
L’Italia è stretta nella morsa di un’ondata di caldo eccezionale che da giorni interessa gran parte del Paese e dell’Europa. E nei prossimi tre giorni la situazione potrebbe diventare critica: secondo la nostra analisi basata sulle previsioni del progetto Worklimate e sui dati ISTAT sull’occupazione, e diffusa insieme alla Cgil, 1,5 milioni di lavoratori e lavoratrici potrebbero essere esposti a condizioni di caldo tali da rappresentare un serio rischio per la salute.
Servono misure concrete per fermare la crisi climatica alimentata dalla aziende fossili!
Chiedi con noi al Governo di mettere fine alla nostra dipendenza da petrolio e gas

Temperature estreme
Durante l’ondata di calore in corso, abbiamo svolto insieme alla Cgil un monitoraggio in alcuni luoghi di lavoro della Capitale utilizzando una termocamera a infrarossi in grado di rilevare la temperatura delle superfici.
Le misurazioni hanno registrato valori particolarmente elevati: nella zona della Stazione di Roma Termini, luogo molto frequentato dai rider, abbiamo riscontrato picchi superiori agli 80° C di temperatura superficiale.
In due cantieri, uno dei pressi di Piazza Bologna e l’altro dell’Università La Sapienza, i lavoratori i lavoratori operavano nelle ore centrali della giornata, e in entrambi i casi le temperature superficiali erano molto elevate, con picchi che oscillavano fra i 60° C e i 100° C.
Sebbene questi dati si riferiscano alle superfici e non direttamente alla temperatura dell’aria o a quella percepita, rappresentano comunque un segnale preoccupante. Le superfici surriscaldate influenzano infatti la temperatura dell’aria circostante e possono aumentare sensibilmente l’esposizione al calore di chi lavora per molte ore a stretto contatto con esse.

Chi rischia di più
Le elaborazioni previsionali relative al periodo compreso tra il 25 e il 27 giugno mostrano che le province o aree metropolitane dei capoluoghi di Regione con il maggior numero di lavoratori potenzialmente esposti al rischio caldo elevato sono:
- Roma (427 mila lavoratori, 25% del totale del lavoratori della Città metropolitana)
- Milano (347 mila lavoratori, 14%%)
- Napoli (133 mila lavoratori, 19%)
I comparti maggiormente interessati sono invece:
- Edilizia (603 mila lavoratori)
- Trasporto merci su strada, magazzinaggio, servizi di consegna e rider (537 mila lavoratori)
- Manutenzione del verde e servizi per edifici (292 mila lavoratori)
Nel complesso, il 18% delle persone occupate nei territori analizzati (province/aree metropolitane dei capoluoghi di Regione) potrebbe essere esposto a condizioni in grado di provocare effetti diretti sulla salute fisica e mentale, aumentando allo stesso tempo il rischio di incidenti e infortuni sul lavoro.
La crisi climatica è alimentata dalle aziende fossili: chiedi con noi misure concrete per fermarle!

Un problema destinato a peggiorare
Gli esperti avvertono che il fenomeno è destinato ad accentuarsi nei prossimi anni.
«Nei prossimi dieci anni il lavoro estivo in Italia subirà trasformazioni sempre più rilevanti. Il progressivo aumento dell’esposizione dei lavoratori al caldo non rappresenta più un fenomeno episodico, ma una condizione ormai strutturale», spiega Marco Morabito, ricercatore del CNR-IBE e responsabile scientifico del progetto Worklimate insieme ai referenti INAIL.
Non intervenire oggi, avverte il ricercatore, significa rischiare di trovarsi nel prossimo futuro di fronte a condizioni lavorative sempre più difficili e insostenibili.

«L’aumento degli infortuni e delle morti sul lavoro durante le giornate più calde conferma infatti che le alte temperature rappresentano un importante fattore di rischio», aggiunge Francesca Re David, segretaria confederale della Cgil.
Secondo la dirigente sindacale, le ordinanze regionali adottate in diverse aree del Paese hanno contribuito a colmare l’inerzia del Governo, e il recente rifinanziamento della cassa integrazione per alcune categorie di lavoratori più esposti rappresenta un primo passo, seppur tardivo e con un finanziamento insufficiente. Ora, però, è necessario rafforzare prevenzione, controlli e misure di sicurezza, riorganizzando il lavoro e i cicli produttivi in funzione delle nuove condizioni climatiche.

Chi è responsabile deve pagare!
Mentre le grandi aziende del petrolio e del gas continuano ad accumulare profitti miliardari grazie ai combustibili fossili, gli impatti della crisi climatica che contribuiscono ad alimentare diventano sempre più gravi e colpiscono anche la salute e la sicurezza di chi lavora. Ancora una volta, questa indagine dimostra che a pagare il prezzo della crisi climatica sono soprattutto le persone che hanno meno responsabilità nel contribuire al riscaldamento globale
Di fronte a un fenomeno che non è più eccezionale ma strutturale, servono misure immediate per proteggere tutte le lavoratrici e tutti i lavoratori, compresi coloro che oggi non rientrano nelle ordinanze sul caldo. Allo stesso tempo, è indispensabile investire nella prevenzione, nell’adattamento climatico e in una rapida transizione energetica che riduca la dipendenza dai combustibili fossili, a partire da un piano di uscita dal gas entro il 2035.
Dobbiamo tassare le aziende fossili che continuano a registrare profitti record mentre alimentano la crisi climatica, in modo da recuperare le risorse necessarie a realizzare interventi di protezione delle persone, a partire dalle più vulnerabili, adattamento climatico — anche dei luoghi di lavoro — e transizione energetica. Chi è responsabile della crisi climatica che sta rovinando il pianeta deve pagare e contribuire a finanziare le soluzioni necessarie a proteggere le persone!
Stop combustibili fossili!
Chiedi con noi al Governo di accelerare la transizione energetica e liberarci dalla dipendenza da petrolio e gas.


