
Si è conclusa con un’assoluzione l’ultima udienza del processo contro attivisti e attiviste di Greenpeace Italia che nel novembre 2021 avevano partecipato a un’azione di protesta nonviolenta presso lo stabilimento di Ravenna della multinazionale dell’agroalimentare Bunge, coinvolta nel commercio di prodotti legati alla deforestazione dell’Amazzonia.
Greenpeace Italia accoglie con soddisfazione l’assoluzione delle persone coinvolte, che conferma la piena legittimità e la natura nonviolenta dell’azione. La decisione ribadisce un principio fondamentale: denunciare la distruzione delle foreste e il legame tra i consumi europei e la deforestazione non può essere considerato un reato. In un contesto di crisi climatica e perdita accelerata di biodiversità, lo spazio democratico della protesta è essenziale. Greenpeace Italia continuerà a utilizzare l’azione diretta nonviolenta per chiedere giustizia climatica e impedire l’importazione di prodotti legati alla deforestazione.
«Nel novembre 2021 abbiamo scelto di rendere visibile un problema che continuava a rimanere nascosto: il legame tra le importazioni europee di soia, gli allevamenti intensivi e la distruzione di foreste ed ecosistemi fondamentali per il clima e la biodiversità. La protesta nonviolenta dei nostri attivisti e delle nostre attiviste era fondata su dati scientifici e sull’interesse della collettività. Il problema non è chi denuncia queste responsabilità, ma chi continua ad alimentarle», dichiara Giorgia Girometti, Co-direttrice Programma (Campagne, Attivismo e Volontariato) di Greenpeace Italia.
L’azione si era svolta presso lo stabilimento Bunge del porto di Ravenna, attraverso cui transita circa la metà della soia importata in Italia, destinata in larga parte alla produzione di mangimi per gli allevamenti intensivi. Gli attivisti e le attiviste provenienti da diversi Paesi europei avevano scalato i silos dello stabilimento, aperto grandi striscioni con la scritta “Soia che distrugge le foreste”, dipinto sui silos la scritta “Contiene foreste” e bloccato simbolicamente l’ingresso dell’impianto con un grande maiale in legno riciclato. L’obiettivo era denunciare il ruolo dei grandi trader agricoli e chiedere a Bunge e alle istituzioni europee di interrompere il legame tra i consumi europei e la distruzione di ecosistemi come l’Amazzonia e il Cerrado, causata dall’espansione di immense piantagioni di soia destinata in larga parte agli allevamenti intensivi comunitari.
A quasi cinque anni di distanza, Greenpeace ritiene che quell’allarme fosse fondato e oggi ancora più urgente. All’inizio di quest’anno, infatti, ABIOVE, l’associazione brasiliana che riunisce i principali esportatori di soia, tra cui anche Bunge, ha annunciato l’uscita dalla Amazon Soy Moratorium, mentre in Europa avanzano proposte di deregolamentazione che rischiano di indebolire gli strumenti di responsabilità ambientale delle imprese e il Regolamento europeo per fermare la deforestazione importata (EUDR).
Allo stesso tempo prosegue il rilancio dell’accordo UE-Mercosur, destinato ad aumentare gli scambi di prodotti ad alto rischio di deforestazione. Mentre la comunità scientifica ribadisce che fermare la distruzione delle foreste è indispensabile per affrontare la crisi climatica e quella della biodiversità, Greenpeace continuerà a utilizzare l’azione diretta nonviolenta per chiedere regole più efficaci, trasparenza nelle filiere e responsabilità da parte delle imprese che traggono profitto dalla distruzione degli ecosistemi.


