Mentre la drammatica crisi energetica innescata dalla guerra in Iran impone scelte politiche anche radicali, il racconto televisivo restringe il campo delle soluzioni, lasciando ai margini quelle capaci di incidere davvero nel lungo periodo, come le fonti rinnovabili. È quanto emerge dall’ultimo rapporto redatto dall’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia dal titolo “Crisi energetica e conflitto in Iran: narrazioni mediatiche e soluzioni energetiche tra fossili e rinnovabili”, che ha analizzato come i principali TG e talk show italiani abbiano raccontato le prime tre settimane del conflitto, iniziato il 28 febbraio scorso.

I risultati evidenziano un quadro netto: nel racconto televisivo prevale un “realismo fossile” centrato ancora una volta sullo sfruttamento di gas e petrolio come risposta emergenziale, dando risalto a soluzioni politiche basate sulla gestione tattica degli idrocarburi e sul controllo dei prezzi. Di contro, la transizione verso le energie rinnovabili ha una frequenza di appena l’1% nei TG e compare solo nel 9% delle dichiarazioni di esponenti politici, esperti e giornalisti (12 su 136). Tuttavia, quando il tema emerge nei talk show, il dibattito appare fortemente polarizzato: da un lato chi si colloca in prevalenza nel campo progressista e propone lo sviluppo delle rinnovabili come una leva strategica per sicurezza e indipendenza energetica, dall’altro chi sposa invece una visione conservatrice e descrive la transizione come un vincolo ideologico incompatibile con l’urgenza della crisi.

«Il dibattito sulla crisi energetica legata al conflitto in Iran andato in scena sulla televisione italiana dimostra ancora una volta quanto il nostro Paese resti dipendente dai combustibili fossili e intrappolato in un approccio emergenziale, incapace di proporre soluzioni strutturali per proteggere le persone dalle fluttuazioni dei prezzi dell’energia e dagli impatti della crisi climatica. Una situazione in netto contrasto con quanto vorrebbero i cittadini: una persona su due in Italia vuole accelerare sulle rinnovabili, anche a fronte di un possibile aumento temporaneo dei costi nel breve periodo», dichiara Federico Spadini della campagna Clima di Greenpeace Italia. «La transizione energetica è la vera risposta alla crisi: l’unica leva capace di garantire stabilità, sicurezza e indipendenza energetica. È su questa soluzione che i governi, incluso quello italiano, devono investire per creare società e sistemi energetici resilienti a lungo termine».

Nel dibattito televisivo, la risposta istituzionale si articola lungo un doppio binario: regolazione dei meccanismi di mercato e alleggerimento del prelievo fiscale, con una narrazione centrata sulla capacità del governo di intervenire sulla struttura dei prezzi per neutralizzare l’effetto contagio del gas sulle altre componenti energetiche. Anche quando si parla di diversificazione, tuttavia, il cambio è solo geografico e non strutturale. Il nucleare viene invece raccontato come promessa di sovranità futura – tra mini-reattori e tecnologie avanzate – ma resta confinato a un orizzonte temporale incompatibile con l’emergenza. 

Il report di Greenpeace e Osservatorio di Pavia delinea dunque un’occasione mancata: nel pieno di una crisi che potrebbe ridefinire le basi della sicurezza energetica, l’informazione televisiva italiana restituisce l’immagine di un Paese tutt’oggi ancorato a una gestione emergenziale. La transizione verso le rinnovabili resta fuori dal campo delle soluzioni proposte come “realistiche”, lasciando irrisolta la vulnerabilità strutturale di un sistema basato sulle fonti fossili e impedendo di proporre un modello energetico più sostenibile, autonomo, resiliente, sicuro e orientato al lungo periodo.

L’analisi copre il periodo tra il 1° e il 21 marzo 2026 ed è stata condotta sui TG di prima serata delle reti Rai, Mediaset e La7 e su un campione di trasmissioni televisive di approfondimento (Di Martedì, Quarta Repubblica, Porta a Porta, 4 di Sera, TG2 Post, Otto e 1/2).

Il report dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace Italia è disponibile QUI