Il governo italiano riduce le tasse. Si, proprio così: anni e anni che se ne parla, fiumi di promesse elettorali e impegni mai tradotti in qualcosa di concreto… ma da oggi no, da oggi si passa ai fatti. È cominciata l’inversione di tendenza della pressione fiscale, grazie al governo Gentiloni. E siccome le politiche tributarie devono essere selettive - devono cioè, per rivelarsi efficaci ed eque, essere mirate a specifiche categorie economiche o a specifiche fasce della popolazione - nella bozza della così detta “manovrina” economica correttiva il governo ha introdotto una misura chirurgica: un’esenzione retroattiva, per le società proprietarie delle piattaforme di estrazione nel mare italiano, dal pagamento di Ici, Imu e Tasi. Niente tasse per i petrolieri. Non da oggi, ma da sempre, per sempre.

 

Se si pensa che il sistema fiscale è in realtà un sistema redistributivo, qui siamo al caso di uno Stato Robin Hood alla rovescia, che tassa tutti salvo i ricchi. E, così facendo, risolve contenziosi in corso da anni, dai quali molti comuni della penisola contavano di ricavare centinaia di milioni di euro, linfa vitale per i loro esigui bilanci. Non sono pochi, infatti, gli amministratori locali che hanno cominciato ad esigere il pagamento di imposte comunali da parte delle compagnie petrolifere. Ci sono quindi contenziosi in atto; e ci sono anche precedenti giurisprudenziali favorevoli ai governi locali, come la sentenza 3618 della Cassazione del 24 febbraio 2016 dove si stabiliva che le piattaforme petrolifere sono assoggettabili all’imposta comunale sugli immobili “nonostante la loro allocazione nel mare territoriale”. Quella sentenza, nello specifico, premiava il Comune di Pineto che, per una piattaforma situata di fronte alla sua costa, aveva chiesto all’Eni 33 milioni di Ici, più sanzioni e interessi, dovuti per gli anni 1993-1998. Per la Cassazione esiste una potestà degli enti locali nell’ambito del mare territoriale (fino alle 12 miglia marine), pari a quella esercitata sul proprio territorio; e le piattaforme sarebbero soggette a Ici in quanto “ascrivibili in catasto nella categoria D/7”.

Di esempi come il contenzioso tra il comune del teramano e la società petrolifera ve ne sono altri. Dalla loro somma, e dal potenziale di analoghe richieste che potrebbero essere sollevate da tutti i comuni nelle cui acque ricadano strutture di estrazione di idrocarburi, escono fuori cifre a otto zeri. Non briciole.

Secondo l’articolo della manovra anticipata in bozza dal ministro Padoan, “Non rientrano nel presupposto impositivo dell’imposta comunale sugli immobili (ICI), dell’imposta municipale propria (IMU) e del tributo per i servizi indivisibili (TASI), le costruzioni ubicate nel mare territoriale, in quanto non costituiscono fabbricati iscritti o iscrivibili nel catasto fabbricati”. Ovvero, come spiega il Fatto Quotidiano: se non c’è l’iscrizione al catasto non c’è rendita, se non c’è rendita non c’è tributo che possa essere preteso. Né oggi né mai.

Non è questo il primo tentativo di mettere al riparo le compagnie petrolifere dalla fiscalità generale. Questa norma è solo l’ultimo episodio di una querelle lunga, fatta tutta di lana caprina, ma al fondo assai semplice: in un Paese in cui i petrolieri pagano le royalties più basse al mondo, dove esistono franchigie per azzerare le aliquote di prodotto al di sotto di una soglia “minima” di idrocarburi estratti, dove i controlli ambientali sono scarsi e non risulta comportino mai sanzioni, si raggiunge l’apoteosi esentando strutture talvolta gigantesche, poste in aree demaniali, da qualsiasi imposta.

Dietro tutto ciò c’è una solida consapevolezza: la pretesa dei petrolieri di essere diversi da ogni altro soggetto produttivo, in questo Paese. Come nella novella di Orwell in cui “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. È emerso ancora anche pochi mesi fa, nella deposizione presso la Commissione Antimafia del commissario responsabile dell’agenzia fiscale “Riscossione Sicilia”, Antonio Fiumefreddo. I suoi funzionari avevano intimato il pagamento delle tasse ai titolari delle piattaforme petrolifere poste nelle acque siciliane. «Nessuno aveva mai chiesto loro di pagare. Quando lo abbiamo fatto, ci è stato risposto che un elenco delle piattaforme non esiste. E dall’indomani non è stato più consentito agli ufficiali esattoriali di mettere piede sulle piattaforme».

L’Italia continua a rivendicare, in tutte le sedi internazionali, il suo impegno per la salvaguardia del clima. In realtà sulla decarbonizzazione dell’economia sta facendo poco più di nulla. In attesa di una nuova Strategia Energetica Nazionale, che probabilmente confermerà il nostro Paese nella sua vocazione fossile, l’ennesima regalia alle aziende nemiche del clima (e in questo caso anche dei nostri mari) è servita. Le tasse scendono, ma solo per i petrolieri.

Andrea Boraschi, responsabile Energia e Clima Greenpeace Italia