Negli stessi giorni in cui ENI ha deciso di colpire ancora ReCommon con l’ennesima causa temeraria da 800.000 euro, è arrivata una decisione che racconta un’altra storia: il Garante della Privacy ha sanzionato la multinazionale con una multa di 96.000 euro per aver pubblicato illecitamente sul proprio sito i dati personali di 12 cittadine e cittadini coinvolti nella causa climatica contro l’azienda, insieme a Greenpeace Italia e ReCommon.

Vale la pena fermarsi un momento su questa doppia notizia, perché dentro c’è molto di ciò che il potere fossile è diventato.

Da un lato, una grande impresa che prova ancora una volta a usare il proprio peso economico e legale per intimidire chi fa informazione, chi denuncia, chi mette in fila fatti scomodi. La nuova SLAPP contro ReCommon nasce da dichiarazioni rese a Report e da contenuti successivi sulle attività di ENI nelle acque palestinesi e nei rapporti della multinazionale con soggetti israeliani coinvolti in quelle vicende. Il punto, ancora una volta, sembra essere lo stesso: non discutere nel merito, ma alzare il costo della critica. Fare in modo che parlare diventi più faticoso, più rischioso, più oneroso.

Dall’altro lato, però, c’è un’autorità pubblica che dice con chiarezza che no, non tutto è consentito. Che pubblicare i dati personali di persone che hanno avuto il coraggio di portare ENI in tribunale non era legittimo. Che nemmeno una multinazionale dei combustibili fossili può sacrificare i diritti fondamentali sull’altare della propria reputazione.

Due vicende diverse. Un’unica impronta.

Quando viene contestata, ENI non sembra limitarsi a difendersi: sembra voler far capire che opporsi ha un prezzo. Che esporre responsabilità climatiche, relazioni scomode, scelte industriali e politiche discutibili può costare caro. Il sottotesto è fin troppo riconoscibile: parlate pure, certo. ENI ci tiene molto al dibattito pubblico, purché sia muto.

Ed è proprio questo, forse, il punto più interessante. Mentre prova a intimidire chi la contesta, ENI riceve anche una sanzione che la richiama a un limite molto concreto. Il Garante ha stabilito che quei dati non potevano essere pubblicati, che i diritti delle persone non sono materiale sacrificabile nella guerra reputazionale di una grande azienda, che perfino un gigante fossile può essere fermato.

È questo contrasto a dire molto del presente. Da una parte la tracotanza. Dall’altra la crepa.

Perché la forza vera non ha bisogno di intimidire. È chi si sente esposto che alza la voce, moltiplica le pressioni, prova a rendere più costosa la parola altrui. E quando un colosso come ENI reagisce così, non mostra soltanto potenza: mostra anche nervosismo. Mostra la difficoltà crescente di reggere lo scrutinio pubblico, politico e giudiziario sulle proprie responsabilità climatiche e sul proprio ruolo nel perpetuare un modello energetico ingiusto e distruttivo.

A ReCommon e tutto lo staff va la mia solidarietà, e la nostra solidarietà: compagne e compagni di lotta contro il potere fossile. 🤝 Colpire loro significa colpire uno spazio civico che appartiene a tutte e tutti: il diritto di indagare, denunciare, informare, contestare il potere senza essere schiacciati dal peso intimidatorio delle carte bollate.

Se ENI pensa che abbasseremo la voce, temo che abbia valutato male i suoi interlocutori. Le diffide non cancellano i fatti. Le cause temerarie non trasformano la verità in diffamazione. E l’arroganza di chi pensa che il proprio peso economico possa diventare una scorciatoia verso l’impunità non fa che rendere ancora più chiaro il problema.

La storia delle industrie fossili è stata a lungo anche la storia di un privilegio: estrarre, inquinare, accumulare profitti e insieme pretendere deferenza, silenzio, riguardo. Quel tempo sta finendo. E forse è proprio per questo che le reazioni diventano più aggressive, più scomposte, più apertamente intimidatorie.

Ma la verità, quando comincia a emergere davvero, diventa difficile da contenere. E chi prova a soffocarla spesso finisce per rivelare più di quanto vorrebbe.

ENI può continuare a ostentare forza. Può continuare a usare il diritto come una clava contro chi la contesta. Può continuare a difendere la propria immagine con la durezza di chi non tollera di essere nominato per ciò che è. Ma non potrà evitare all’infinito il nodo politico, morale e storico delle proprie responsabilità.

E quel conto, sono certa, prima o poi arriverà.