Da lunedì 9 marzo Greenpeace è presente con una delegazione al consiglio della 31ª sessione dell’International Seabed Authority (ISA), l’autorità internazionale che deve regolamentare le estrazioni minerarie nei fondali marini, dove si discuteranno fino al 19 marzo alcuni punti fondamentali per il futuro dello sfruttamento degli oceani. Tra questi: la definizione del codice minerario per disciplinare le estrazioni in alto mare, la condivisione dei benefici legati al deep‑sea mining, l’individuazione di dati per definire indicatori e soglie ambientali e il rischio di un possibile via libera unilaterale all’attività mineraria da parte del governo degli Stati Uniti. 

«L’accelerazione del codice minerario voluta dalle industrie per agevolare i loro interessi rischia di portare a un testo che non tutela gli ecosistemi marini e le comunità costiere, tradendo il principio che riconosce gli ambienti di alto mare come patrimonio comune dell’umanità. L’Italia deve sottoscrivere la moratoria per fermare le estrazioni in alto mare», dichiara Valentina Di Miccoli della campagna Mare di Greenpeace Italia.

Uno dei nodi più importanti riguarda il sistema di condivisione dei benefici legati al deep-sea mining. Secondo la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), infatti, l’attività di estrazione mineraria nei fondali marini può essere svolta solo se è a beneficio dell’umanità. Un recente report di Greenpeace ha mostrato come l’attuale architettura finanziaria proposta dal Comitato finanziario dell’ISA tradisca questo principio poiché rischia di concentrare gran parte dei profitti nelle mani delle compagnie minerarie, mentre i Paesi del Sud globale riceverebbero solo una quota marginale. Secondo lo studio, il sistema proposto garantirebbe per ogni Paese africano ricavi economici medi legati al deep-sea mining pari a circa lo 0,001% del PIL nazionale, praticamente una quota più che trascurabile, che non assicura una redistribuzione equa e rischia di riprodurre schemi storici di sfruttamento del Sud globale. 

L’altro punto critico discusso in questi giorni è il tentativo della società mineraria canadese The Metals Company di aggirare, con il supporto dell’amministrazione Trump, le regole del multilateralismo stabilite dall’ISA per iniziare a estrarre metalli dai fondali oceanici in acque internazionali sfruttando leggi nazionali degli Stati Uniti. Il possibile avvio delle estrazioni in assenza di un codice minerario solleva gravi preoccupazioni internazionali, poiché favorirebbe pochi attori industriali a scapito della protezione degli ecosistemi marini e della gestione condivisa delle acque internazionali.

Greenpeace chiede ai Paesi membri dell’ISA, tra cui l’Italia, di definire regole rigide e condivise per garantire giustizia ed evitare il saccheggio indiscriminato dei fondali marini da parte di poche industrie. Greenpeace chiede inoltre al governo Meloni di supportare la moratoria internazionale, già firmata da 40 Paesi, per fermare l’avvio delle estrazioni minerarie e concedere così più tempo per studiare gli ecosistemi profondi, di cui conosciamo ancora pochissimo, e i possibili impatti del deep sea-mining