© Samara Souza / Greenpeace

Nel 2025 quasi la metà dell’oro extra-UE è transitato dall’Italia, uno dei principali varchi d’accesso del metallo prezioso proveniente da aree ad alto rischio, dove però non viene effettuato alcun tipo di controllo: è quanto emerge dall’inchiesta di Greenpeace Corsa all’oro illegale – Dentro la filiera del metallo prezioso importato in Italia”. L’indagine viene pubblicata a margine del viaggio in Europa dei leader indigeni dell’Amazzonia brasiliana, protagonisti del tour “Il vero costo dell’oro”, organizzato da Greenpeace Brasile per confrontarsi con esponenti politici e altri stakeholder sull’impatto che l’attività estrattiva ha sui territori indigeni.

Secondo le informazioni e i dati acquisiti dall’Unità Investigativa di Greenpeace Italia, lo scorso anno il nostro Paese è stato il primo importatore di oro extra-UE. Sette lingotti su dieci (148 tonnellate) sono stati importati da Paesi dove la tracciabilità è debole e in molti casi quasi inesistente. Nonostante dal 2021 gli Stati dell’Unione Europea abbiano l’obbligo di effettuare controlli lungo tutta la catena di approvvigionamento dell’oro e di altri metalli, il nostro Governo è rimasto inadempiente e dopo cinque anni non è ancora in grado di garantire che l’oro importato provenga da filiere legali. Zero ispezioni, zero sanzioni, come ammette lo stesso Ministero delle Imprese e del Made in Italy interpellato da Greenpeace, a causa di «impedimenti meramente amministrativi».

«L’Italia continua a dipendere dal mercato globale più opaco, quello in cui il rischio di violazioni dei diritti umani e ambientali è più elevato», dichiara Martina Borghi, campaigner Foreste di Greenpeace Italia. «Una situazione paradossale: siamo tra i maggiori importatori europei, ma la tracciabilità resta un buco nero e nessuno vigila sul fatto che la normativa comunitaria creata nel 2017 e applicabile dal 2021 per contrastare i cosiddetti “metalli e minerali provenienti da zone di conflitto” venga applica. Mentre altri Paesi pubblicano report annuali sui controlli, noi restiamo fermi al palo. L’Unione Europea e l’Italia devono fare la propria parte, garantendo l’applicazione di regole severe sulla tracciabilità dell’oro per impedire l’ingresso di metallo legato alla devastazione dell’Amazzonia e a conflitti in aree vulnerabili del mondo».

Mentre Bruxelles chiede più trasparenza, l’Europa aumenta la domanda di oro ma non i controlli. Le importazioni di oro nell’UE sono infatti cresciute del 26% dal 2023 al 2025 – un totale di 1.633 tonnellate negli ultimi cinque anni, per un giro d’affari di 81,2 miliardi di euro – ma la EU Whitelist, la lista che dovrebbe certificare gli impianti di fusione e raffinazione responsabili a livello mondiale, “non è ancora stato istituita”, come conferma la Commissione Europea a Greenpeace.

Il Brasile resta un nodo critico, come emerso da un’altra recente inchiesta di Greenpeace, “Gold Laundering in the Amazon: Anatomy of a Fraud”, che ha denunciato come l’oro estratto illegalmente in Amazzonia possa essere riciclato sfruttando le lacune del sistema brasiliano e immesso sui mercati internazionali. Dopo la Germania, l’Italia è il secondo Paese che importa oro dal Brasile. Ma anche Emirati Arabi Uniti e Svizzera – primi due Paesi extra-UE da cui l’Italia si rifornisce del metallo prezioso – rimangono snodi opachi, con Dubai tra i principali hub mondiali per compravendita e transito di oro (soprattutto da Africa e Asia) e il Paese elvetico che ospita alcune tra le maggiori raffinerie del pianeta. Un insieme di flussi che, in assenza di controlli stringenti, potrebbe alimentare un circuito esposto al riciclaggio. Ancor più considerato che, dopo i passaggi di fusione e raffinazione, ricostruire l’effettiva origine dell’oro diventa quasi impossibile: una zona grigia perfetta per ripulire filiere poco trasparenti e favorire così vere e proprie operazioni di riciclaggio e greenwashing.

Greenpeace raccoglie l’appello di numerose Popolazioni Indigene chiedendo ai governi e agli operatori finanziari internazionali di assumersi le loro responsabilità e di impedire che l’oro legato alla distruzione ambientale e alle violazioni dei diritti umani venga commercializzato in Europa come prodotto “pulito”, rafforzando le misure normative e amministrative contro il riciclaggio.