scelta su come impiegare questi soldi, solamente il 5% degli intervistati ha indicato la necessità di “avere dei cacciabombardieri di ultima generazione da destinare ad eventuali missioni nucleari”. Il 95% del campione ha invece optato per altri impieghi: il 35% destinerebbe quei soldi al sistema sanitario, il 34% al sistema economico e del lavoro, il 16% al sistema scolastico, il 10% a settori diversi da quelli citati.

Il nuclear sharing: un sistema di difesa pericoloso ed obsoleto

Tutto è iniziato negli anni Cinquanta, quando gli Stati Uniti cominciarono a dispiegare, in funzione antisovietica, bombe “tattiche” in Europa occidentale. Sono passati ormai quasi 70 anni e quelle testate, seppur ridotte di numero, sono ancora là.

Nessuno, però, sembra in grado di indicare quale sia oggi il beneficio di questo dispiegamento che non possa essere ottenuto con l’impiego delle armi strategiche americane. In un contesto di minacce sempre più asimmetriche, l’utilità del nuclear sharing si fa sempre più vaga, mentre i rischi di conflitto nucleare o di detonazione accidentale non accennano a diminuire.

La politica NATO non prevede soltanto che i Paesi ospitanti custodiscano gli ordigni USA, ma anche che, in caso di guerra, i cacciabombardieri di Italia, Germania, Belgio e Olanda possano sganciarli. Per poter svolgere questo compito, i piloti delle forze armate nazionali si esercitano regolarmente anche in tempo di pace.

Molti commentatori ritengono tutto ciò una grave violazione del Trattato di non proliferazione, che dal 1970 proibisce ai Paesi “non nucleari” di procurarsi armi atomiche e agli Stati nucleari di trasferirle. Ogni tanto qualche parlamentare italiano tenta un cambio di marcia, ma le mozioni contro le atomiche sono implacabilmente respinte, spesso dalle stesse forze politiche che, quando sedevano all’opposizione, si erano battute per il disarmo nucleare.

Così l’Italia continua a ospitare ordigni atomici, mettendo a repentaglio la sicurezza dei cittadini e drenando risorse verso un sistema di difesa obsoleto, clamorosamente bocciato dagli italiani. Tutto questo senza nemmeno discuterne pubblicamente. E meno male che siamo una democrazia.

(Puoi leggere il rapporto completo dell’Unità Investigativa di Greenpeace QUI)