
«Il superamento della soglia degli 1,5°C è una notizia che nessuno di noi avrebbe voluto apprendere, ma non è un motivo per arrendersi, né per rinunciare all’obiettivo: ogni frazione di grado conta e il rapporto dell’UNEP deve rappresentare, ora più che mai, un richiamo decisivo all’azione», così Simona Abbate, della campagna Clima di Greenpeace Italia, commenta il nuovo report del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) che prospetta un imminente superamento degli 1,5 °C, la soglia di sicurezza entro cui contenere la temperatura media globale rispetto al periodo preindustriale.
Al contempo, il rapporto UNEP sostiene che l’entità e la durata del superamento degli 1,5°C possono ancora essere limitate, descrivendo uno scenario di “superamento, picco e discesa”. Rischi e impatti, si legge nel rapporto, aumenteranno con ogni frazione di grado, e lo scenario più ottimista sarà il raggiungimento di un picco di 1,8°C di aumento della temperatura media, a patto che la comunità internazionale riesca collettivamente a rispettare e a superare gli impegni climatici già assunti. Anche il migliore degli scenari, tuttavia, non metterà al riparo da rischi significativi, inclusa la possibilità di raggiungere punti di non ritorno irreversibili nei sistemi globali.
«L’obiettivo degli 1,5 °C non è soltanto una soglia giuridica, politica e morale – prosegue Abbate – ma un riferimento necessario per evitare catastrofi sempre più gravi, e ciò che facciamo oggi e domani determinerà il nostro destino. I governi devono accelerare la transizione e riconoscere le responsabilità delle aziende del petrolio e del gas. L’introduzione di una tassa sui profitti di queste industrie è il primo passo per garantire una giusta ed equa transizione: chi inquina paga, e quei fondi servono per riparare i danni e avviare la transizione».
In vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e della conferenza sul clima COP31, i leader mondiali dovranno alzare il livello dell’azione climatica. Limitare il riscaldamento globale entro 1,5°C, ricorda ancora l’organizzazione ambientalista, costituisce un obbligo giuridico per tutti gli Stati, sancito anche dalla Corte internazionale di giustizia: i Paesi con le maggiori emissioni di carbonio, in particolare, hanno una responsabilità storica e devono agire più rapidamente e con maggiore incisività per proteggere le comunità più vulnerabili.


