L’Italia è uno dei principali importatori di oro nel mercato europeo: nel 2025, quasi metà dell’oro extra-UE entrato in Europa è passato dal nostro Paese.

C’è un problema, però: in Italia non vengono svolti controlli efficaci sulla provenienza delle importazioni. Una situazione che rischia di favorire l’ingresso di oro legato ad attività estrattive illegali che minacciano ecosistemi fondamentali come l’Amazzonia.

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Una filiera opaca e senza verifiche

Secondo i dati che abbiamo raccolto nel nostro report “Corsa all’oro illegale – Dentro la filiera del metallo prezioso importato in Italia: un’analisi dei flussi, tra traffici opachi e controlli assenti”, lo scorso anno in Italia sono state importate 148 tonnellate di oro da Paesi in cui la tracciabilità è scarsa o nulla: parliamo di circa sette lingotti su dieci tra quelli arrivati da Paesi extraeuropei.

Il problema è che nonostante dal 2021 gli Stati dell’Unione Europea abbiano l’obbligo di svolgere controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’oro e di altri metalli, il nostro Governo è rimasto inadempiente e dopo cinque anni non è ancora in grado di garantire che l’oro importato provenga da filiere controllate.

Ad oggi non risultano ispezioni né sanzioni: in poche parole, c’è un enorme vuoto nella capacità di garantire che l’oro importato sia estratto in modo legale. Ma perché avviene tutto questo? A rispondere è il Ministero delle Imprese e del Made in Italy che abbiamo interpellato in proposito: “impedimenti meramente amministrativi”. C’è da aggiungere altro?

La domanda europea di oro cresce più velocemente della trasparenza

Negli ultimi anni il mercato europeo dell’oro ha registrato una crescita significativa. Tra il 2023 e il 2025 le importazioni nell’Unione Europea sono aumentate del 26%, raggiungendo un valore complessivo di oltre 81 miliardi di euro negli ultimi cinque anni.

A questa crescita, però, non è corrisposto un rafforzamento degli strumenti di controllo. La cosiddetta “EU Whitelist”, che dovrebbe identificare gli impianti di fusione e raffinazione considerati affidabili a livello internazionale, non è ancora stata istituita. Le conseguenze sono ovvie: senza sistemi efficaci di verifica, seguire il percorso dell’oro e identificarne l’origine reale diventa estremamente difficile.

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Dall’Amazzonia ai mercati globali, senza regole

Tra i Paesi più colpiti da questa situazione c’è il Brasile, dove l’estrazione illegale dell’oro continua a rappresentare una grave minaccia per la foresta amazzonica e per le comunità indigene che la abitano. Ma, anche qui, è molto complicato riuscire a stabilire l’impatto totale delle attività estrattive illegali: le indagini che abbiamo condotto hanno mostrato infatti come l’oro estratto illegalmente possa essere facilmente “ripulito” attraverso passaggi commerciali e burocratici che ne mascherano l’origine. Da ricordare, c’è poi un dato significativo: dopo la Germania, L’Italia è il secondo Paese a importare oro dal Brasile.

Ma oltre al Brasile ci sono anche altri snodi opachi nel commercio dell’oro: Emirati Arabi Uniti e Svizzera svolgono un ruolo centrale nel suo commercio internazionale, soprattutto da Africa e Asia (da segnalare che l’Italia è il primo importatore europeo di oro dagli Emirati e secondo dalla Svizzera). Anche in questo caso, però, la situazione è tutt’altro che limpida perché l’assenza di controlli stringenti potrebbe alimentare un circuito di riciclaggio difficile da ricostruire dato che – una volta fuso e raffinato – il percorso originario dell’oro è quasi impossibile da ricostruire.

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Le comunità indigene in prima linea

Mentre il mercato globale continua a beneficiare della corsa all’oro, sono le popolazioni indigene a pagare il prezzo più alto

L’estrazione illegale di oro – che dal 1985 al 2022 in Brasile è aumentata del 1.100%, con attività concentrate per il 91% in Amazzonia – ha anche gravi impatti sociali sui Popoli indigeni: aumento di violenze, sfruttamento economico e deterioramento delle condizioni di vita, soprattutto per le donne

Anche la contaminazione da mercurio rappresenta una minaccia: uno studio della Fundação Oswaldo Cruz nelle terre indigene del Popolo Munduruku ha rilevato che il 98,5% delle donne in gravidanza sottoposte ad analisi presentava livelli di mercurio superiori alla soglia di sicurezza, evidenziando un grave rischio per la salute riproduttiva e le generazioni future.

Fermare l’oro della distruzione è possibile

L’Europa e l’Italia hanno gli strumenti per intervenire, ma servono controlli concreti, maggiore trasparenza e regole efficaci lungo tutta la filiera. Garantire la tracciabilità dell’oro significa impedire che metalli preziosi legati alla deforestazione dell’Amazzonia, alla violazione dei diritti umani e alle attività illegali entrino nei mercati come prodotti apparentemente sostenibili.

Chiediamo ai governi e agli operatori finanziari internazionali di assumersi le loro responsabilità e di impedire che l’oro legato alla distruzione ambientale e alle violazioni dei diritti umani venga commercializzato in Europa come prodotto “pulito”, rafforzando le misure normative e amministrative contro il riciclaggio!

Stop deforestazione

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