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Mai come oggi – 8 marzo – è normale parlare di equità di genere. Appunto: parlarne. Quello che oramai ci siamo dimenticati è che l’equità si deve “fare”, non si deve solo “dire”.

Nei fatti, come spesso accade, siamo ancora troppo lontani dalle parole. 

Che cos’è l’intersezionalità

Partiamo dall’inizio. C’è un motivo che lega quello che fa Greenpeace (e le molte donne dentro Greenpeace, intendendo qui in modo inclusivo tutte coloro che si identificano come donne) e la battaglia che ogni giorno milioni di persone devono fare per affermarsi e per dare concretezza all’equità di genere

Potremmo chiamare in causa molte teorie, ma gira che ti rigira, l’origine è semplice, ed è una sola: ciò a cui bisogna ribellarsi è l’ingiustizia sistematica che è alla radice delle disuguaglianze sociali

La prevaricazione su chi non può o non sa difendersi è una matrice comune, le forme che assume possono essere infinite: i soprusi possono colpire le persone (per il genere, per l’orientamento sessuale, per il colore della pelle, per l’età, per la classe sociale cui si appartiene, per le opinioni politiche o la religione che si professa) e allo stesso modo possono aggredire la natura, gli animali, il Pianeta.

Questo è il cuore di quella che da oltre 30 anni si chiama “intersezionalità”, una teoria che ci spiega perché una lotta non esclude l’altra e perché molte battaglie portate avanti in comune hanno più forza. In definitiva sono tutte battaglie di oppressi contro i propri oppressori.

Le donne penalizzate nel lavoro e nella società (anche col Covid)

Se qualcuno dovesse dirvi che oggi non ha più senso parlare di queste cose, sappiate che è in mala fede. Lo dimostrano, purtroppo, i fatti. Anche quelli a noi più vicini.

Il Covid ha travolto tutta la società: la ferocia della pandemia non ha ostacoli o confini e non ha fatto sconti. La crisi economica che ne è derivata però non ha toccato tutti indiscriminatamente. A subirla più pesantemente siamo state noi donne, e non a caso: siamo state noi donne perché occupiamo le posizioni lavorative più basse e meno tutelate sul mercato. Questo è il motivo per cui su 101 mila nuovi disoccupati, 99 mila sono donne.  E anche se dovessimo analizzare più “verticalmente” questo dato, scopriremmo molto probabilmente che tra noi le più colpite sono le donne che svolgono lavori meno tutelati: precarie, lavoratrici della ristorazione, del turismo, donne cui sono affidate mansioni di cura dei nostri familiari o delle nostre case. 

Meno strumenti hai per difenderti, più difficile e silenziosa sarà la tua battaglia. 

Per questo l’equità di genere non può avere futuro se non si mettono in discussione tutte quelle pratiche che minano l’avanzamento dei diritti della collettività, che confinano i poveri fuori dalla costruzione della società, che non promuovono l’istruzione pubblica e inclusiva per tutte e per tutti, a maggior ragione per chi non ha possibilità. Per questo il femminismo “liberale”, che guarda solo  all’ingresso delle donne nelle posizioni di potere e nei cda di azienda, non basta, se il 99% delle donne continua ad esserne sistematicamente escluso.

Nel nostro caso, viviamo in un Paese dove per giunta neppure l’istruzione riesce a metterci al riparo dal divario occupazionale (e salariale) con gli uomini: siamo più laureate (il 22,4% contro il 16,8% degli uomini), eppure la maggior parte delle porte nel mondo del lavoro per noi sono ancora chiuse. In altri casi, entra in gioco quella che è stata definita “segregazione occupazionale”: in poche parole, un panorama dell’occupazione per cui gli uomini svolgono alcuni lavori “tipicamente maschili” e le donne altri “tipicamente femminili”.

Davvero i cambiamenti climatici colpiscono di più le donne? 

Infine, la questione climatica, che per noi di Greenpeace non può mai mancare: quando viene spiegato che persino i cambiamenti climatici possono colpire di più alcune categorie sociali e di genere, è frequente pensare che sia un’esagerazione. Eppure è così. 

L’analisi non è così difficile: i cambiamenti climatici sono causati dall’accaparramento delle terre, dall’inquinamento e dal consumo di suolo, dalla deforestazione, dalle emissioni di carbonio senza regole di aziende e multinazionali  spregiudicate, come quelle petrolifere e minerarie. E dov’è che lo sfruttamento delle risorse si fa spesso più invasivo e violento? Come purtroppo sappiamo, nei Paesi più poveri (anche se non esclusivamente). E il 70% delle persone più povere del Pianeta sono donne.

Nel Sud del mondo la forza-lavoro rurale è fatta di donne, che non possiedono la terra, ma che ogni giorno hanno a che fare con le conseguenze peggiori del clima che cambia: difendere la propria esistenza (e le famiglie, le case e i raccolti) dalla siccità o dalle inondazioni. L’80% dei profughi climatici, cioè persone che scappano dai tifoni o da altre catastrofi naturali, è composto da donne. 

Anche quando si parla di difesa delle terre, dimentichiamo che tante martiri sono donne: le indigene sono le persone che più di tutte rischiano di essere uccise. 

Le donne di Greenpeace

Per tornare “a noi”, nel nostro ufficio le donne rappresentano  il 62% dei dipendenti. Le nostre attiviste e le nostre volontarie sono in numero superiore ai loro “colleghi” uomini. La maggior parte delle persone che ci seguono sui social, sono donne.  Fra coloro che decidono di supportarci con una donazione, il 50,32% è donna mentre il 49,68% è uomo.

Donne sono le mamme del comitato No Pfas che in Veneto hanno portato avanti una battaglia difficile e quotidiana contro una delle contaminazioni dell’acqua potabile fra le più vaste d’Europa da parte della Miteni, donne sono le attiviste che hanno messo la propria faccia per denunciare gli allevamenti intensivi in alcune zone della Pianura Padana, come a Stanghella

L’elenco sarebbe ancora lungo, e un articolo per l’8 marzo non basterebbe certo a contenerlo.

La rivoluzione che dobbiamo praticare parte dal basso e deve arrivare a rovesciare l’attuale sistema economico e culturale, così predatorio e spregiudicato nei confronti della natura e di moltissime persone. Non sarà una battaglia semplice, ma sappiamo che è necessaria se vogliamo vivere in un mondo migliore. 

Buon #LOTTOMARZO a tutte e tutti!